Oggi:

2018-05-22 04:13

Riparte, non Riparte

NUCLEARE: IL GIAPPONE SFOGLIA LA MARGHERITA

di: 
Roberto Mezzanotte

Da quattro anni le centrali nucleari giapponesi sono ferme, sostituite dall’aumento della produzione delle centrali termoelettriche. Il governo liberaldemocratico vorrebbe che ripartissero, una volta verificato il rispetto delle regole stabilite dal nuovo ente di sicurezza, che però non si sono sin qui dimostrate sufficienti per vincere la diffidenza delle comunità interessate. Le decisioni finiscono così coll’esser prese dai tribunali. Ma le loro prime sentenze sono state contrastanti.

Il futuro energetico del Giappone resta difficilmente decifrabile.

Dopo l’incidente di Fukushima la produzione da fonte nucleare si è di fatto azzerata.Da essa derivava oltre un quarto dell’energia elettrica necessaria al paese,attraverso il funzionamento di cinquanta reattori, i quali, progressivamente spenti per soste programmate, non sono stati più riavviati, in attesa di verifiche delle loro condizioni di sicurezza. La sola eccezione, per poco più di un anno, è stata la centrale di Ohi, che, al termine della sosta, venne riaccesa nel luglio del 2012, ma nuovamente fermatanel settembre 2013.

La mancata produzione di quasi300 TWh (era questo l’ordine di grandezzadella quantità di energia elettrica annualmente prodotta dalle centrali nucleari prima delloro spegnimento, grossomodo equivalente, per dare un’idea, all’intera produzione di elettricità in Italia) è stata compensata solo con l’aumento dell’energia prodotta dalle centrali termoelettriche, passata da circa 600 TWh a oltre 800 TWh. Ciò ha comportato unnotevole incremento delle importazioni di combustibili fossili, soprattutto gas, che, pur beneficiando nei tempi più recenti del calo dei prezzi, sta ovviamente pesando sulla ripresa economica. Di qui la volontà – o quanto meno la speranza - del governo liberaldemocratico di Shinzo Abe, dal dicembre 2012 alla guida il Giappone, che la riapertura delle centrali nucleari sia accelerata per quanto più possibile, al di là del mai sottaciuto favore che lo stesso Abe nutre per quella fonte di energia e pur essendo ovvio che parte delle centrali, per motivi tecnici o economici, non potrà più comunque ripartire.

D’altro canto, proprio questo apparente “stato di necessità”, che può essere avvertito come una spinta per la riapertura del nucleareanche a discapito delle considerazioni di sicurezza, non gioca a favore della riacquisizione della fiducia della popolazione nei suoi confronti, una fiducia in precedenza abbastanza diffusa, ma che l’incidente di Fukushima ha fatto crollare (ad esempio, secondo dati riportati dalla Reuters, nel 2014, a tre anni dall’incidente, il numero dei giapponesi contrari alla riapertura era ancora il doppio di quello dei favorevoli). Ciò, anche se in realtà il peso del governo di Tokio sulla riapertura di ciascuna singola centraleè, almeno sulla carta, molto limitato, per non dire nullo, dal momento che è innanzi tutto necessaria l’autorizzazione dell’ente di sicurezza e successivamente il benestare dell’amministrazione locale.

Per il rilascio dell’autorizzazione, la Nuclear Regulation Authority - l’ente di sicurezza costituito nel 2012, nel contesto del post-Fukushima, per garantire la necessaria indipendenza dei controlli, fino ad allora svolti da un organismo collocato all’interno del Ministero dell’industria – ha stabilito un nuovo insieme di requisiti, basati soprattutto, ma non esclusivamente, sull’esperienza dell’incidente. Tali requisiti comprendono norme notevolmente più stringenti per la difesa contro i terremoti e gli tsunami; il rafforzamento delle difese contro altri eventi naturali (eruzioni vulcaniche, tornado) e contro gli incendi; la considerazione degli allagamenti interni, prima non richiesta; misure specifiche contro gli incidenti severi, cioè con fusione del nocciono del reattore, in precedenza lasciate alla discrezionalità dell’esercente (misure di prevenzione, provvedimenti per assicurare l’integrità del recipiente in pressione del reattore anche con il nocciolo fuso, misure per abbattere la dispersione della radioattività); provvedimenti di difesa contro atti di terrorismo di particolare gravità, anche questi in precedenza non previsti.

Fatta eccezione per la difesa contro gli incidenti severi, per la cui applicazione è concesso un differimento di cinque anni, il riavviamento dei reattori è condizionato alla verifica del rispetto dei nuovi requisiti. La Nuclear Regulation Authority ha quindi avviato le istruttorie sulle istanza presentate dai diversi esercenti per il riavviamento delle centrali.

Il 12 febbraio scorso la NRA ha rilasciato la prima autorizzazione, concernente due unità della centrale di Takahama, per le quali era stata presentata una delle prime istanze all’indomani dell’emanazione della nuova regolamentazione. La NRA ha fatto sapere che la decisione è stata frutto dell’esame di circa diecimila pagine di documenti presentati dall’esercente, la Kansai Electric Power,oltre che di diverse verifiche condotte sul sito.Il 18 marzo è stata poi rilasciata una seconda autorizzazione, per il reattore n. 1 di Sendai, una centrale da due unità appartenente alla Kyushu Electric Power, anch’essa tra le prime a presentare istanza per il riavviamento dei due reattori.

La centrale di Sendai

A questo punto la questione si è spostata nelle aule giudiziarie. Contro le decisioni assunte dall’autorità di sicurezza sono stati infatti presentati ricorsi da parte di comitati dei cittadini residenti nelle aree ove sorgono le due centrali.

La prima sentenza è stata emessa il 14 aprile dalla corte del distretto di Fukui, territorialmente competente per la centrale di Takahama. La sentenza ha accolto il ricorso ed ha ingiunto alla Kansai Electric Power di non riavviare i reattori. Stando a quanto riportato dall’Asahi Shimbun, le motivazioni della sentenza dovrebbero risultare preoccupanti sia per la NRA, che vede giudicati troppo morbidi i requisiti di sicurezza che essa aveva invece presentato come molto severi, sia per il governo, rispetto alle sue speranze di un percorso di ripartenza del nucleare ormai piano e celere. Le censure del tribunale, infatti, non hanno riguardato tanto le modalità di applicazione delle nuove norme da parte della Kansai, quanto le norme stesse. La corte, sulla base della constatazione che dal 2005 si sono verificati in Giappone cinque terremoti di intensità superiore a quelli assunti come base di progetto degli impianti, ha definito “puro ottimismo l’assunzione che terremoti simili non possano colpire la centrale di Takahama”. Altre censure hanno riguardato le modalità di stoccaggio del combustibile irraggiato nelle piscine e la vulnerabilità delle fonti di energia esterne. La conclusione è che i nuovi requisiti regolatori sono troppo “clementi” o addirittura “irragionevoli” e che “il loro rispetto non è sufficiente a garantire la sicurezza degli impianti nucleari”.

Quanto i mezzi di informazione riportano della sentenza del tribunale di Fukui non è ovviamente sufficiente per una valutazione degli elementi sui quali si è basata e della sua logicità, né per comprendere se gli elementi avversi alla sicurezza eventualmente presenti nella nuova regolamentazione e nell’applicazione che ne è stata fatta per la centrale di Takahama siano tanto palesi da poter emergere in modo così netto a fronte di un esame condotto da un tribunale di giustizia entro un tempo necessariamente inferiore ai sessanta giorni intercorsi tra la decisione della NRA e la sentenza. Questa è invece sufficiente per percepire il clima che intorno al nucleare vi è, non solo nell’opinione pubblica giapponese, ma anche presso alcune istituzioni.

La sentenza è oggi esecutiva e pertanto le due unità della centrale rimarranno spente almeno sino alla conclusione del giudizio di appello, richiesto dalla Kansai.

A pochi giorni di distanza, il 22 aprile, vi è stata la sentenza, di segno opposto, della corte distrettuale di Kagoshima, competente per la centrale di Sendai. Qui, il ricorso, promosso da un comitato di residenti contro l’autorizzazione al riavviamento del reattore n. 1, è stato respinto. Anche in questo caso il ricorso era incentrato sul rischio sismico, ma erano stati sollevati problemi anche riguardo alla possibilità di incidenti causati da fenomeni vulcanici. A differenza della corte di Fukui, il tribunale di Kagoshima ha dichiarato i nuovi standard di sicurezza "non irragionevoli”. Il comitato promotore ha annunciato ricorso in appello innanzi all’alta corte di Fukuoka, ma nel frattempo l’esercente Kyushu Electric Power può proseguire nella procedura di riavviamento. A tal proposito, il 27 maggio la Nuclear Regulation Authority ha approvato i manuali di esercizio e di gestione delle emergenze. La riaccensione del reattore è ora attesa entro il prossimo luglio, dopo una fase di test.

Proteste dei promotori contro la sentenza della corte di Kagoshima

Nel frattempo, la stessa NRA il 22 maggio ha rilasciato l’autorizzazione per il riavviamento della seconda unità di Sendai. Se non vi sarà, a seguito di un nuovo ricorso, un ripensamento da parte della corte distrettuale – difficile da ipotizzare, a meno che non intervenga un ribaltamento della prima sentenza da parte della corte d’appello – la centrale potrebbe rientrare in esercizio con entrambe le sue unità entro il prossimo settembre.

È difficile a questo punto fare previsioni sull’esito finale della vicenda nucleare in Giappone, se prevarranno gli esercenti e la linea dell’attuale governo – ricordando che il precedente, a guida democratica, si era espresso per un progressivodisimpegno dal nucleare – o gli oppositori, a quanto sembra ancora maggioranza nel paese.

Il 26 maggio scorso, il ministero dell’industria ha pubblicato un rapporto secondo il quale il contributo del nucleare alla produzione di energia elettrica dovrebbe risalire, entro il 2030, tra il 20 e il 22 percento. Si tratta di una quota non troppo inferiore a quella che le centrali nucleari fornivano prima del incidente di Fukushima. Entro lo stessoanno le fonti rinnovabili dovrebbero crescere fino al 22-24 percento dalla quota attuale, che è intorno al 10. Secondo il ministero, un trasferimento maggiore dal nucleare alle fonti rinnovabili avrebbe l’effetto di una drastica spinta all’innalzamento del costo dell’energia. Nella situazione data, tuttavia, l’affidabilità di queste previsioni non sembra ancora poter essere considerata molto elevata.

Le incertezze sul futuro del mix energetico hanno un inevitabile riflesso sulle previsioni di riduzione delle emissioni di CO2. Il Giappone è infatti l’unico tra i grandi paesi industriali a non aver ancora presentato, al riguardo, il proprio impegno in vista della sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi a fine anno. L’annuncio potrebbe essere fatto nei prossimi giorni, alla riunione del G7 in programma il 7 e l’8 giugno in Germania. Potrebbe trattarsi di un impegno per un taglio del 20 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 2013. Se così fosse, quello giapponese sarebbe un obiettivo più limitato rispetto a quelli di quanti si sono già espressi (Stati Uniti, con una riduzione del 26-28% rispetto al 2005 entro il 2025; Europa Unita, con almeno il 40% rispetto al 1990 entro il 2030; Russia, 25-30% entro il 2030, considerando la capacità massima di assorbimento delle foreste).

Negli anni passati l’impegno assunto dal Giappone era stato più rilevante: riduzione del 25% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, ma, dopo Fukushima,l’incremento della produzione di elettricità da combustibili fossili ha sostanzialmente vanificato quell’impegno. Per sostenere il ritorno al nucleare il governo giapponese potrà quindi far leva sulle motivazioni ambientali, oltre che su quelle economiche, che sino ad oggi non sembrano esser state troppo convincenti, o almeno non per tutti.