Oggi:

2018-08-18 18:06

Fukushima un anno dopo (I)

di: 
Roberto Mezzanotte

In una sintesi equilibrata, cause e dinamiche dell’incidente, le vittime, la contaminazione radioattiva, i tempi dello smantellamento della centrale.
In molti paesi l’impatto dell’incidente ha provocato un inasprimento della controversia sul nucleare.

 

Nonostante le ventimila vittime e i danni incalcolabili causati, il terremoto e lo tsunami che l’11 marzo 2011 hanno sconvolto il Giappone vengono ricordati, a un anno di distanza, soprattutto per l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima. D’altra parte molti paesi, oltre che dalla partecipazione emozionale alla catastrofe, sono rimasti coinvolti dall’impatto dell’incidente in termini di rivalutazione e, in taluni casi, di cancellazione dei programmi nucleari, e comunque di inasprimento della controversia ad essi associata. Inoltre, c’è chi sostiene che, a consuntivo, le vittime delle radiazioni potranno essere più numerose di quelle direttamente causate dall’evento sismico, anche se l’affermazione è probabilmente eccessiva e non potrà comunque mai essere confermata. L’anniversario del terremoto è stata così l’occasione per ricostruire gli eventi, per aggiornare la situazione nell’impianto e nelle aree più colpite dalla contaminazione radioattiva, per esprimere i diversi convincimenti. È noto che le informazioni che giungevano dal Giappone durante i giorni più caldi del’emergenza erano frammentarie, confuse, talvolta contraddittorie, soprattutto quelle riguardanti la situazione radiologica sul sito e nelle aree circostanti. Si ricorderà, ad esempio, che le autorità giapponesi avevano inizialmente classificato l’incidente al quarto dei sette livelli della scala internazionale degli incidenti nucleari (INES), quando esperti di altri paesi, sulla base delle informazioni disponibili, ipotizzavano già un livello sei. Le stesse autorità erano poi passate a una classificazione al livello sette, sin lì attribuito solo all’incidente di Chernobyl, quando il complesso delle misure di deposizione di radioattività al suolo, almeno in termini di estensione, sembrava ancora lontano da quello conseguente all’incidente nella centrale ucraina. Anche la logica con cui erano stati decisi tempi ed estensioni degli interventi di evacuazione della popolazione non appariva chiara, al di là di andamenti altalenanti della situazione radiologica. Certamente in questo ha influito l’attitudine delle organizzazioni nucleari giapponesi, a cominciare da quella dell’esercente, non propriamente orientata sin lì alla massima trasparenza, ma va tenuto presente che, nella centrale, l’incidente aveva provocato anche la perdita dei sistemi di supervisione e controllo, di illuminazione, di comunicazione, con le conseguenti, ovvie difficoltà per gli operatori di interpretare gli eventi ed intervenire. Analoghe difficoltà vi erano all’esterno della centrale, dove l’emergenza nucleare andava gestita in un’area distrutta dal terremoto e dallo tsunami. Per vero, le cause e la dinamica dell’incidente - dal terremoto che ha determinato la perdita della rete elettrica esterna, al successivo tsunami che ha allagato la centrale e causato la perdita dei generatori di emergenza, la conseguente impossibilità di asportare il calore di decadimento dai tre reattori in esercizio, sino alla fusione del loro combustibile e al rilascio di radioattività nell’ambiente – sono state individuate sin dai primi giorni e, pur se meglio dettagliate, non hanno subito sostanziali modifiche nei riesami successivi, anche se resta da definire l’entità del danneggiamento dei noccioli. Per esse si rimanda alle numerose pubblicazioni rinvenibili in rete (una semplice ricostruzione degli eventi è stata presentata, all’indomani dell’incidente, nel corso del convegno “Energia: rifare i conti” organizzato dell’associazione Amici della Terra a Roma il 15 aprile 2011, i cui atti e registrazioni sono disponibili al seguente link). Di seguito si accenna, in estrema sintesi, a quanto, nei mesi successivi all’evento, è intervenuto o si è appreso con maggior precisione, rinviando, anche in questo caso, a siti quali quello della IAEA, dell’OECD-NEA o, in italiano, dell’ISPRA, per ogni approfondimento. Dopo mesi di operazioni di emergenza sugli impianti, nel dicembre scorso le autorità giapponesi hanno annunciato che i reattori hanno raggiunto uno stato equivalente a quello che in un normale reattore viene detto di spegnimento a freddo, con la temperatura inferiore ai 100°C ed emissioni all’esterno trascurabili e comunque sotto controllo. Sull’equivalenza è stato peraltro avanzato qualche dubbio, essenzialmente in considerazione della fragilità e della stabilità dei reattori a fronte di nuove eventuali sollecitazioni. I rilasci di radioattività in aria dalla centrale, in termini di iodio 131 e di cesio 137, sono stati circa un decimo di quelli che erano stati a suo tempo valutati per l’incidente di Chernobyl, fatto plausibile se si tiene conto della diversa dinamica dei due incidenti ed in particolare che, nel caso di Chernobyl, non vi era stato alcun effetto di abbattimento della radioattività da parte dell’acqua. Inoltre, il rilascio da Fukushima supera di oltre dieci volte quello che nella scala INES viene indicato per la classificazione di un incidente nel massimo livello, il settimo, che pertanto risulta corretta. Una preoccupazione è rappresentata dai massicci rilasci che vi sono stati di acqua contaminata in mare. I sedimenti sul fondale prospiciente la centrale risultano ora fortemente radioattivi e per evitare la loro diffusione nell’ambiente marino si sta studiando una sorta di cementazione del fondale stesso, per un’estensione di 70.000 m2.

(1.Continua al prossimo numero)