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2020-12-05 14:53

Le Navi dei Veleni e Quelle della Plastica

CORSI E RICORSI DELLA STORIA DEI RIFIUTI

di: 
Giovani Barca* e Rosa Filippini**

Secondo l'Interpol, assistiamo ad un allarmante aumento del commercio illegale di plastica a livello globale. La decisione della Malesia di rimandare i rifiuti al mittente ci fa ricordare la Nigeria di tanti anni fa, le “navi dei veleni” e l’ipocrisia dei paesi ricchi che riemerge…

Foto di copertina: 1988 discarica di Koko. Foto degli Amici della Terra.

Un nuovo rapporto strategico INTERPOL sulla gestione globale dei rifiuti di plastica ha rilevato un allarmante aumento del commercio illegale e dell’inquinamento da plastica in tutto il mondo dal 2018.  La notizia recentemente ripresa da IMPEL (European Union Network for the Implementation and Enforcement of Enviromental Law) non è nuova ma desta sempre preoccupazione e pone numerosi interrogativi.

Le difficoltà nel trattamento e nel monitoraggio dell'eccedenza di rifiuti di plastica hanno aperto le porte alla criminalità opportunistica nel settore dei rifiuti di plastica, sia nel commercio illegale che nel trattamento illegale dei rifiuti.

Della questione ci eravamo occupati fin dal 2017 commentando i primi incendi dei depositi nel Lazio e nell’aprile del 2018 a conclusione dei lavori della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti allora presieduta dall’on. Alessandro Bratti.

Il rapporto di INTERPOL, intitolato “Analisi strategica sulle tendenze criminali emergenti nel mercato globale dei rifiuti di plastica da gennaio 2018, indica che c'è stato un notevole aumento negli ultimi due anni nelle spedizioni illegali di rifiuti, principalmente reindirizzate al Sud-Est asiatico attraverso più paesi di transito per mimetizzare l'origine della spedizione di rifiuti.

Altri risultati chiave riguardano l’aumento degli incendi di rifiuti e delle discariche illegali in Europa e Asia e l’aumento significativo dell'uso di documenti contraffatti e registrazioni fraudolente dei rifiuti, con casi di studio da ciascuno dei paesi che contribuiscono a illustrare la portata e la complessità del problema.

Sulla base di fonti aperte e di informazioni criminali provenienti da 40 paesi, il rapporto fornisce un quadro globale completo delle rotte emergenti del traffico e delle minacce della criminalità nel mercato dei rifiuti di plastica e raccomanda risposte concrete.

La relazione sottolinea il legame tra le reti criminali e le imprese di gestione autorizzate che vengono utilizzate come copertura per le operazioni illegali, con il ricorso alla criminalità finanziaria e alla falsificazione di documenti per lo svolgimento di operazioni globali.

Uno dei casi di studio della relazione riguarda l’assassinio del sindaco di una piccola città francese che aveva cercato di prevenire lo scarico illegale di rifiuti nella sua zona, illustra la posta in gioco del caso specifico e descrive le modalità della sua gestione violenta, tipiche della criminalità organizzata.

Lo scorso maggio, le autorità malesi hanno iniziato il processo di restituzione di quasi 4.000 tonnellate di rifiuti di plastica in 13 paesi, segno della determinazione del paese ad affrontare il commercio illegale di rifiuti di plastica. Questo caso di studio evidenzia l'ondata di rifiuti di plastica arrivati in Malesia, per lo più dall'Europa e dal Nord America, dal 2018, quando la Cina decise di chiudere le sue porte alle importazioni di plastica da riciclare o da smaltire nel tentativo di proteggere il proprio ambiente dall'inquinamento da plastica.

Il rapporto rileva che una cattiva gestione dei rifiuti di plastica danneggia l'ambiente, lasciando depositi di plastica e microplastiche sulla terra e nei fiumi e negli oceani di tutto il mondo. La plastica contribuisce anche al cambiamento climatico attraverso le emissioni di gas a effetto serra dalla produzione alla gestione dei rifiuti.

"L'inquinamento globale da plastica è una delle minacce ambientali più pervasive per il pianeta oggi, e la sua corretta regolamentazione e gestione è di fondamentale importanza per la sicurezza ambientale globale" ha dichiarato il presidente del comitato consultivo per la conformità e l'applicazione dell'ambiente di INTERPOL, Calum MacDonald, che è anche il direttore esecutivo della Scottish Environment Protection Agency (SEPA) ed ha aggiunto: “La relazione di INTERPOL individua l'urgente necessità di identificare e valutare come i criminali sfruttano nuove e preesistenti vulnerabilità del mercato, con un invito a rafforzare l'azione delle forze dell'ordine sia a livello di esportazione che di importazione".

Il tema è complesso e non può esser ridotto alla sola interdizione dei traffici illegali da parte delle forze di polizia ma, inevitabilmente, deve passare da un’assunzione di responsabilità da parte di cittadini e istituzioni che debbono fornire proposte concrete e pragmatiche per gestire i rifiuti plastici in casa propria. Anche la nostra DIA (Direzione Investigativa Antimafia) ha riconosciuto, nei suoi recenti rapporti, che uno dei motivi per i quali la criminalità prospera è quello della scarsa capacità del nostro sistema amministrativo/gestionale di programmare e realizzare gli impianti necessari chiudere il ciclo di gestione dei rifiuti.

Circa le dimensioni e le criticità del problema, ne avevamo parlato in occasione dell’emanazione della direttiva comunitaria sulle plastiche monouso nel luglio dello scorso anno. Già allora avevamo ribadito che non basta vietare ma che è indispensabile governare.

La vicenda della Malesia che intende restituire ai paesi ricchi rifiuti di plastica illegalmente conferiti in quel paese non può non far ricordare a chi da tempo si occupa di questioni ambientali lo scandalo delle “navi dei veleni”!

Alla fine degli anni ‘80, il nostro paese aveva ancora meno impianti di adesso per la gestione dei rifiuti speciali anche tossici e nocivi e ricorreva all’esportazione. Esportare nel Nord Europa, dove già allora erano presenti fior d’impianti, era costoso e, all’epoca, molti preferivano liberarsi dei rifiuti tramite imprese disinvolte che esportavano in Africa, dove i rifiuti venivano abbandonati senza alcuna garanzia di trattamento ambientale o precauzione di carattere sanitario e sociale.

In particolare, una cospicua partita di rifiuti tossici e nocivi (40.000 bidoni da 200 lt), prodotti da grandi compagnie nazionali per lo più ancora presenti nel nostro mercato, finì in un campo a Koko in Nigeria per tramite di faccendieri che in quella terra avevano entrature. Qualcosa andò storto, l’affare non ebbe completamente “buon fine” ed il governo Nigeriano si arrabbiò. Appena c’è ne fu l’occasione i Nigeriani sequestrarono in un loro porto la motonave Italiana Piave ed il suo equipaggio e pretesero, riuscendoci, che gli italiani si riprendessero i loro rifiuti.

1988 - Discarica di Koko. Sul fusto in primo piano (evidentemente riutilizzato per i rifiuti tossici da un carico della Cooperazione Italiana) è leggibile la scritta in italiano e in inglese: "Dono del governo italiano"Foto degli Amici della Terra.

Il Governo italiano incaricò Eni di noleggiare due navi che andarono a caricare i 40.000 bidoni per riportarseli in Europa, solo allora la motonave italiana ed il suo equipaggio furono lasciati liberi. Le due navi si chiamavano Karin B e Deep Sea Carrier, vagarono nell’Atlantico e nel Mediterraneo per mesi, nessun porto voleva lasciarle attraccare con il loro carico.

Alla fine, il governo Italiano, per la disponibilità di Toscana ed Emilia Romagna, riuscì a trovare un attracco sicuro in quel di Livorno dove i rifiuti furono sbarcati, classificati e avviati a smaltimento in Italia ed all’estero. Correva l’anno 1988/1989 i costi furono di circa 300 miliardi di vecchie lire … ci si sarebbero potuti fare due impianti!

Gli Amici della Terra ebbero un ruolo importante in quella vicenda. Prima, in piena estate 1988, con la denuncia pubblica dello scandalo e con la documentazione fotografica della discarica in terra nigeriana presso la stampa italiana e internazionale. Poi, con la presa di posizione netta in favore del rientro delle navi e della gestione doverosa di quel carico di rifiuti, in aperto contrasto con i sindacati dei portuali, i Verdi e le altre associazioni ambientaliste che, invece, organizzavano manifestazioni per il blocco dei porti italiani. Infine, col sostegno aperto ad un programma di governo della questione dei rifiuti – il Ministro per l’ambiente era Giorgio Ruffolo- che avrebbe dovuto portare ad una rete di impianti per una gestione responsabile e adeguata dei rifiuti prodotti in Italia.

Le cose poi – purtroppo – andarono diversamente sia per i rifiuti speciali che per gli urbani se siamo ancora qui a documentare incendi nei depositi di materiali da riciclare e traffici poco trasparenti verso paesi più poveri.

I paesi europei e gli altri paesi avanzati del pianeta dovrebbero essere meno ipocriti nel lasciar credere presso l’opinione pubblica che basta fare la raccolta differenziata per risolvere ogni problema. Se il mercato nazionale ed internazionale non è in grado di assorbire la plastica raccolta, occorre riconoscere apertamente il problema e trovare le soluzioni, invece di spostarlo in paesi lontani, allentando le maglie della legalità.

Inoltre, non è decente che la ricca Europa pretenda il ruolo di capofila nel contenimento dei gas climalteranti se continua ad esportare il pattume in paesi poveri o fragili.

Occorrerebbe cominciare a riconoscere che solo alcune plastiche sono veramente convenienti da riciclare, sia dal punto vista economico che ambientale. Se il Pet ha un mercato, ha senso raccoglierlo in forma differenziata anche all’uscio di ogni abitazione. Ma per quelle plastiche che non trovano utilizzo, non è serio sprecare denaro e sporcare l’aria per far finta di riciclarle e poi spedirle in Asia. Sarebbe meglio recuperare l’energia che contengono e produrre calore ed elettricità.

Molto più etico, molto meglio per l’ambiente e per il portafoglio.

 

*All’epoca dello scandalo delle “navi dei veleni” Giovanni Barca era responsabile dell’unità operativa che si occupava di rifiuti tossici e nocivi della Regione Toscana. Fu incaricato dall’Assessore Marcucci e dal Presidente Gianfranco Bartolini della direzione dei lavori delle operazioni di scarico delle navi a Livorno, di messa in sicurezza e avvio a smaltimento dei fusti che contenevano i rifiuti tossici recuperati dalla discarica di Koko.

 

** Rosa Filippini, nel 1988, era deputata del primo gruppo Verde alla Camera e membro della Direzione degli Amici della Terra, di cui allora era presidente Mario Signorino. La posizione decisa degli Amici della Terra in favore dell’attracco delle navi e di una gestione responsabile di tutti i rifiuti provocò la prima “frattura” sia fra i verdi che con le altre associazioni ambientaliste, già allora condizionati da atteggiamenti “Nimby”. L’episodio è narrato per esteso nel libro “Ecologia è Buongoverno” curato da Filippini per i tipi di Aracne editrice (2019)