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2022-07-06 20:27

Il PiTESAI Non Supera il Tabù della Trivella Nazionale

GAS E PETROLIO NAZIONALI

di: 
Chicco Testa

Torniamo a parlare di sfruttamento domestico del gas naturale e, visto l’esito deludente del PiTESAI, lo facciamo con un editoriale di Chicco Testa, pubblicato da il Foglio nei giorni scorsi. L’autore mette in chiaro che, se l’indipendenza energetica torna ad essere un obiettivo irrinunciabile, essa non sarà certamente assicurata dalle fonti rinnovabili, capaci di incidere solo sul 20% dei consumi e a caro prezzo.

Sono encomiabili gli sforzi continui del Governo italiano (con l’aiuto di ENI) per trovare fonti alternative alla Russia per rifornirsi di gas (e di petrolio). Ma non bastano. Per due motivi. Perché i conti che si leggono sono improntati ad un certo ottimismo. Necessario, ma rischioso. E perché non riducono la nostra dipendenza dall’estero, conservando un fattore di rischio importante. 

Mancano invece, inspiegabilmente, all’appello risorse che sono interamente nelle nostre mani: il gas e il petrolio nazionali. Non sto parlando delle modeste quantità aggiuntive che sono state recentemente autorizzate all’interno di un quadro programmatico, il famigerato PITESAI, che pone vincoli di ogni genere. Vincoli che non esistono negli altri Paesi rivieraschi che infatti estraggono a tutto spiano.

Parlo dei milioni di barili e delle decine, forse centinaia, di miliardi di metri cubi di gas di cui si conosce l’esistenza, ma che non sono mai stati indagati a fondo e portati a sfruttamento. Per le note ragioni dovute al prevalere di una presunta cultura ambientalista fondata sui no e sulle idiosincrasie. È stato per altro ampiamente dimostrato come l’importazione di questi combustibili sia per nave che per tubo produca danni ambientali ben maggiori di quelli derivanti da estrazioni a km zero.

Né vale l’argomento secondo il quale ci vorrebbero diversi lustri per poterne avere la disponibilità.  Lo stesso argomento usato per l‘energia nucleare. Certo, se si pensa che l’attuale crisi sia transitoria e che passata ‘a nuttata tutto possa tornare come prima, be’ inutile affannarsi. Ma, se invece si punta seriamente su un buon livello di indipendenza energetica dell’Italia e dell’Europa, a medio termine non esistono molte strade alternative e fra pochi anni potremmo trovaci nella stessa situazione per altri motivi. Gli assetti geopolitici appaiono ormai come un terremoto lento ma continuo e ci riserverà ancora sorprese.

Certo la cosa non piace ai nemici dei combustibili fossili, o meglio a quelli che pensano che essi possano essere sostituiti nello spazio di un mattino. Narrazione buona per una certa politica fatta di desideri, ma ampiamente smentita dai fatti proprio in questi mesi. A meno di non volere innescare una recessione economica di tali dimensioni da creare irrimediabili fratture sociali e perdite irrecuperabili del tessuto produttivo.

Fra l’altro, come ricorda testardamente il Sindaco di Ravenna De Pascale, ancora disponiamo in Italia di eccellenze industriali in quel settore. Né mi pare che la Romagna sia mai stata penalizzata dalla sua doppia anima turistica e industriale.

Intanto se ne è andata a quel paese una delle promesse della transizione, l’equità. I più poveri stanno già pagando costi insostenibili.

Ma ci sono le rinnovabili! Certo, e vanno sicuramente potenziate. Ma, al massimo, ad esse può essere affidato il compito di ridurre la quota di gas (e di carbone) che serve per produrre energia elettrica. La quale, ricordiamolo, pesa però per solo il 20% dei consumi totali di energia. Il resto è gas e petrolio.

Anche solo raddoppiare questa quota di elettricità e produrla tutta con le rinnovabili rappresenta uno sforzo immane per il quale serviranno decenni e sul cui successo è lecito nutrire qualche timido dubbio. Senza contare i costi associati. E rimarrà comunque una parte consistente da soddisfare con i fossili.

Questo ci dicono i numeri, che si preferisce ignorare, ed il buon senso. Rinviare il ricorso alle risorse nazionali è un errore che pagheremo caro. Ma certo senza segnali chiari in quella direzione, il che significa mettere mano alla revisione di tutta la regolamentazione del settore, sarà difficile convincere le compagnie a tornare ad investire. La stessa ENI considera l’Italia più come un fattore di rischio e di grattacapi che come un’opportunità. Mi rendo conto che con una composizione della maggioranza con la quale si rischia una crisi di Governo per un inceneritore e per capricci infantili, questo proposta possa apparire velleitaria e fuori tempo. Il che non significa che non sia realistica.