TRANSIZIONE ENERGETICA
Un po’ abbiamo contribuito anche noi dell’Astrolabio e degli Amici della Terra all’approvazione della legge delega sul nucleare, sostenendo, due anni fa, la proposta di iniziativa popolare insieme a Calenda e ad altre associazioni. Per questo siamo contenti e ci auguriamo di passare velocemente a un programma per la realizzazione degli impianti. Per l’occasione, l’editoriale lo abbiamo affidato ad un autore capace di riassumere in poche righe le risposte più evidenti e convincenti alle paure e alle pigrizie intellettuali che ancora circolano. Ed è anche un modo per ricordare suo padre Umberto Minopoli che ci aiutò a ragionare e a cambiare la nostra posizione storica.
In Copertina: Foto Vecteezy - Michelangelo Orlandi
Il 23 settembre 2026 il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sul nucleare, poi promulgata come legge n. 169 del 29 settembre. E viene da dire: finalmente.
Finalmente cominceremo a produrre in casa l’energia nucleare…che usiamo già: secondo Terna, nel 2025 l’Italia ha importato 51,8 TWh di elettricità e ne ha esportati 4,9, con un saldo netto dall’estero di 46,9 TWh, pari a circa il 15% dei 312,2 TWh consumati nel Paese. Più della metà di quel saldo netto, 26,2 TWh, è arrivato dalla Francia. E secondo RTE, il gestore della rete elettrica francese, nel 2025 i 57 reattori del Paese hanno prodotto 373 TWh, pari al 68,1% dell’intera produzione elettrica nazionale. La centrale di Bugey, con quattro reattori operativi, si trova a soli 120 chilometri in linea d’aria dal territorio italiano.
È uno dei massimi capolavori del nostro Paese: il “”rischio””, se ne esiste davvero una minima percentuale, è ancora ben presente, e agli altri abbiamo lasciato gli impianti, gli investimenti, i posti di lavoro e le competenze industriali. Il risultato? Nel 2025 un megawattora sul mercato elettrico all’ingrosso è costato in media circa 116 euro in Italia e 61,1 in Francia.
La beffa è doppia, se si pensa che questa storia del nucleare ha visto a Roma uno dei suoi più importanti sviluppi. Nell'ottobre del 1934, in via Panisperna, Enrico Fermi e i suoi ragazzi scoprono che i neutroni, rallentati dall'acqua o dalla paraffina, vengono catturati dai nuclei molto più facilmente. Sembra un dettaglio da laboratorio: è il principio su cui funziona ancora oggi la grande maggioranza dei reattori. Nel 1938 Fermi ritira il Nobel a Stoccolma e da lì prosegue per gli Stati Uniti: sua moglie Laura è ebrea, in Italia sono appena entrate in vigore le leggi razziali. Quattro anni dopo, a Chicago, guida il gruppo che realizza la prima reazione a catena controllata della storia.
Fermi se n'è andato, il vantaggio no: nel 1966 l'Italia è il terzo produttore mondiale di energia nucleare, dietro Stati Uniti e Regno Unito. Poi decide che è meglio comprarla dagli altri. Per ben due volte: nel 1987, in conseguenza di Chernobyl, e nel 2011, tre mesi dopo Fukushima. Due referendum celebrati nel pieno dell’impatto emotivo provocato da due incidenti nucleari, raccontati male e compresi peggio.
A Chernobyl, il peggiore incidente nucleare della storia, avvenuto in un reattore sovietico privo di un edificio di contenimento paragonabile a quelli occidentali, il Chernobyl Forum delle Nazioni Unite attribuiva direttamente alle radiazioni meno di 50 decessi già osservati e stimava fino a circa 4.000 morti aggiuntivi nel corso della vita tra i gruppi maggiormente esposti. Una tragedia, vero? Le fonti fossili ne provocano molti di più ogni anno, in totale silenzio.
A Fukushima terremoto e tsunami hanno ucciso più di 18.000 persone. Ma nessuna morte causata dal nucleare. Per il comitato scientifico delle Nazioni Unite, tra la popolazione non sono stati documentati effetti sanitari attribuibili all’esposizione radiologica dell’incidente.
Grazie a questi dati, Our World in data attesta che per ogni terawattora prodotto il carbone provoca circa 24,6 morti, il gas 2,8, il nucleare 0,03: come eolico e solare, ottocento volte meno del carbone. E in quel calcolo Chernobyl e Fukushima sono già compresi.
Oltre al tema relativo alla sicurezza, oggi viene sollevato quello delle scorie: “Dove le mettiamo?”
Bella domanda. Ma le scorie radioattive, anche quelle, esistono già in Italia: secondo l’inventario ISIN, sono attualmente presenti circa 33.800 metri cubi di rifiuti radioattivi, provenienti dalle vecchie centrali, dal loro smantellamento, dagli ospedali, dall’industria e dalla ricerca.
Il Deposito Nazionale è progettato per gestire nel tempo circa 95.000 metri cubi di rifiuti, considerando anche quelli che verranno prodotti nei prossimi decenni. È previsto da una legge del 2010, le aree individuate come idonee sono 51 in sei regioni. Ma se dopo quindici anni non ne abbiamo scelta una, questo non è un argomento contro il nucleare. È un argomento contro di noi.
Se ciò non bastasse, in Finlandia il deposito geologico di Onkalo, scavato a oltre quattrocento metri nel granito, ha ricevuto nell’agosto 2026 il parere favorevole dell’autorità di sicurezza e attende la licenza del governo. La Svezia ha avviato la realizzazione del proprio deposito. La Francia sta portando avanti l’iter autorizzativo del progetto Cigéo.
Andrebbe aggiunto che perfino le dimensioni reali del problema sono spesso diverse da quelle percepite. Un grande reattore da un gigawatt produce ogni anno appena 25-30 tonnellate di combustibile esaurito, e i reattori moderni, grazie a un utilizzo più efficiente del combustibile, ne producono meno per ogni unità di elettricità generata rispetto alle generazioni precedenti. La stragrande maggioranza dei rifiuti radioattivi è inoltre a bassa o media attività: nei Paesi che riprocessano il combustibile, come la Francia, i rifiuti classificati ad alta attività rappresentano appena lo 0,2% del volume complessivo.
Resta la sicurezza, su cui la disinformazione è tanta e raramente disinteressata. Giuseppe Zollino, professore associato all’Università di Padova, titolare del corso di Nuclear Fission and Fusion Plants e direttore del Centro Ricerche Fusione dell’Ateneo, la mette così: “Io ho tre figli e non avrei alcuna difficoltà a vivere nei pressi di una centrale nucleare moderna”. Non è una spacconata. Per i nuovi reattori, diversi standard e autorità di sicurezza fissano obiettivi probabilistici estremamente severi: per gli incidenti capaci di provocare grandi rilasci radioattivi si parla di frequenze dell’ordine di un caso ogni milione di reattori-anno, o inferiori.
E gli attentati, i bombardamenti? I moderni progetti occidentali prevedono edifici di contenimento in cemento armato e requisiti di sicurezza che contemplano anche eventi estremi, compreso l’impatto di grandi aeromobili.
Ma c’è un dato forse più eloquente dei calcoli: Zaporizhzhia. Sei reattori, la più grande centrale nucleare d’Europa, da oltre quattro anni sulla linea del fronte. Colpita da droni, circondata da combattimenti, sottoposta a ripetute interruzioni delle linee elettriche e rimasta completamente senza alimentazione esterna almeno ventisei volte dall’inizio della guerra.
L’AIEA continua a definire la situazione profondamente preoccupante, ed è giusto che lo faccia. Tuttavia: rilasci radiologici significativi dai reattori? Nessuno. La diga di Kakhovka, poco più a valle, nel 2023 è saltata davvero.
Dopo quarant’anni, forse è finalmente arrivato il momento di parlare di energia nucleare tramite i numeri, invece che tramite le sensazioni.
E se nel frattempo la luce resta accesa, non ringraziate le intermittenti rinnovabili. Ringraziate il nucleare italiano, prodotto dagli altri.
*Carlo Minopoli è consulente in politiche pubbliche e finanza agevolata