Oggi:

2018-12-19 10:55

La Selva Oscura di Case Passerini

GESTIONE DEI RIFIUTI IN TOSCANA

di: 
Alfredo De Girolamo

In una lettera al Direttore del Corriere Fiorentino, il Presidente di Confservizi Cispel-Toscana, Alfredo De Girolamo, commenta la recente sentenza del Consiglio di Stato che è stata interpretata da molti giornali e persino dal presidente della Giunta Regionale Toscana Rossi come una bocciatura definitiva del progetto di impianto di termovalorizzazione dei rifiuti della Provincia di Firenze in località Case Passerini. Ma la sentenza, in realtà, assolve l’impianto da tutte le accuse dei comitati contro l’inceneritore e accoglie solo la richiesta di avviare contestualmente le opere di mitigazione … L’autore ha aggiunto per noi una esauriente nota di descrizione del contesto.

Firenze, 26 maggio 2018. Caro direttore, in tempi di favole populiste non stupisce che la discussione pubblica sui rifiuti in Toscana sia tutto meno che un dibattito illuminante. Anche chi governa sembra non sfuggire al richiamo di accarezzare le paure (presunte) dei cittadini. Rinunciando così ad assumersi responsabilità impellenti. Preferendo leggere nella sentenza del Consiglio di Stato l’obbligo a «non fare» l’impianto di Case Passerini, mentre la sentenza sottolinea la correttezza della scelta di localizzazione e le compatibilità ambientali, contestando invece che le opere di mitigazione non siano state previste in tempi  contestuali  alla realizzazione dell’impianto.

In quel verdetto non c’è il divieto a fare il termovalorizzatore, ci sono indicazioni precise che andrebbero recepite. La logica conseguenza dovrebbe essere una nuova Aia che includa queste prescrizioni. Ingannevole è anche l’interpretazione che si dà della nuova Direttiva europea sui rifiuti che obbligherebbe a non fare più quell’impianto. La Direttiva sull’economia circolare dei rifiuti prevede 65 per cento di riciclaggio al 2035, massimo 10 per cento in discarica e almeno 25 per cento di recupero energetico. Per la Toscana questi numeri significano 600.000 tonnellate circa di rifiuti da inviare nel termovalorizzatore. Gli impianti esistenti — Poggibonsi, Montale, Arezzo, Livorno (Pisa ormai è chiuso) — ne garantiscono 230.000. Senza considerare che per due di questi (Livorno e Montale) le indicazioni politiche sembrano prevedere una loro chiusura fra il 2021 e il 2023. In questo caso ne rimarrebbero due, per un totale di circa 100.000 tonnellate.

La domanda, alla luce dei numeri, sorge spontanea. La strategia più o meno esplicita è portare in discarica ciò che non si ricicla? Sembrerebbe di sì, ma di fronte a questa scelta, molto poco ambientalista, troveremmo un muro dell’Europa, che limita giustamente al 10 per cento il massimo dei rifiuti urbani da portare in discarica.

“Il tramonto di Case Passerini rischia di regalarci in pochi anni cumuli di rifiuti?» si chiede con acume nell’editoriale a sua firma di ieri sulle pagine de Corriere Fiorentino. Purtroppo, caro direttore la risposta è scontata:  senza Case Passerini e Scarlino non riusciamo a chiudere il cerchio dello smaltimento. Perdendoci non in un bosco incantato ma in una selva oscura.

Archiviare queste strutture, senza alternative, è la soluzione peggiore. È innegabile diritto della politica scegliere di non realizzare un impianto, ma deve assumersi la responsabilità della scelta senza coprirsi dietro alibi. Valutandone attentamente la pericolosità  che esporrebbe la Toscana ad un rischio crisi e ad un’emergenza rifiuti permanente, già nell’aria per il solo fatto che è chiuso l’impianto di Pisa e in manutenzione quello di Montale.

Ad oggi, la Giunta deve ancora presentare il nuovo Piano regionale di gestione dei rifiuti, in cui si dovrà indicare come recuperare e smaltire i rifiuti urbani. Programma alla mano il sistema delle imprese di gestione dei rifiuti toscani avrà modo di fare la sua proposta industriale, confrontandosi con la Regione.
Una discussione che non può non prescindere da un quadro logico: rispetto della politica ambientale, professionalità nella gestione, capacità e serietà di programmare il nostro futuro.

 

Nota esplicativa  curata dall’autore
L’impianto per lo smaltimento dei rifiuti non riciclabili di Case Passerini, tra Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino alle porte di Firenze, è stato deciso e definito da una lunga e articolata fase di discussione pubblica, supportata anche (unico caso in Italia) da una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS). L’impianto è previsto dal Piano Provinciale di gestione dei rifiuti e dal Piano di Ambito. Il Piano Regionale considera questo flusso nella situazione a regime e la Regione ha fatto inserire questo impianto nel Piano nazionale per gli impianti strategici (art. 35) attualmente in vigore.

Nella pianificazione pubblica questo impianto è quindi considerato centrale per la gestione dei rifiuti nella area più popolata e ricca della Toscana, oltre un milione e mezzo di persone nelle province di Firenze, Prato e Pistoia. Il suo dimensionamento (185.000 tonnellate anno) è adeguato a gestire il flusso di rifiuti non riciclabili, una volta raggiunto l’obiettivo di riciclaggio del 65%  al 2035 previsto dalla nuova Direttiva. Il flusso di rifiuti a termovalorizzazione non supera infatti il 20/25%. Una percentuale ragionata e corretta: un numero più alto scoraggerebbe il riciclaggio, un numero più basso metterebbe a rischio la possibilità di dare certezza nel lungo periodo alla gestione dei rifiuti.

L’impianto è stato autorizzato dalla Regione, in un quadro di prescrizioni e alla luce della Valutazione di Impatto Ambientale. Sulla base dell’autorizzazione Q.tHermo – l’azienda partecipata dal gruppo Hera che ha il compito di realizzare l’impianto – ha richiesto ed ottenuto i certificati verdi (incentivi alla produzione elettrica) dal Gestore dei servizi energetici (GSE). Incentivi che ora rischiamo di perdere.

Il contenzioso avviato dai ricorsi ha riguardato prima il TAR poi il Consiglio di Stato. In entrambi i livelli di giudizio sono state respinte tutte le eccezioni avanzate dal fronte ambientalista, in materia di rischio sanitario, impatto ambientale e correttezza formale di localizzazione e pianificazione. I giudici quindi, non hanno rilevato niente di illegittimo nella decisione di fare l’impianto e di farlo lì. Hanno eccepito che l’iter autorizzativo doveva includere le prescrizioni per le misure di mitigazione (Boschi della Piana). Per questa ragione ha azzerato l’AIA. Oggi, come ha giustamente chiesto anche l’ATO, può benissimo essere di nuovo istruita e rilasciata dagli uffici regionali, includendo la prescrizione sui Boschi. Dalle sentenze non si ricava la “bocciatura” dell’impianto, ma solo la necessità di perfezionare l’iter autorizzativo e di fare i Boschi contestualmente all’impianto.

Attualmente la Toscana raccoglie in forma differenziata poco più del 50% dei rifiuti urbani, va a discarica per il 32% e termovalorizza il 16% (dati 2016). Gli impianti di termovalorizzazione attivi oggi (anno 2018) sono: Arezzo (43.500 T./anno), Poggibonsi (68.700), Livorno (67.700), Montale (51.500), per un totale di 231.400 T./anno. L’impianto di Pisa è chiuso da mesi e proprio in questi giorni è stata annunciata la sua chiusura definitiva. Il sindaco di Livorno ha annunciato la chiusura del suo impianto nel 2021 ed i comuni di Agliana, Montale e Quarrata stanno discutendo la chiusura di quello di Montale per il 2023. Se si avverassero questi impegni la Toscana avrebbe capacità di termovalorizzazione per 115.000 tonnellate (il 5% del totale). La nuova Direttiva europea sui rifiuti inserita nel pacchetto di norme sull’economia circolare prevede il 65% di riciclaggio al 2035 (quindi raccolta differenziata al 75% e 10% di scarti da incenerire), con un conferimento massimo del 10% massimo in discarica. In conclusione, 25% di termovalorizzazione (inclusi gli scarti della RD). Per la Toscana significa circa 550/600.000 tonnellate all’anno da avviare a recupero energetico, contro una capacità attuale di 231.400.

Pur riuscendo a tenere aperti tutti gli impianti attuali, non si chiude il ciclo dei rifiuti in Toscana. E’ evidente allora che l’impianto di Case Passerini è indispensabile per una corretta ed equilibrata gestione dei rifiuti urbani nel rispetto degli ambiziosi obiettivi della nuova Direttiva. Senza Firenze (185.000) e Scarlino (160.000) non si chiude il ciclo dei rifiuti in Toscana. Se non si realizzassero i due impianti, la Toscana dovrebbe portare in discarica il 35% dei rifiuti (cosa impedita dalla nuova Direttiva, oltre ad essere una scelta ambientalmente sbagliata), oppure portare i rifiuti non riciclabili a termovalorizzazione ma in altre regioni o Paesi (cosa che esporrebbe la Toscana ad una strutturale incertezza sul collocamento dei rifiuti e sul prezzo di conferimento). Lo stesso rischio per intendersi che sta correndo la città di Roma. Già oggi la situazione impiantistica della Toscana espone il sistema a continui rischi di crisi. In questi giorni la chiusura di Pisa e la messa in manutenzione di Montale hanno di fatto riempito gli stoccaggi di Alia, la società di gestione del ciclo dei rifiuti della Toscana centrale. Una situazione di questo tipo diventerebbe strutturale nei prossimi anni se non si realizzasse l’impianto di Firenze.