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2017-05-23 05:22

Il governo smentisce l’autorizzazione a nuove trivellazioni entro le 12 miglia marine

QUEL CHE C’È DA SAPERE

Il 3 aprile, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto 7 dicembre 2016 del ministero dello Sviluppo economico, che stabilisce “le modalità di conferimento dei titoli concessori unici, dei permessi di prospezione, di ricerca e delle concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nella terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale, nonché le modalità di esercizio delle attività nell’ambito degli stessi titoli minerari”.

Greenpeace ha accusato il governo di derogare, in questo modo, al divieto di nuovi pozzi e nuove piattaforme entro le 12 miglia, perché il meccanismo introdotto dal decreto “consente alle società petrolifere titolari di concessioni entro le 12 miglia dalla costa già rilasciate di modificare, e quindi ampliare, il loro programma di sviluppo originario per recuperare altre riserve esistenti, e dunque costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme”.

Il ministero ha smentito questa interpretazione, sostenendo che il provvedimento “non modifica in alcun modo le limitazioni per le attività consentite dal Codice Ambiente nelle aree marine comprese nelle 12 miglia dalla costa e dalle aree protette. Nel decreto, infatti, si regolamentano solamente le attività già consentite dalla legge all’interno di queste aree, e cioè le attività funzionali a garantire l’esercizio e il recupero delle riserve di idrocarburi accertate per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e salvaguardia ambientale.  Sono quindi escluse altre attività, quali in particolare quelle di sviluppo e coltivazione di eventuali nuovi giacimenti”.

La controversia riguarda l’art. 15 del decreto, che disciplina le “attività consentite all'interno del perimetro delle aree marine e costiere protette e nelle dodici miglia dal perimetro esterno di tali aree e dalle linee di costa nazionale”. In queste aree, “fermo restando il divieto di conferimento di nuovi titoli minerari”, sono consentite “le attività da svolgere nell’ambito dei titoli abilitativi già rilasciati, anche apportando modifiche   al programma lavori originariamente approvato, funzionali a garantire l’esercizio degli stessi, nonché consentire il recupero delle riserve accertate, per la durata di vita utile del giacimento e fino al completamento della coltivazione, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.

Il decreto prevede che possano essere autorizzate anche: “a) le attività funzionali alla coltivazione, fino ad esaurimento del giacimento, e all'esecuzione dei programmi di lavoro approvati in sede di conferimento o di proroga del titolo minerario, compresa lòa costruzione di infrastrutture e di opere di sviluppo e coltivazione necessarie all'esercizio; b) gli interventi sugli impianti esistenti, destinati al miglioramento degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientali”.

Per Greenpeace, ciò significa che “chi ha la concessione può farci sostanzialmente quello che vuole per tutta la vita utile del giacimento”, mentre secondo il ministero “la previsione di possibili modifiche dei programmi di lavoro è finalizzata unicamente a consentire sia interventi di manutenzione e aggiornamento delle infrastrutture, sia - al termine della coltivazione - la chiusura mineraria dei pozzi e la rimozione delle piattaforme. Queste attività, anche se non previste nel programma originario (caso, ad esempio, che si verifica per i piani di chiusura e ripristino), dovranno comunque essere sottoposte a iter approvativo e autorizzativo e conseguentemente a VIA. Non si tratta quindi di alcuna deregolamentazione, ma al contrario della fissazione di precise procedure di approvazione e autorizzazione dei programmi a garanzia della sicurezza e dell’ambiente, proprio nel rispetto del Codice Ambiente”.