PREVENZIONE DEI DISASTRI NATURALI
Distinguere correttamente il segnale climatico dagli effetti prodotti dall’esposizione e dalla vulnerabilità è scientificamente necessario. Ma proprio questa distinzione rende ancora più urgente intervenire sulla parte del rischio che dipende dalle nostre scelte: uso del suolo, manutenzione, pianificazione e prevenzione.
In Copertina: Foto La Sicilia
«Ogni anno che passa, pertanto, accrescendosi la consistenza e il valore delle ricchezze situate nelle aree minacciate dalle alluvioni, cresce la potenziale entità dei danni che le alluvioni possono arrecare».
Sono parole che risalgono a oltre mezzo secolo fa, alle indagini della Commissione Lavori pubblici, Comunicazioni e Agricoltura del Senato sui “Problemi della difesa del suolo”. Eppure, sembrano scritte per il dibattito di oggi. Ci ricordano un principio essenziale: per comprendere l’aumento dei danni non basta osservare l’evento naturale. Occorre guardare anche a quanto, nel frattempo, abbiamo costruito ed esposto nelle aree vulnerabili.
Le immagini delle ultime settimane sono ancora davanti ai nostri occhi: coste colpite dalle mareggiate, strade e centri abitati allagati, versanti interessati da frane e dissesti. Immagini che inevitabilmente riaccendono il dibattito sul cambiamento climatico e che troppo spesso vengono utilizzate per sostenere interpretazioni opposte prima ancora di interrogare i dati e, soprattutto, il territorio.
Il recente articolo di Gianluca Alimonti pubblicato su L’Astrolabio, “La narrazione catastrofista alla prova del dataset”, ripropone da una prospettiva diversa una questione che quelle parole avevano già anticipato: l’entità crescente dei danni provocati dagli eventi meteorologici non può essere automaticamente assunta come prova di un corrispondente aumento della loro frequenza o intensità. Nel tempo sono cresciuti popolazione, patrimonio edilizio, infrastrutture e valore dei beni esposti.
È una distinzione metodologicamente importante. Ma, per chi osserva questi fenomeni con gli occhi del geologo, apre immediatamente un’altra domanda: se una parte rilevante dei danni dipende da ciò che abbiamo costruito, dove lo abbiamo costruito e come gestiamo il territorio, cosa stiamo facendo per ridurne la vulnerabilità? È qui che il dibattito sul clima incontra la realtà fisica dei territori.
Il disastro non coincide con l’evento naturale
Una pioggia intensa non è automaticamente un’alluvione disastrosa. Un terremoto non è automaticamente una catastrofe. Una mareggiata non produce ovunque gli stessi danni.
Le conseguenze dipendono dall’incontro tra il fenomeno naturale e ciò che trova sul territorio: popolazioni e beni esposti, edifici vulnerabili, corsi d’acqua confinati in spazi insufficienti, versanti instabili, coste intensamente urbanizzate, reti di drenaggio non adeguate o scarsamente manutenute.
Per questo la discussione sull’eventuale aumento della frequenza o dell’intensità degli eventi estremi, pur scientificamente necessaria, non esaurisce la questione. Anche a parità di pericolosità, il danno può crescere se aumenta l’esposizione o la vulnerabilità. E vale anche il ragionamento inverso: possiamo ridurre le conseguenze degli eventi naturali intervenendo proprio su esposizione e vulnerabilità. È questa la parte del rischio sulla quale possiamo agire direttamente.
Il territorio ha memoria
La geologia insegna una cosa semplice che troppo spesso dimentichiamo: il territorio conserva memoria. I fiumi conservano le proprie aree di espansione. Le pianure custodiscono le tracce di antiche paludi, meandri e zone di esondazione. I versanti mantengono le cicatrici delle frane precedenti. Le coste raccontano, attraverso sedimenti, terrazzi e antiche linee di riva, le variazioni del livello del mare e le trasformazioni avvenute nel tempo.
Quando costruiamo ignorando questa memoria non cancelliamo i processi naturali. Aumentiamo ciò che essi possono danneggiare.
Le precipitazioni delle ultime settimane richiamano anche un altro principio importante: il rischio non termina necessariamente quando smette di piovere. Terreni già saturi, falde elevate e versanti predisposti possono reagire anche a precipitazioni successive non eccezionali. La presenza dell’acqua nel sottosuolo modifica, infatti, le condizioni idrogeologiche e geotecniche e, nei contesti predisposti, può ridurre le soglie necessarie all’innesco o alla riattivazione di fenomeni franosi. La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto: quanto è stata eccezionale quella pioggia? Dovremmo chiederci anche: in quali condizioni si trovava il territorio quando quella pioggia è arrivata?
Dal dato climatico alla carta geologica
Misurare correttamente i fenomeni climatici è indispensabile. Occorrono serie storiche sufficientemente lunghe, dati confrontabili e interpretazioni proporzionate alle evidenze disponibili. Ma altrettanto indispensabile è conoscere ciò che accade al suolo e nel sottosuolo.
Disponiamo di carte geologiche e geomorfologiche, inventari delle frane, mappe della pericolosità idraulica, modelli digitali del terreno, reti pluviometriche e idrometriche, dati satellitari, monitoraggi delle falde e strumenti di osservazione enormemente più avanzati rispetto a quelli disponibili soltanto pochi decenni fa.
Eppure, questa straordinaria quantità di conoscenze entra troppo spesso nella discussione pubblica soprattutto dopo il disastro. Continuiamo a domandarci se l’ultimo evento sia stato eccezionale, quando dovremmo porci, contemporaneamente, una domanda molto più concreta: eravamo preparati a riceverlo?
L’adattamento non è una resa
È un tema che abbiamo affrontato più volte anche sulle pagine de L’Astrolabio. Già nel 2020, in “Per il clima s’impongono misure di mitigazione ma, soprattutto, di adattamento”, richiamavamo l’urgenza di affiancare alle politiche di mitigazione interventi concreti di adattamento e messa in sicurezza dei territori. Nel 2025, con “Promuovere azioni di adattamento per tutelare il patrimonio costiero del Belpaese” , la stessa impostazione veniva applicata alla vulnerabilità delle coste, dove innalzamento del livello del mare, erosione, subsidenza, dinamiche sedimentarie e pressione antropica interagiscono tra loro. E, nel febbraio scorso, con “Sicilia, Calabria e Sardegna: l’emergenza che si ripete sempre”, abbiamo ricordato come molte delle fragilità evidenziate da alluvioni e mareggiate siano conosciute da decenni e come il vero salto di qualità consista nel trasformare conoscenze e norme in prevenzione concreta.
Adattarsi non significa arrendersi al cambiamento climatico. Significa, al contrario, utilizzare ciò che sappiamo per ridurre ciò che possiamo perdere.
Dall’emergenza alla manutenzione
Occorre allora spostare almeno una parte del dibattito. Meno ricerca immediata di una spiegazione climatica per ogni singolo evento e maggiore attenzione alle condizioni nelle quali quell’evento incontra il territorio.
Manutenzione dei corsi d’acqua e delle reti di drenaggio, monitoraggio dei versanti, riduzione del consumo di suolo, recupero delle aree di espansione naturale dei fiumi dove possibile, controllo delle falde, aggiornamento delle mappe di pericolosità e rischio, interventi sulle infrastrutture costiere più esposte e pianificazione urbanistica coerente con geologia e geomorfologia non producono immagini spettacolari.
Producono, però, sicurezza. E hanno un’altra caratteristica fondamentale: sono utili indipendentemente dall’attribuzione climatica del singolo evento. Se in futuro alcune tipologie di eventi estremi aumenteranno, un territorio meno vulnerabile sarà più preparato ad affrontarle. Se in una determinata area frequenza e intensità non aumenteranno, gli stessi interventi continueranno comunque a proteggerla dai fenomeni che appartengono da sempre alla sua storia naturale.
Misurare il clima, conoscere il territorio
È forse questo il passaggio più concreto che possiamo ricavare anche dal confronto sui dataset climatici. I dati servono a capire se e come cambia il clima. La geologia, l’idrologia e la geomorfologia servono a capire come può rispondere il territorio. La prevenzione serve a impedire, per quanto possibile, che quella risposta si trasformi in disastro.
Occorre quindi misurare il clima senza allarmismi ma anche senza sottovalutazioni, distinguendo ciò che i dati dimostrano da ciò che ancora richiede approfondimenti.
Nel frattempo, però, esiste una parte del rischio sulla quale non abbiamo bisogno di aspettare nuovi dataset: conosciamo molte delle nostre fragilità, sappiamo dove sono localizzate e disponiamo di strumenti sempre più efficaci per monitorarle e ridurle. Continuare a chiamare “emergenza” ciò che conosciamo da decenni rischia di diventare il modo più semplice per rinviare la prevenzione.
Il clima si misura. Il territorio si conosce, si mantiene e si mette in sicurezza.