Oggi:

2022-01-17 23:31

Aspettando PiTESAI

IL GAS NATURALE IN ITALIA

di: 
Pierluigi Vecchia* e Mario Doldi**

Gli autori tornano a dare un quadro delle informazioni sullo sfruttamento domestico del gas naturale, un argomento trattato a più riprese dall’Astrolabio e su cui gli Amici della Terra, negli anni, hanno dato informazioni approfondite e hanno preso posizioni chiare. Sperando che la pianificazione generale delle attività minerarie sul territorio nazionale (PiTESAI) sia sbloccata per davvero e contribuisca a calmierare almeno in parte il prezzo dell'energia.

Il gas naturale è al centro dell’attenzione per numerosi temi correlati: l’aumento dei costi al consumatore domestico e industriale, la necessità di ridurne le emissioni dirette in atmosfera, gli aspetti ambientali e tecnologici del suo utilizzo. Da diversi anni è viva la contrapposizione fra chi ne vuole l’abbandono immediato e chi lo ritiene indispensabile alla transizione energetica.

È indubbio che il gas naturale sia fra le fonti fossili (includendo quindi carbone e petrolio) quella che “inquina di meno”, ovvero quella che, nelle fasi della sua produzione e del suo uso, produce meno emissioni, così come è indubbio che l’attuale sistema sociale, economico, industriale, sia ancora profondamente legato al sistema energetico attuale. È inoltre indubbio che, ragionando di sistemi energetici dominati da fonti rinnovabili, sia necessario valutare le impronte ecologiche di tutte le tecnologie nella loro interezza, ovvero individuare i potenziali inquinamenti a partire dal reperimento delle materie prime, alla loro lavorazione, trasporto e installazione, fino al loro riciclo e smaltimento a fine vita. E questo deve essere valutato alla scala globale.

La Commissione Europea sta giungendo alla conclusione di circa quattro anni di lavoro per adottare una definizione univoca di quali attività economiche, e quali investimenti, possano definirsi sostenibili. Il perno del lavoro della Commissione europea attorno alla finanza sostenibile è proprio la tassonomia: «una guida pratica – scrive la Commissione – per politici, imprese e investitori su come investire in attività economiche che contribuiscano ad avere un’economia che non impatti negativamente sull’ambiente»; più nello specifico, individuare le attività economiche in grado di contribuire a raggiungere l’obiettivo emissioni zero entro il 2050 e i relativi criteri di selezione. Senza dimenticare che quando si parla di sostenibilità si devono necessariamente includere, oltre alla sfera ambientale, anche gli ambiti sociali ed economici. In questo ambito, oggetto di un intenso dibattito è l’inserimento del gas naturale (e del nucleare, ma questo è un capitolo a parte) all’interno delle attività economiche, e degli investimenti, sostenibili.

L’Italia sono alcuni anni che, con la Legge 12/2019, ha di fatto imposto una moratoria a tutte le nuove attività di ricerca e produzione di idrocarburi sul territorio italiano, incluso il mare, in attesa della redazione ed approvazione del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI). Ad oggi la moratoria è, di fatto, ancora in vigore anche se i termini sono formalmente scaduti e non è affatto chiaro quali saranno le scadenze temporali e le conseguenze su queste attività industriali. Ma, se vogliamo discutere sulla opportunità di bloccare definitivamente o riprendere, e come, tali attività, è importante cercare di capire quali sono le riserve di questa fonte energetica ancora presenti nel nostro sottosuolo.

Come si genera il gas naturale

Tralasciamo il petrolio, concentriamoci sul gas naturale e iniziamo con un breve cenno di geologia degli idrocarburi. Gli idrocarburi si generano attraverso un processo naturale lentissimo (dura decine e anche centinaia di milioni di anni) il cui punto di partenza sono gli organismi vegetali e animali che abitano i mari; alla loro morte, questi si depositano sui fondali marini, vengono seppelliti dai sedimenti che con il tempo si accumulano e subiscono un processo di decomposizione. La materia organica che si decompone, si dice “che matura”, viene sottoposta a pressioni e temperature notevoli, legate a loro volta al peso dei sedimenti sovrastanti e ai processi geologici connessi principalmente alla convergenza delle placche tettoniche. Determinate condizioni di pressione e temperatura, così come di tipologia della materia organica, possono portare a diversi stadi di “maturazione” che possono a loro volta generare gas e petrolio. Si tratta quindi di un processo naturale estremamente complesso e decisamente lungo, ben superiore alla scala dei tempi della vita umana, e per questo motivo tali fonti energetiche vengono definite “fossili” o “non rinnovabili”.

La geologia dell’Italia

L’Italia ha una storia geologica che ha favorito la generazione di idrocarburi: fra i paesi europei, siamo il paese più ricco di questa risorsa naturale dopo quelli che si affacciano sul Mare del Nord (Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Olanda), e la storia industriale del nostro Paese dimostra come nel passato siamo stati in grado di sviluppare conoscenza geologica e tecnologia più che adeguate alla loro produzione.

Da un punto di vista geologico, possiamo suddividere la penisola in diverse “provincie geo-petrolifere”, ognuna con una storia geologica comparabile, che ha permesso la maturazione e quindi la formazione di idrocarburi con caratteristiche diverse (Fig.1).

Fig. 1 – le “provincie geo-petrolifere” dell’Italia (modificato da Casero, 2004)

Qualche numero: le riserve in Italia e nel Mare Adriatico

Ma oggi, vale la pena pensare ancora a produrre gas naturale? Per rispondere a questa domanda ci aiutiamo con i dati ufficiali sulla produzione passata e sulla quantità di gas ancora presente nel nostro sottosuolo: l’Ufficio Nazionale Minerario Idrocarburi e Georisorse, ieri afferente al Ministero dello Sviluppo Economico e oggi al Ministero della Transizione Ecologica, pubblica periodicamente sul sito istituzionale (https://unmig.mise.gov.it/index.php/it/) diversi dati molto interessanti. Il territorio nazionale è suddiviso in “zone” (Fig.2), definite su base geografica e amministrativa ma anche, in qualche modo, geologica. In particolare, il mare territoriale è suddiviso in 6 “Zone marine”, alle quali si sovrappone una fascia di esclusione di 12 miglia marine ( = 22,2 km) dalla linea di costa e dai confini delle aree marine protette. In pratica, all’interno delle 12 miglia marine dalla costa e dai limiti delle aree protette marine è interdetta qualunque attività correlata all’esplorazione e produzione di idrocarburi.

Fig. 2 – le zone in cui è suddiviso il mare territoriale italiano, sovrapposte alla linea delle 12 miglia marine dalla costa e dalle aree marine protette (in blu) all’interno della quale è interdetta qualunque attività di esplorazione e produzione di idrocarburi

Definito ciò, un primo dato utile è quello relativo alla produzione storica in Italia: negli ultimi decenni del secolo scorso la produzione di gas naturale aveva stabilmente raggiunto e superato i 20 miliardi di metri cubi di gas naturale estratto ogni anno: l’attività ferveva, principalmente concentrata nei mari (off-shore), in Adriatico in primordine e secondariamente nell’offshore siciliano. A partire dall’inizio di questo secolo la produzione declina, fino a raggiungere gli attuali valori di circa 2 miliardi di metri cubi l’anno (Fig.3).

Presi i dati così come sono, sembrerebbe che tale diminuzione sia legata principalmente ad una diminuzione delle riserve disponibili nel sottosuolo. Ma non è così ovvio. Infatti, è proprio in questi anni che i ripetuti e spesso contrastanti cambiamenti dell’assetto normativo, conseguenza delle esigenze di maggiore sicurezza delle attività e di maggiore coinvolgimento delle comunità locali, hanno come conseguenza una maggiore difficoltà degli operatori nel pianificare le attività. Non si vuole mettere in discussione tali esigenze, ma la realtà è che è drasticamente aumentata l’incertezza del diritto e dei tempi per gli operatori, per i quali sono conseguentemente aumentati i rischi propri legati agli ingenti investimenti necessari.

Fig.3 – serie storica della produzione di gas naturale in Italia; elaborazione da DGS-UNMIGdatabook 2020 (per il periodo 1999-2019). Per l’anno 2020 il dato è ricavato da https://unmig.mise.gov.it/index.php/it/dati/ricerca-e-coltivazione-di-idrocarburi

 

A riprova di ciò che si sta affermando, un ulteriore dato che deve essere considerato sono proprio le riserve, ovvero: quanto gas è conosciuto ancora presente nel sottosuolo? Sempre l’UNMIG ci evidenzia come, se da una parte è ovvio che il gas naturale è una fonte non-rinnovabile e, quindi, prima o poi si esaurirà, dall’altra a) le attività di ricerca permettono di fare nuove scoperte b) le riserve stimate nel nostro sottosuolo sono ancora ingenti.

 

Per poter leggere correttamente la Fig.4 è necessario introdurre i concetti alla base della classificazione delle riserve:

 

  • Le riserve certe rappresentano le quantità stimate di idrocarburi che, sulla base dei dati geologici e di ingegneria di giacimento disponibili, potranno, con ragionevole certezza (probabilità maggiore del 90%) essere commercialmente prodotte nelle condizioni tecniche, contrattuali, economiche ed operative esistenti al momento considerato.
  • Le riserve probabili rappresentano le quantità di idrocarburi che, sulla base dei dati geologici e di ingegneria dei giacimenti disponibili, potranno essere recuperate con ragionevole probabilità (maggiore del 50%) in base alle condizioni tecniche contrattuali, economiche ed operative esistenti al momento considerato; gli elementi di incertezza residua possono riguardare l’estensione o altre caratteristiche del giacimento (rischio minerario), l’economicità (alle condizioni del progetto di sviluppo), l’esistenza o adeguatezza del sistema di trasporto degli idrocarburi e/o del mercato di vendita.
  • Le riserve possibili sono le quantità di idrocarburi che si stima di poter recuperare con un grado di probabilità decisamente più contenuto (molto minore del 50%) rispetto a quello delle riserve probabili, ovvero che presentano grado di economicità inferiore rispetto al limite stabilito.

Fig.4 – riserve di gas naturale attualmente presenti nel sottosuolo italiano

Fig.5 – variazione e rivalutazione delle riserve di gas naturale in Italia.*La rivalutazione è conseguenza di: a) eventuali nuove scoperte; b) una verifica dei dati disponibili e quindi una maggiore conoscenza dei giacimenti e delle riserve in essi contenute

Per i giacimenti già conosciuti nel solo Adriatico, le stime più recenti evidenziano la possibilità, nel caso di uno sblocco delle attività e quindi con nuovi investimenti, di incrementare la produzione di gas naturale dagli attuali 2,2 a circa 5,7 miliardi di metri cubi l’anno.

Certo, è poco rispetto ai circa 60-70 miliardi di metri cubi di gas naturale che consumiamo ogni anno, ma con effetti decisamente benefici. Sarebbe infatti un modo concreto per contribuire alla sostenibilità della necessaria transizione energetica che abbiamo intrapreso: sostenibilità in termini ambientali (produrre gas a km zero diminuisce gli impatti ambientali derivanti dalla necessità di trasportare dall’estero la risorsa; si pensi che stime recenti evidenziano un incremento delle emissioni del 30% circa nel caso di importazione di gas naturale in Italia), sociali (diverse migliaia di posti di lavoro persi negli ultimi anni anche in questo settore verrebbero recuperati) ed economici (il gas prodotto a km zero costa molto di meno, e questo equivarrebbe ad un risparmio di circa 3-4 miliardi di € all’anno sulla bolletta energetica di circa 40-50 miliardi di € che ogni anno paghiamo per importare il gas naturale).

Il fronte del No

Come abbiamo visto, il Mare Adriatico è tutt’oggi l’area italiana, fra la terraferma e il mare, più ricca di riserve di gas naturale. È inoltre l’area nella quale sono presenti più piattaforme dalle quali, con una opportuna ripresa degli investimenti, si potrebbe incrementare la produzione di questa risorsa.

Però, questa prospettiva deve fare i conti con il no secco delle comunità rivierasche che si affacciano sul mar Adriatico. Lo vediamo in occasione della VIA positiva rilasciata all’inizio di questo anno dal Ministero della Transizione ecologica, per una decina di progetti legati allo sviluppo e sfruttamento dei giacimenti nazionali, offshore e onshore, in prevalenza di gas naturale. Dal Veneto fino all’Abruzzo, infatti, è tutto un pullulare di proteste “No Triv” da parte di comitati, associazioni, Enti locali e Sindaci.

Si pone dunque il problema serio e decisivo legato all’accettabilità sociale dei menzionati progetti e di quelli futuri, per lo sfruttamento dei giacimenti di gas metano nel mar Adriatico. Una questione annosa, che però può trovare uno sbocco positivo nella capacità delle imprese proponenti di avviare sul territorio nuove modalità inclusive di dialogo e di condivisione con gli attori locali. Considerando il fatto che sempre più cittadini e gruppi sociali, chiedono di essere coinvolti sulle scelte che riguardano il territorio in cui vivono.   È un’aspettativa di tipo partecipativo che, se non soddisfatta, si trasforma in pura e semplice opposizione. Col rischio di saldarsi con le battaglie dei movimenti di protesta organizzata.

Allora che fare? Avviare al più presto l’ascolto dei vari stakeholder, non solo con le autorità locali, ma anche con le comunità rivierasche, i settori economici di pesca, turismo e agricoltura, i media locali, ecc …, per comprendere meglio le ragioni alla base del netto rifiuto. E alla luce di ciò, verificare la possibilità di individuare congiuntamente soluzioni, anche creative, che rispondano alle istanze maggiormente sentite dei vari portatori d’interesse. Per costruire un consenso più largo possibile e dar vita a soluzioni vantaggiose per tutti e sostenibili socialmente.

 

*Geologo

**Consulente