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2019-09-16 06:29

La ripresa vuole efficienza

EFFICIENZA ENERGETICA

di: 
Rosa Filippini

Pubblichiamo l’intervento di Rosa Filippini in apertura della quinta Conferenza nazionale per l’efficienza energetica che si è tenuta a Roma il 27 e 28 novembre 2013. A partire da lunedì 9 dicembre, gli atti integrali della Conferenza saranno disponibili sul sito amicidellaterra.it

 

Gli esiti della COP 19 di Varsavia registrano una battuta d’arresto nel processo di definizione di un nuovo ciclo di politiche energetico-ambientali con obiettivi 2020-2030 e di strumenti che siano condivisi a livello globale. La forte crisi di molti Paesi europei, il rallentamento generale dell’economia, la rapida ridefinizione del mercato globale dell’energia pesano su questo processo. In particolare, per l’Unione Europea pesa l’approccio che ha portato a privilegiare l’intervento pubblico dal lato delle fonti rinnovabili con costi rilevanti e benefici deludenti.

L’Italia ha la possibilità di promuovere una svolta nell’impostazione delle politiche energetico-ambientali, sia europee che internazionali, che attribuisca un ruolo prioritario all’efficienza energetica, in coerenza con le analisi più autorevoli e condivise che ne evidenziano i benefici. Se il perseguimento degli obiettivi di efficienza energetica sarà correttamente impostato, come obiettivo di crescita della competitività del tessuto produttivo e di rilancio economico, potranno essere superate molte delle resistenze che oggi bloccano i negoziati per la definizione di obiettivi condivisi di riduzione globale delle emissioni climalteranti.

A livello nazionale è urgente raddrizzare la rotta delle politiche energetiche-ambientali vigenti, che sono state già corrette dagli ultimi governi ma in modo ambiguo e insufficiente. I loro effetti danneggiano le prospettive di ripresa dalla crisi e ostacolano persino il raggiungimento degli obiettivi al 2020 nel loro complesso. L’efficienza energetica è la chiave per far ripartire l’industria italiana con il piede giusto su un terreno a lei congeniale perché già praticato da anni e che riserva grandi margini di competitività per il futuro.

Di seguito sono elencate le proposte degli Amici della Terra per porre su basi solide il raggiungimento degli obiettivi al 2020 e la formulazione di nuovi ambiziosi obiettivi al 2030 di politica energetico-ambientale che risultino in accordo con una fase di ripresa economica basata sul consolidamento del tessuto produttivo, a partire da quello industriale:

1) Impostare il nuovo Piano nazionale di azione nazionale per l’efficienza energetica con obiettivi 2020 che siano fondati su indicatori di effettiva efficienza nei diversi settori di uso dell’energia.

Attivare tempestivamente una fase di consultazione sui contenuti del nuovo piano nazionale di Azione per l’efficienza energetica (che dovrà essere approvato entro aprile 2014) e un processo di concertazione con le parti sociali interessate di obiettivi di politica industriale che consenta un rilancio della competitività dell’industria basato su un nuovo ciclo di investimenti nel miglioramento dell’efficienza energetica e della qualità ambientale dei processi produttivi.

3)    Interrompere subito le aste per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche meno efficienti come l’eolico o le biomasse per la sola generazione elettrica; se già oggi il Governo si propone di attivare meccanismi parzialmente retroattivi per attenuare il costo degli incentivi già assegnati, innanzitutto occorre smettere di assegnarne di nuovi.

4)    Concentrare tutte le risorse residue disponibili in iniziative di sostegno alle rinnovabili termiche e all’efficienza energetica attraverso criteri fortemente selettivi.

5)    Privilegiare l’uso delle risorse dei fondi strutturali e dei piani di sviluppo rurale della programmazione 2014-2020 per la promozione delle rinnovabili termiche e dell’efficienza energetica.

6)    Nell’ambito dei fondi strutturali della programmazione 2014-2020, destinati alla politica industriale, dare priorità alle misure di sostegno che rispondano ai criteri di “aiuti di Stato per la tutela ambientale” secondo quanto previsto dalla specifica disciplina comunitaria[1]. Il regime degli “aiuti di Stato per la tutela ambientale” consente un’intensità di aiuto più elevata di quella consentita ordinariamente, nei costi per investimenti nei processi produttivi che abbiano requisiti superiori in termini di prestazioni energetico ambientali a quelli obbligatori secondo la normativa ambientale ed energetica ed è utilizzabile anche per le grandi imprese.

7)    Collegare i nuovi regimi tariffari dedicati alle imprese energivore a interventi qualificanti (sistemi di gestione ISO 50001) ed a investimenti nell’efficienza energetica dei processi produttivi.

Il Dossier sull’efficienza energetica, curato dall’Ufficio studi degli Amici della Terra, fornisce un esame critico dello stato di attuazione delle politiche energetico ambientali, contiene le valutazioni disponibili sull’efficacia e sull’efficienza delle diverse linee di intervento (rinnovabili elettriche, rinnovabili termiche ed efficienza energetica), considera le risorse presenti nell’industria italiana a partire dal patrimonio di conoscenze ed esperienze maturate storicamente nel campo dell’efficienza energetica.

In questa sintesi, sono ripresi i dati e i passaggi principali dell’analisi che sostiene le proposte avanzate.

Senza una revisione chiara delle politiche, non si raggiungeranno gli obiettivi 2020

In Italia, gli indicatori scelti dall’UE per valutare il conseguimento al 2012 dei tre obiettivi 2020, mostrano risultati da interpretare con attenzione per evitare facili compiacimenti.

Infatti:

  1. L’obiettivo 2010 di riduzione dei gas serra (-6,5% rispetto al 1990) è stato conseguito solo nel 2012, con due anni di ritardo, nonostante il calo di consumi dovuto alla crisi economica. Per poter conseguire il risultato di una riduzione del 20% al 2020 dovremmo, paradossalmente, augurarci che la crisi si aggravi perché la ripresa porterebbe con sè un aumento più o meno accentuato di consumi di energia e di emissioni di gas climalteranti.
  2. I consumi di energia primaria – l’indicatore scelto per l’efficienza energetica - hanno fatto registrare nel 2012 un livello che corrisponde ad una riduzione del 15% circa. Apparentemente sembrerebbe un ottimo risultato. Ma va ricordato che l’obiettivo di riduzione del 20%, in questo caso, non riguarda i livelli del 1990 (questa è la ragione per cui i due indicatori relativi a emissioni e consumi non hanno un andamento simile) ma quelli di uno scenario al 2020 senza interventi, elaborato nel 2007, prima cioè che si avvertissero gli effetti della crisi economica più grave dal secondo dopoguerra. L’andamento non è positivo come appare perchè l’indicatore del semplice calo dei consumi non è adeguato: si rischia di contrabbandare gli effetti negativi della crisi come risultato delle politiche di efficienza energetica. Sarebbe necessario adottare (e negoziare) nuovi obiettivi che prevedano una effettiva crescita dell’efficienza negli usi dell’energia e che orientino in modo chiaro verso investimenti nel patrimonio abitativo e nei processi produttivi capaci di produrre, insieme al raggiungimento degli obiettivi ambientali, anche risultati in termini ricchezza e competitività del Paese.
  3. La penetrazione delle fonti rinnovabili ha raggiunto nel 2012 circa il 12,5% dei consumi di energia con un anticipo di quattro anni rispetto al percorso indicato dal Piano per le rinnovabili (PAN), che prevedeva di arrivare al 17% nel 2020, obiettivo che la Strategia Energetica Nazionale (SEN) ha voluto rilanciare, fissando un valore del 20%. Nel 2013 si può prevedere che, alla luce degli ulteriori aumenti di consumi di fonti rinnovabili (FER) nel settore elettrico e termico e dell’ulteriore contrazione dei consumi complessivi, la penetrazione possa arrivare vicino al 14%.
  4. Se, oltre all’efficacia, vogliamo valutare anche l’efficienza delle politiche, questo risultato, fra tutti, è il più controverso e insidioso. Infatti, sappiamo che esso è dovuto in larga parte alle enormi risorse concentrate sulle rinnovabili elettriche. Nel 2012, la penetrazione delle rinnovabili nei consumi elettrici ha raggiunto il 27,5% e, verosimilmente, nel 2013 raggiungerà il 30%, superando quanto indicato dal PAN che prevedeva poco meno del 30% per il 2020. Purtroppo, con queste risorse sono state privilegiate installazioni non competitive e poco efficienti come le torri eoliche e le grandi estensioni di fotovoltaico. Per questo è presumibile che ora, finiti i soldi per nuovi incentivi, si arresti anche il loro tumultuoso sviluppo. Non finisce invece il peso degli incentivi già assegnati sulle bollette degli italiani con l’effetto di aumentare il costo dell’energia elettrica delle famiglie e delle imprese per i prossimi venti anni, proprio nel momento culminante della crisi economica. A questo va aggiunto che il debito assunto per queste installazioni non ha avuto ricadute significative sul tessuto industriale nazionale. Infine, anche senza entrare nel merito dei danni arrecati all’ambiente e al paesaggio, non possiamo non registrare che impianti di dimensioni industriali nelle zone collinari e montane del paese non hanno certo favorito le piccole ma promettenti imprese per lo sviluppo del turismo naturalistico.

La penetrazione delle rinnovabili termiche raggiungerà nel 2013 circa il 13%, anche in questo caso con un anticipo di quattro anni rispetto a quanto indicato dal PAN che stabilisce un obiettivo del 17% per il 2020. In questo caso la crescita è dovuta in larga parte all’adozione delle nuove statistiche che tengono finalmente conto del consumo di legna e dell’utilizzo di fonti rinnovabili attraverso le pompe di calore. Le rinnovabili termiche, che incidono sul principale aggregato di consumi energetici, quello del calore, sono state in realtà trascurate, penalizzando tecnologie in molti casi già competitive o con differenziali di costo limitati che possono essere superati anche con livelli di incentivazione ridotti. Inoltre la presenza dell’industria italiana è particolarmente significativa nelle filiere delle rinnovabili termiche. I nuovi strumenti di incentivazione messi in campo, come il conto energia termico, vanno nella direzione giusta, ma l’enorme potenziale delle rinnovabili termiche -sia in termini di minori costi per il conseguimento degli obiettivi che di effetti positivi per l’economia italiana- resta ancora trascurato.Fonte: elaborazione Amici della Terra su dati Eurostat

 

Una politica per l’efficienza, non contro, ma a favore dell’industria
Fin dalla prima edizione di questa Conferenza abbiamo tenuto a mettere in evidenza che, l’efficienza emergetica non è un terreno di competizione sconosciuto all’Italia. Nonostante gli ampi margini di miglioramento attualmente praticabili, il nostro paese e, in particolare, il suo comparto industriale si distinguono storicamente per una bassa intensità energetica a parità di valore aggiunto. L’analisi è confermata dal recente Rapporto IEA che evidenzia come l’Italia sia ancora tra i primi Paesi (seconda dopo UK) quanto ad “indice di produttività energetica” (inteso come PIL/TEP, su base 2005) nonostante tra il 2002 ed il 2012 non abbia compiuto progressi significativi.

Figura 2 - Sviluppo della produttività energetica per alcune nazioni della IEA

GDP per unità di TPES, 2002 – 2012 - Fonte IEA

climatiche, gli italiani generalmente lo ignorano e la politica non è in grado di trarne un vantaggio complessivo per il Paese.

Anche quest’anno, il nostro Dossier, basandosi su dati Istat e Banca d’Italia, ricava due figure inequivocabili sulla sostanziale riduzione dei consumi nel comparto industriale e sul corrispondente aumento del valore aggiunto.

Figura 3 – Intensità energetica nel settore industriale, 1971-2011 (tep/k€)

Fonte : Elaborazione Amici della Terra su dati Banca d'Italia e Istat 

Figura 4 - Valore aggiunto del settore industria (a prezzi concatenati al 2005)

Fonte: elaborazione Amici della Terra su dati Banca d'Italia e Istat 

Con tali presupposti, abbiamo voluto indagare sui risparmi conseguiti nel corso degli anni in tre comparti industriali particolarmente energivori (siderurgico, cementiero e cartario) che insieme rappresentano un terzo circa dei consumi finali di energia dell’industria. Prendendo spunto da una figura significativa del Rapporto IEA, che quantifica il risparmio di energia dovuto all’efficienza energetica nei paesi OCSE dagli anni 70 del secolo scorso ad oggi, abbiamo stimato i consumi di energia finale che i tre settori avrebbero avuto in assenza degli interventi di efficientamento energetico messi in atto negli anni. L’andamento del risparmio è stato elaborato prendendo a riferimento l’indice di consumo (Mtep/ton prodotta) del 1974: se esso fosse stato mantenuto, il consumo di energia oggi sarebbe di circa il 50% superiore a quello attuale.

Figura 5 - Consumi di energia evitati nei settori siderurgico, cartario e cementiero per effetto del miglioramento dell’efficienza energetica nei processi produttivi 1974-2011

Fonte : elaborazione Amici della Terra su dati Enerdata

Gli andamenti storici dei consumi confermano che il settore industriale nazionale ha attuato spontaneamente iniziative di efficientamento energetico a partire dagli anni ’70, in corrispondenza (a causa) della prima crisi petrolifera, quasi sempre a proprio onere, conseguendo livelli di consumo energetico estremamente performanti, già all’inizio degli anni ’80. Il fatto che il “trend” di efficienza energetica sia rallentato negli ultimi 10 – 20 anni, soprattutto in rapporto a quello di altri Paesi della UE, induce ad ulteriori riflessioni. Per un verso, l’anticipo degli investimenti incide sul trend successivo. Per altro verso si evidenzia la grave assenza di politiche capaci di valorizzare l’iniziativa spontanea, di creare le condizioni per la sua continuità e per il suo sviluppo qualitativo, di trasformarla in vantaggio competitivo per il sistema Paese, mettendolo in grado di promuovere le politiche europee e non di subirle.

Questa ricostruzione ci sembra confermata anche da una recente indagine del Politecnico di Milano (Energy Efficiency Report 2012); l’indagine stima che: solo il 22% delle imprese adotti un approccio strutturato alla “gestione dell’energia”; circa il 69% esegua misure essenziali e spesso “semiempiriche” di misura e controllo dei consumi energetici; quasi il 15% non abbia attivato alcun tipo di controllo. Pur considerando che questi risultati sono condizionati dalle dimensioni medio piccole della maggioranza delle imprese italiane, la situazione descritta è tipica dell’assenza di riferimenti autorevoli, di iniziative di formazione e informazione, di sostegni adeguati e di controlli puntuali, di una pubblica amministrazione efficiente. In una parola: di un’azione adeguata di governo.

Con ciò non intendiamo affatto sminuire l’importanza degli strumenti adottati in Italia anche in favore dell’industria, in particolare i Titoli di Efficienza energetica (TEE) di cui abbiamo illustrato gli effetti positivi in più occasioni. Tuttavia, un calcolo approssimativo delle risorse impegnate può aiutare a capire se l’impegno pubblico può essere considerato adeguato. Abbiamo stimato che il 40% del valore cumulato dei TEE emessi finora sia relativo ad iniziative nei settori industriali e ipotizzato un valore ponderato medio degli stessi di circa 80 €/TEE. Da queste stime indicative deriva che il controvalore economico destinato alle attività di efficientamento nel settore industriale tramite i TEE sia stato di poco inferiore ai 700 milioni di Euro in quasi 9 anni. La quindicesima parte, cioè, di quanto speso ogni anno in incentivi per le sole rinnovabili elettriche.

D’altra parte, siamo convinti che l’intervento pubblico di cui c’è maggiore necessità sia quello della coerenza e della semplificazione normativa. Anche per questo chiediamo scelte chiare e conseguenti che riconoscano e delimitino gli errori fatti senza innescare spirali perverse di false soluzioni. Ci riferiamo agli sconti sulle bollette delle industrie energivore, concessi per attenuare il danno alla competitività causato dal prezzo alto dell’energia ma che finiscono per scoraggiare gli interventi di efficienza energetica.

Nei prossimi anni, al settore industriale sarà affidato un ruolo rilevante per il perseguimento degli obiettivi di efficienza energetica. Ogni ulteriore intervento di efficientamento del settore comporterà una revisione e riprogettazione dei processi produttivi complessivamente migliorative delle prestazioni ambientali. Per questi motivi, il nuovo Piano d’azione nazionale per l’efficienza energetica può essere l’occasione per una svolta, innanzitutto di chiarezza.

La politica dovrà scegliere. Potrà affidarsi ancora una volta alle suggestioni del momento -ora va di moda la green economy- lasciando intendere che l’impresa da sostenere è quella futura, dall’attività non ancora precisata ma desiderabile e senza alcun impatto ambientale. Oppure potrà cogliere l’opportunità di risolvere alcuni problemi strutturali dell’industria che esiste veramente e che continua, nonostante la crisi, ad essere uno dei pilastri della nostra economia.

Se vogliamo sostenere la ripresa, evitando chiusure o delocalizzazioni, occorrono strategie industriali coerenti con obiettivi di qualità ambientale e scelte politiche che le favoriscano e che concentrino su di esse le risorse disponibili. Una simile politica deve potersi avvalere di tutti gli strumenti disponibili a partire da quelli messi in campo per conseguire gli obiettivi della politica climatica europea. Per questo ha bisogno di programmi concertati; deve essere trasparente, credibile, basata su una valutazione corretta di costi e benefici e deve evitare o correggere misure contraddittorie o controproducenti.