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2017-05-25 16:34

Mission Impossible?

FINANZIARE LA DECARBONIZZAZIONE NEI PVS

di: 
Giovannangelo Montecchi Palazzi

Gli impegni volontari per la de carbonizzazione assunti a Parigi dai Paesi in Via di Sviluppo rappresentano un passo importante per il controllo globale delle emissioni e una tappa dello sforzo per dotare le popolazioni che ne sono ancora prive di un equo accesso all’energia. La difficoltà per la loro realizzazione non sarà tanto tecnica quanto finanziaria.

Grande merito della COP 21 di Parigi è aver fatto sì che i PVS – Paesi in Via di Sviluppo, in precedenza esentati da qualsiasi obbligo di riduzione di emissioni di gas a effetto serra, assumessero degli impegni, sia pur volontari: i cosiddetti NDCs - Nationally Determined Commitments.

Gli NDCs non prevedono sanzioni in caso di inadempimento e, allo stato attuale, neppure verifiche indipendenti. Tuttavia, pur con tali seri limiti, rappresentano uno sviluppo determinante perché senza il coinvolgimento dei PVS qualsiasi sforzo di decarbonizzazione globale sarebbe inane.

I PVS sono, infatti, responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali di CO2. E mentre le emissioni dei Paesi sviluppati nel loro insieme sono stazionarie o in contrazione, quelle dei Paesi emergenti sono in continuo aumento per gli effetti combinati dell’aumento della popolazione [1], dei bassi consumi di partenza [2] e dello sviluppo economico [3] perlopiù accompagnato da una bassa efficienza energetica.

A tali fattori si aggiunge il “carbon leakage”, conseguenza del trasferimento di produzioni e delle conseguenti emissioni di CO2 dai Paesi sviluppati verso i “Paradisi  emissivi”, i Paesi ove le normative ambientali sono meno stringenti o non lo sono affatto.  Un fenomeno difficile da misurare, ma certamente rilevante [4].

Intervenire sulla demografia per ridurre le emissioni è impensabile così come, per evidenti ragioni di giustizia distributiva, non è neppure pensabile privare gran parte degli abitanti del pianeta di un equo accesso all’energia, componente essenziale di ogni sviluppo socio-economico [5]. Dunque, atteso che i PVSpotranno tener fede ai rispettivi NDCs soltanto mediante un deciso miglioramento della loro efficienza energetica, è essenziale e legittimo chiedersi come potranno farlo.

Ad avviso di chi scrive la difficoltà non sarà tanto tecnica quanto finanziaria.  Non mancano, infatti, tecnologie note e pratiche efficaci trasferibili senza difficoltà nei PVS [6]. Inoltre è altamente probabile che nel prossimo futuro nuovi contributi verranno dalla ricerca e da tecnologie in fase sperimentale oppure note ma ancora economicamente troppo onerose, come la CCS – Carbon Capture and Sequestration.

Meno rassicuranti appaiono, invece, le prospettive finanziarie e non soltanto nei PVS.  Come riportato in un articolo precedente [7] le stime degli investimenti necessari sono, infatti, estremamente elevate. Elevate al punto che Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra e Presidente del Financial Stability Board, in una conferenza tenuta lo scorso settembre, ha manifestato l’opinione che i cambiamenti climatici potrebbero giungere a costituire una minaccia per la stabilità finanziaria internazionale.  Per combatterli, nei soli PVS, potrebbero rendersi necessari investimenti fino a 1.000 miliardi di dollari l’anno [8]

Si tratta di stime di larga massima e come tali vanno prese, ma non si può non rilevare come 1.000 miliardi l’anno superino di un ordine di grandezza i 100 miliardi annui che, in sede di COP 21, i Paesi avanzati si sono impegnati a fornire ai PVS entro il 2020.

Per una migliore valutazione della sfida implicita è necessario svolgere alcune considerazioni.

In primo luogo, che si debba intendere per PVS.  L’elenco dei PVS stilato dall’OCSE e dalla Banca Mondiale comprende ben 145 Stati su 194 membri delle NU e 190 partecipanti alla COP 21.   Di questi, 57 rientrano nella categoria “upper middle income” che prevede un PIL “pro capite” annuo compreso tra $ 4.126 e $ 12.745.  Tra di loro figurano Stati come Argentina, Cile, Cina, Iran, Kazakhstan, Messico, Panama, Tailandia, Turchia che sono in grado di autofinanziarsi o di sopportare l’onere di prestiti che non siano agevolati.  Una possibilità che già diventa problematica, per ragioni di priorità socio-economiche ancor prima che di sostenibilità finanziaria, per i 36 Stati classificati come “lover middle income” aventi un reddito pro capite annuo compreso tra 1.046 e 4.125 dollari.  In questa categoria seconda categoria rientrano Paesi popolosi e forti emettitori di CO2 come India, Indonesia, Egitto, Ucraina, Viet Nam.  Infine è da escludere che i rimanenti 52 Stati aventi un reddito annuo pro capite inferiore a 1.045 dollari vogliano e possano investire in decarbonizzazione a meno che non fruiscano di finanziamenti a condizioni di APS – Assistenza Pubblica allo Sviluppo, cioè di doni o crediti a condizioni iper-agevolate [9] concessi dai Paesi avanzati o da istituzioni finanziarie multilaterali.

In proposito, va osservato che l’impegno assunto dai Paesi avanzati in sede di COP21 non è un impegno di APS.  Comprende, infatti, finanziamenti pubblici bilaterali emultilaterali di varia natura, crediti all’esportazione e co-finanziamenti di privati. Secondo stime preliminari dell’OCSE, ad oggi si è raggiunta la cifra di circa 72 miliardi di dollari, di cui 57 da fonti multilaterali e bilaterali e 15 da privati.

A complicare la quantificazione della destinazione settoriale dei finanziamenti ai PVS si è poi venuta a creare una sovrapposizione, una sorta vasta di zona grigia, tra assistenza allo sviluppo intesa nel senso più tradizionale ed assistenza ambientale. La Conferenza di Addis Abeba sulla finanza per lo sviluppo e le NU hanno posto l’accento sullo sviluppo sostenibile e nella “Agenda 2030” hanno stabilito 17 obiettivi, denominati SDGs – Sustainable Development Goals, a loro volta articolati in ben 169 sotto-obiettivi, denominati “targets”.In tale contesto individuare quali finanziamenti finanzino esattamente cosa diventa arduo.

Con le cautele del caso il “Joint report on multilateral development banks” 2015 di “Climate Finance” stima in 25 miliardi di dollari i finanziamenti delle MDBs – Multilateral Development Banks finalizzati al clima, di cui il 75% sotto forma di crediti e il 6% di doni.  A detti interventi vanno sommati cofinanziamenti da altre fonti per £ 55,7 miliardi. Ma è pressoché impossibile determinare quanta parte di dette somme sia stata destinata alla decarbonizzazione e quanta sia stata effettivamente erogata.

Per inciso, è opportuno ricordare che l’UNCTAD stima che per attuare le SDGs sarebbero necessari dai 5.000 ai 7.000 miliardi di dollari l’anno.

Comunque si esaminino le cifre sopra riportate, è evidente che esiste un divario di un ordine di grandezza tra bisogni e disponibilità finanziarie.  Sarebbe quindi necessario un salto quantitativo.

Da varie parti è stato fatto riferimento alle risorse finanziarie globali che secondo l’UNCTAD ammontano a circa 300.000 miliardi di dollari, pari a circa quattro volte il PIL mondiale a valori correnti, mentre il “Green Finance Study Group” del G20, considerando i soli fondi amministrati da investitori istituzionali, ha fornito la stima di 100.000 miliardi [10].

Come canalizzare tali risorse ai fini dello sviluppo sostenibile e in particolare della decarbonizzazione?

La tesi di alcuni autori [11] è che, nella situazione attuale di bassi tassi di interesse, di incertezza e di volatilità dei mercati detta liquidità possa essere attratta e canalizzata a fini ambientali attraverso strumenti finanziari “cross border” grazie, in definitiva, a forme di sostegno di natura pubblica.  Inoltre, in una fase di bassa crescita come l’attuale, un forte aumento degli investimenti svolgerebbe un’utile funzione anticiclica. Le proposte vanno dalla “creazione monetaria affidata ad una BCE posta sotto il controllo di una unione politica europea” a “project bonds” che “la BCE e le banche centrali nazionali potrebbero accettare come collaterale” con particolari agevolazioni in termini di tassi di interesse “allorché il loro interesse ecologico e sociale lo giustificasse”.  Anche il Green Finance Study Group del G20ha esaminato il problema e formulato alcune ipotesi di massima per ora rimaste tali.

Nel contesto politico e macroeconomico attuale non sembrano proposte realistiche.

Per quanto riguarda il settore pubblico non si può, infatti, non rilevare una certa “stanchezza dei donatori” che fa sì che i flussi netti di APS ristagnino da tempo intorno a $ 135 miliardi annui e che si traduce anche nella difficoltà di raggiungere i $ 100 miliardi l’anno promessi ai PVS in sede di COP21.  Escluso al momento per ragioni di politica interna un ruolo attivo degli USA, è pensabile che la UE, che non è riuscita a raggiungere un’intesa su “eurobonds” destinati a progetti infrastrutturali al suo interno, sarebbe disposta a impegnarsi a fronte di “green bonds” soggetti alle alee di progetti a lungo termine dai ritorni incerti in Paesi ad elevato rischio come i PVS?  E’ pensabile che le MDBs, che già destinano a fini ambientali percentuali dei loro finanziamenti comprese tra il 25% e il 40%, ne sottraggano ulteriormente agli altri loro fini istituzionali, “in primis” alla riduzione della povertà? Inoltre se è vero che, secondo l’Unctad, le risorse finanziarie globali ammontano a 300.000 miliardi di dollari è anche vero che, secondo il FMI, se si somma il debito pubblico con quello privato si giunge a 152.000 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda poi i flussi netti di capitali privati verso e dai PVS a tutti i titoli (movimenti diversi, prestiti, investimenti di portafoglio, investimenti produttivi) non si può non rilevare la loro grande volatilità e, al loro interno, il peso determinante della Cina. A titolo esemplificativo, secondo lo IIF – International Finance Institute, da un flusso positivo di circa 600 miliardi nel 2007 si è giunti, con varie alternanze, ad un deflusso di 111 miliardi nel 2014 ed uno di 735 nel 2015, di cui 676 dalla Cina.

Se le considerazioni di cui sopra – svolte a titolo indicativo e senza pretesa di esaustività - non sono del tutto infondate, le implicazioni finanziarie del rispetto degli impegni di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra assunti dai PVS in sede di COP 21 sono state largamente sottostimate e, di conseguenza, anche le necessità di sostegno da parte dei Paesi avanzati.

 

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NOTE

[1] Secondo la Banca Mondiale e il DAC – Development Assistance Commitee dell’OCSE i PVS sono 145 (su 194 Stati membri delle NU e 190 presenti alla COP21). Ospitano circal’80% della popolazione mondiale e da loro proverranno quasi esclusivamente i 2,5 miliardi di esseri umani addizionali previsti dai demografi nei prossimi decenni

[2] I consumi “pro capite” di energia dei PMA - Paesi Meno Avanzati, i 48 più poveri tra i PVS, sono circa l’undicesima parte di quelli degli USA e la sesta di quelli della UE.

[3] Secondo lo World Economic Outlook del FMI dagli inizi del secolo i tassi di crescita dei Paesi emergenti e in via di sviluppo nel loro insieme hanno superato quelli delle economie avanzate e secondo le proiezioni continueranno a superarli.

[4] Se le misurazioni delle emissioni di CO2 sono approssimative quelle del “carbon leakage” lo sono ancor più.  Comunque, secondo uno studio del Prof. Michael Grubb, docente al London University College e noto esperto ambientale, ripreso da “The Economist” il “carbon leakage” dei primi cinque paesi dell’EU sarebbe prossimo al 20%, pressoché equivalente alla riduzione di emissioni di CO2 prevista dalla Direttiva 20.20.20. Altre stime propongono percentuali anche maggiori, mentre la Cina “il grande inquinatore” per antonomasia vedrebbe la sua “carbon footprint” ridotta di un quarto.

[5] Basti ricordare che 1,2 miliardi di persone (nell’Africa Subsahariana circa il 65% degli abitanti) non hanno accesso all’elettricità mentre circa 2,5 miliardi sono “sottoelettrificate”.  Insieme le due categorie rappresentano circa la metà della popolazione mondiale.

[6] Alcuni esempi. Secondo Federchimica dal 1989 ad oggi le aziende ad essa associate hanno ridotto le emissioni di CO2 del 92%. Ai sensi dell’Accordo di Kigali la completa sostituzione dei gas refrigeranti HFC – Hidro-Fluoro-Carburi, ad elevato effetto serra, congli CFC – Cloro-Fluoro-Carburi equivarrà a una riduzione di 4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente pari a circa il 12% del totale delle emissioni antropogeniche attuali.  Secondo l’EPSA, l’associazione europea dei produttori di centrali termoelettriche, l’estensione delle BATs – Best Available Technologies, alle circa 2.000 centrali a carbone nei PVS eliminerebbe circa 1,5 miliardi di tonnellate di CO2, pari a quasi il 5% del totale delle emissioni antropogeniche. 

[7] “Cambiamento climatico, la sfida si gioca nel nuovo sud”, L’Astrolabio 19/12/2016.

[8] Il “World Energy Outlook 2016” della IEA – International Energy Agency ha stimato in 23.000 miliardi di dollari il costo addizionale per l’efficientamento energetico nei prossimi 15 anni. Se tale onere fosse distribuito in proporzione alle loro emissioni i PVS dovrebbero sostenere un onere di circa 1.000 miliardi l’anno.

[9] Ai sensi della normativa OCSE si qualificano come APS – Assistenza Pubblica allo Sviluppo solo i doni e i crediti aventi un elemento dono superiore al 30%.

[10] Gruppo di studio istituito dalla Presidenza cinese del G20 e co-presieduto dalle banche centrali cinese e britannica.

[11] Come Gael Giraud, “Chief Economist” dell’Agence Française de Développement in “Transizione Ecologica”, emi edizioni.