Oggi:

2022-07-06 20:36

Coltivare la Palma e Conservare la Foresta. Si Può Fare

COLTURE STRATEGICHE E CONSUMO CONSAPEVOLE

di: 
Carlotta Basili

L’Organizzazione dell’olio di palma sostenibile rappresenta un’esperienza di grande valore economico, culturale e politico che, in Italia, ha coinvolto con successo gli utilizzatori e i distributori. Un’esperienza da sostenere, ora che l’olio di palma diventa il più probabile e competitivo sostituto dell’olio di girasole, le cui culture in Ucraina sono messe a rischio dalla guerra.

 

A causa dell’invasione russa in Ucraina, che ha compromesso la coltivazione di girasoli e la loro lavorazione in questi paesi, l’olio di girasole verrà a mancare e l’olio di palma si presenta come possibile sostituto.

 

La guerra e gli oli vegetali

L’Ucraina, infatti, secondo i dati dell’Osservatorio della Complessità Economica (OEC, Observatory of Economic Complexity, una piattaforma di visualizzazione e distribuzione di dati online incentrata sulla geografia e sulla dinamica delle attività economiche), provvedeva nel 2020 alla produzione del 52% dell’olio di girasole al livello globale, mentre la Russia al 20%. La guerra ha comportato la sospensione della coltivazione dei girasoli, della lavorazione dei semi e della produzione di olio, mettendo in forse la semina per la prossima stagione.

La mancanza di questa materia prima porterà gli utilizzatori a compiere delle scelte di sostituzione che potrebbero ricadere proprio sull’olio di palma, l’olio vegetale più prodotto a livello globale (rappresenta il 35% della produzione mondiale nel 2018 secondo i dati FAOSTAT). Fra le qualità di questo prodotto che giustificano questa diffusione ci sono l’elevata produttività della palma da olio (fino a 10 volte superiore a quella di altri oli) e tutte quelle caratteristiche chimico-fisiche che lo rendono un ingrediente particolarmente adatto per l’industria alimentare.

 

Olio di palma, dal danno alla risorsa sostenibile

L’aumento della produzione di olio di palma dei decenni passati, però, ha provocato gravi danni alle foreste e alle torbiere, minacciando la biodiversità di questi ecosistemi ed è stato causa anche di episodi di violazione dei diritti umani. A seguito di queste vicende, una campagna ambientalista internazionale particolarmente aggressiva ha comportato una demonizzazione degli usi più visibili dell’olio di palma spingendo molti utilizzatori, soprattutto in Europa, ad utilizzare oli alternativi nei propri prodotti stampando sulle etichette il claim “senza olio di palma”.

Questo boicottaggio ha avuto due effetti, uno positivo ed uno negativo. È stato, in principio, uno stimolo ad un cambiamento di rotta nella filiera dell’olio di palma, portando i diversi attori della filiera stessa ad organizzarsi e a cercare una soluzione alle problematiche sia ambientali che sociali che la produzione comportava. Il secondo, quello negativo, è che la demonizzazione ha portato ad un boicottaggio indistinto che non ha aumentato la consapevolezza dei consumatori, ma ha invece finito per penalizzare anche gli sforzi della filiera verso la sostenibilità.

La ricerca di soluzioni conduce, nel 2004, alla nascita della Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO), una organizzazione che riunisce produttori, distributori, rivenditori, investitori ed organizzazioni non governative e che definisce i principi e i criteri specifici per una produzione sostenibile e un utilizzo tracciabile dell’olio di palma certificato a livello globale. L’olio di palma certificato RSPO rispetta una serie di requisiti ambientali e sociali che si traducono in un impatto del 35% inferiore sul riscaldamento globale e 20% inferiore sulla perdita di biodiversità rispetto ai valori fatti registrare dalle produzioni convenzionali.

Attualmente oltre il 19% della produzione mondiale di olio di palma è certificata RSPO, garantendo quindi l’impegno dell’intera filiera, dai coltivatori, ai trasformatori fino ai commercianti, a preservare gli ecosistemi a rischio, a proteggere la biodiversità e a tutelare i diritti dei lavoratori e delle comunità locali. Grazie agli sforzi della filiera dell’olio di palma certificato si sono ottenuti dei risultati importanti: i dati mostrano infatti negli ultimi anni un calo nell’andamento della deforestazione in Indonesia e Malesia (da cui deriva l’86% della produzione mondiale di olio di palma).

L’adesione a protocolli di sostenibilità, come quello di RSPO, permette inoltre ai paesi produttori, per lo più paesi in via di sviluppo per i quali la produzione di olio di palma costituisce una fonte di ricchezza, di tradurre la crescita economica in migliori condizioni di vita, aumento dell’istruzione, riduzione delle diseguaglianze e nello sviluppo di un sistema agroindustriale più equo, responsabile e resiliente.

 

Successo degli utilizzatori sostenibili in Italia

Nel nostro paese questo processo di cambiamento ha avuto un grande successo: infatti, con oltre 230 soci, soprattutto nell’industria alimentare, l’Italia è il 5° paese al mondo e il 3° in Europa per numero di aziende associate a RSPO.

L’impegno italiano ad utilizzare olio di palma sostenibile è scaturito, nel 2015, nella nascita dell’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile (UIOPS). L’Unione, nata per iniziativa di associazioni di categoria aderenti a Confindustria e di aziende nazionali e internazionali attive in vari settori merceologici che utilizzano olio di palma, si pone gli obiettivi di promuove l’impiego esclusivo di olio di palma sostenibile da parte del sistema produttivo nazionale e di aumentare la consapevolezza dei consumatori riguardo la sostenibilità della filiera dell’olio di palma certificato, combattendo falsi miti e luoghi comuni.

Grazie al lavoro dell’Unione e agli impegni degli utilizzatori l’Italia ha raggiunto il 95% di olio di palma certificato sostenibile RSPO sul totale utilizzato, ma anche il restante 5% proviene da catene di approvvigionamento che rispondono alle politiche "No Deforestation, No Peat and No Exploitation", abbreviato in NDPE, ossia “No Deforestazione, No Torbiere, No Sfruttamento”, un impegno per il quale la palma ha fatto da apripista per molte altre produzioni agricole.

Di recente, questi aspetti sono stati evidenziati nel corso dell’evento organizzato da RSPO e l’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile in occasione della fiera Marca2022 e portate all’attenzione degli operatori della grande distribuzione e dei loro fornitori, a cui la fiera era dedicata.

 

L’esperienza da sostenere e replicare

Questi operatori, infatti, possono ricoprire un ruolo chiave per favorire una transizione completa verso la sostenibilità nella “value chain” dell’olio di palma sostenibile e alcuni, ad esempio Carrefour, si sono già mossi in questa direzione, prendendo impegni per garantire l’utilizzo di olio di palma certificato e sostenibile nei prodotti a Marca del Distributore (MDD).

In Italia, oltre agli utilizzatori di oli vegetali, ci sono anche altri attori attenti alla sostenibilità della filiera dell’olio di palma. All’evento, ad esempio, ha raccontato la propria esperienza Unigrà, che opera nel settore della trasformazione e vendita di oli e grassi alimentari destinati alla produzione alimentare: avvalendosi di strumenti di monitoraggio satellitare, l’azienda controlla che nelle piantagioni di provenienza siano garantite la tutela dell’ambiente (no deforestazioni), della biodiversità e dei diritti dei lavoratori.

L’esperienza dell’olio di palma è stata un esempio dei risultati che si possono ottenere in una filiera produttiva grazie a percorsi trasversali di sostenibilità e di tutela ambientale, guidati ed accompagnati dall’aumento della consapevolezza dei consumatori sulla diverse fasi di realizzazione di un prodotto e sulla tracciabilità delle materie prime.

Per rispondere a questa nuova attenzione dei consumatori, nuovi protocolli di certificazione sono nati per altre filiere produttive che hanno mercati mondiali importanti, che seguono così la strada tracciata dall’olio di palma. Lo sviluppo di queste politiche di sostenibilità nella varie filiere è importante perché getta le basi per un impegno comune a risolvere le problematiche ambientali, come la deforestazione. Infatti la coltivazione di palma da olio è responsabile solo del 5% della deforestazione mondiale, mentre valori molto più alti sono imputabili ad altre coltivazioni o all’allevamento.

L’invito dell’UIOPS e di RSPO ai retailer italiani ed ai loro fornitori è quello di approvvigionarsi in maniera responsabile, associandosi a RSPO e aderendo all’Unione, come strada maestra per porre fine alla deforestazione e limitare gli impatti ambientali e sociali della coltivazione della palma da olio.

Un invito riproposto anche dagli Amici della Terra che, a partire dall’esperienza dell’olio di palma, individuano l’opportunità per molte filiere produttive di proporsi in modo più trasparente ai consumatori, raccontando la verità dei propri prodotti attraverso dati che ne dimostrino la provenienza e attraverso  impegni concreti per la sostenibilità.