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2017-06-28 03:46

Oltre gli Slogan

DIBATTITO SULL'OLIO DI PALMA

di: 
Carlotta Basili

In Italia, seconda per importazioni di olio di palma in Europa, il dibattito si è spinto ben oltre i consumatori preoccupati e gli ambientalisti, andando ad influenzare le politiche di aziende e catene alimentari. La propaganda anti olio di palma si è incentrata sul rischio per la salute, lasciando a margine problematiche di rilevanza maggiore. Infatti, se una dieta bilanciata e corretta può liberarci dai "pericoli" dell'olio di palma e di tutti gli altri grassi alimentari, le foreste pluviali, la biodiversità e i lavoratori delle zone di coltivazione di palma da olio subiscono ancora troppi danni in nome di una maggiore produzione. Amici della Terra si propone di analizzare la situazione per punti, in modo da smentire le false accuse e di puntare sulla risoluzione dei veri problemi.

L’olio di palma è l’olio più esportato (60% del totale export, Foreign Agricoltural Service / USDA, dicembre 2015) e il più usato al mondo (35% del totale, Oil World, dicembre 2015), una condizione che sembrerebbe destinata a consolidarsi nei decenni a venire, data la crescente domanda di cibo nel mondo. L’olio di palma risulta la migliore risposta a queste esigenze sia per l’elevata resa per ettaro della palma da olio (almeno cinque volte superiore a quella delle altre coltivazioni da olio come colza, girasole e soia) sia per le caratteristiche che conferisce ai prodotti (come maggiore conservabilità, nonché croccantezza o cremosità).

L’olio di palma è inoltre molto utilizzato in altri settori oltre a quello alimentare (circa il 70% dell’olio di palma a livello mondiale, Palm Oil Investigation), come quelli bioenergetico e zootecnico (circa il 10%) e quelli oleochimico, cosmetico e famaceutico (circa 20%).

Il 3 maggio 2016 l’EFSA (European Food Safety Authority) ha pubblicato un dossier che accusa l’olio di palma di essere cancerogeno e genotossico. Questo documento ha inasprito il dibattito esistente tra produttori e nutrizionisti, facendo incrementare le pubblicità di sostegno o di condanna e spingendo parte dei consumatori a ricorrere a petizioni per estirpare questo olio dalla nostra alimentazione, con particolare attenzione per neonati e bambini.

L’olio di palma è presente nell’alimentazione da diversi millenni soprattutto nei paesi dell’Africa occidentale, di cui è originaria la palma da olio (Elaeis guineensis). Successivamente tale pianta è stata esportata in altre regioni, nel 1848 fu portata dagli olandesi nell'isola di Giava (Indonesia) e nel 1910 arrivò in Malesia. Ad oggi, Indonesia e Malesia sono le maggiori produttrici di olio di palma (circa 85% della produzione globale).

L’olio di palma è estratto dalla polpa del frutto della palma, a differenza dell’olio di palmisto ricavato invece dai semi (i due oli hanno caratteristiche chimiche molto diverse). I frutti sono sterilizzati con vapore, denocciolati, pressati e filtrati. Si ottiene così l’olio di palma grezzo, di colore arancione acceso o rosso scuro per la presenza di carotenoidi (600-700 mg/L), ricco anche di vitamina E. L’olio grezzo subisce successivamente un processo di raffinazione al fine di migliorarne le caratteristiche organolettiche ed incrementandone la stabilità, sono in tal modo eliminate sostanze quali tannini, flavonoidi e terpeni.

Dal punto di vista chimico l’olio di palma è un grasso. Oli e grassi, sebbene distinti nel linguaggio comune, sono chimicamente la stessa cosa, ossia una miscela di diversi acidi grassi che si trovano principalmente in forma di trigliceridi (molecole costituite da glicerina e tre acidi grassi).

Gli acidi grassi possono essere saturi (ossia costituiti da atomi non legati da doppi legami chimici), monoinstaturi o polinsaturi (rispettivamente con uno o più doppi legami). I grassi come il burro ad alto contenuto di acidi grassi saturi si trovano solitamente in forma solida, mentre quelli a prevalenza di acidi grassi insaturi come l’olio d’oliva sono liquidi.  Per la sua composizione l’olio di palma è simile al burro, infatti, contiene una percentuale di grassi insaturi intorno al 52%, superiore alla maggioranza degli altri oli vegetali.


Fonte: 
http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it 

Una delle accuse mosse contro l’olio di palma è di essere responsabile dell’aumento del colesterolo nel sangue, quindi di aumentare il rischio di malattie cardiovascolari.

L’ipotesi per la quale una dieta ricca di grassi saturi comporta l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari risale al 1958, con lo scienziato Ancel Keys (padre della dieta mediterranea), da allora la medicina ha sempre consigliato un’assunzione limitata di grassi saturi. Negli ultimi anni però tale paradigma è stato ridimensionato da diverse ricerche.

Numerosi sono gli studi che affermano che non esistano evidenze dirette che l’olio di palma (o l’acido palmitico che è il principale componente di tale olio) abbia un effetto sul rischio cardiovascolare diverso da quello di altri grassi con composizione simile, quale il burro (come dichiara l’Istituto Superiore di Sanità e come si evince dal review Palm Oil and the heart del 2014 sull’American Journal of Clinical Nutrition).

Secondo i ricercatori Fattore e Fanelli dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, che hanno analizzato 38 ricerche pubblicate dal 1988 al 2011, l’acido palmitico sembrerebbe capace di innalzare i livelli di colesterolo LDL (comunemente definito “colesterolo cattivo”), ma anche quelli dell’HDL (il “buono”). In tal caso rimarrebbe invariato il loro rapporto che è un indicatore rilevante del rischio cardiovascolare.

Nel suo rapporto l’EFSA denuncia la possibilità di una relazione tra il consumo di olio di palma e l’insorgenza del cancro. Tale correlazione è da imputare alla presenza di alcune sostanze che si formano durante il processo di raffinazione degli oli vegetali ad alta temperatura (circa 200°). Queste sostanze sono i glicidil esteri degli acidi grassi, il 3-monocloropropandiolo (3-MCPD) e il 2-monocloropropandiolo (2-MCPD); le ultime due sono state classificate dall’International Agency for Research on Cancer (IARC) come appartenenti rispettivamente al gruppo 2B (cancerogeni possibili) e al 2A (cancerogeni probabili) sulla base di studi condotti su animali.

Per il 3-MCPD è stata stabilita una dose giornaliera tollerabile (DGT) di 0,8 microgrammi/kg peso corporeo, mentre per il 2-MCPD non è stata stabilita per la mancanza di dati sulla tossicità del composto. L’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) afferma che è improbabile che con una alimentazione varia ed equilibrata si raggiungano livelli di concentrazione pericolosi, infatti, i dati di cancerogenicità sono stati ricavati sperimentando queste sostanze a concentrazioni elevate.

Il rapporto dell’Authority specifica anche che i livelli di questi contaminati nell’olio di palma si sono dimezzati tra il 2010 e il 2015, grazie ad un controllo del processo che i produttori hanno adottato volontariamente. Tuttavia, la pubblicazione del rapporto ha inasprito la guerra tra chi sostiene l’utilizzo di olio di palma e chi lo condanna.

I sostenitori del boicottaggio dell’olio di palma ne denunciano non solo il possibile pericolo per la salute, ma anche il devastante impatto ambientale che la sua produzione comporta. Dal 1985 al 2010 le aree di coltivazione di palma da olio si sono triplicate impadronendosi spesso di spazi prima occupati da foreste tropicali, spazi di frequente ottenuti tramite incendi, anche illegali, e deforestazione. Questi avvenimenti minacciano le specie animali (come l’orango, diventato simbolo della lotta contro l’industria dell’olio di palma) e le comunità indigene; sono inoltre responsabili, insieme alla bonifica delle torbiere effettuata allo stesso scopo, di un’ingente quantità di emissioni di anidride carbonica e altri gas serra (si calcola che entro il 2020 verranno emessi dall’industria dell’olio di palma in Indonesia 558 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, una quantità quindi superiore a quella dell’intero stato del Canada).

Nel 2004 è stata fondata la Roundtable on Sustainable Palm Oil (RSPO) che riunisce produttori, esportatori, investitori e alcune associazioni non governative con l’obiettivo di favorire una produzione di olio di palma più attenta all’ambiente. A tal fine la RSPO rilascia certificazioni che classificano una produzione come sostenibile; purtroppo, fino ad ora, solo il 17% della produzione globale di olio di palma rientra in questa categoria.

Il dibattito si spinge ben oltre i consumatori preoccupati e gli ambientalisti e arriva ad influenzare le politiche di aziende e catene alimentari.  In Italia, prima per importazioni di olio di palma in Europa (1600000 tonnellate di cui il 21% destinato all’industria alimentare e il 79% agli altri settori., Coeweb ISTAT), due posizione opposte sono state, per esempio, quelle della Coop e della Ferrero

La popolare insegna della grande distribuzione ha deciso, dopo la pubblicazione del rapporto EFSA di interrompere l’utilizzo di olio di palma nei prodotti a marchio Coop, diventando così portavoce principale della filosofia del “Palm oil free” (Senza olio di palma). Con il claim “Senza olio di palma” sono state rimodulate anche da parte di altri marchi numerose ricette, soprattutto di prodotti da forno, in modo da eliminare l’olio tropicale e sostituirlo con oli quali girasole, colza o oliva, oppure con burro.

La Ferrero invece ha deciso di continuare ad utilizzare l’olio di palma, garantendo una certificazione RSPO su tutto l’olio da loro utilizzato e una serie di ulteriori controlli sulla filiera di produzione. Nel 2013 ha pubblicato una Carta per l'olio di palma al fine di affrontare le problematiche principali legate alla produzione dell’olio e di raggiungere gli obiettivi relativi al rispetto dell'ambiente e ai bisogni della comunità. Successivamente è divenuta membro di The Forest Trust (TNT, un'organizzazione globale no profit che aiuta le filiere ad agire nel bene delle popolazioni e della natura) e del Palm Oil Innovation Group (POIG, un’iniziativa indirizzata a spezzare il legame tra la produzione dell'olio di palma e la deforestazione, il land grabbing e la negazione dei diritti di lavoratori e comunità locali).

Della POIG fanno parte anche organizzazioni e associazioni ambientaliste quali WWF e Greenpeace che invitano i consumatori a non boicottare l’olio di palma, ma piuttosto a richiedere ai marchi di riferimento di utilizzare solo olio certificato sostenibile.

Il 30 novembre 2016, Amnesty International ha pubblicato un preoccupante dossier (“The great palm oil scandal: labor abuses behind big brand names”, il grande scandalo dell’olio di palma) che mette in luce delle falle nel sistema di certificazione RSPO. Secondo gli studi condotti sulle piantagioni in Indonesia appartenenti alla società Wilmar, risultano evidenti numerose violazioni dei diritti umani.

Wilmar aderisce alla RSPO e possiede sulle sue coltivazioni la certificazione di sostenibilità dell’organizzazione. Nonostante questo, le indagini di Amnesty hanno portato alla luce le prove di sfruttamento minorile (bambini dagli 8 ai 14 anni che lavorano nelle piantagioni, talvolta a tempo pieno), discriminazione sessuale (le donne non hanno garanzie d’impiego, subiscono ricatti e abusi), utilizzo di pesticidi tossici (per esempio il paraquat, messo al bando dall’UE) e della quasi totale assenza di misure di sicurezza sul lavoro. Nel rapporto viene quindi sottolineato come “l’essere membri della RSPO e godere della sua certificazione di sostenibilità non possa e non debba essere usato come prova del rispetto dei diritti umani dei lavoratori”.

La società sotto accusa è il fornitore di nove aziende a livello mondiale, quali AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever. Tutte queste aziende hanno confermato di utilizzare l’olio di palma proveniente dalle piantagioni Wilmar (o di alcune sussidiarie), ma non hanno smentito le terribili condizioni dei lavoratori nelle piantagioni e non hanno fornito prova di aver intrapreso alcuna azione a riguardo.

La RSPO ha replicato all’accusa di Amnesty international dichiarandosi consapevole dell’esistenza di tali violazioni dei diritti umani, non solo nella produzione di olio di palma, ma in generale nel settore dell’agricoltura intensiva a livello mondiale. Grazie all’adozione di nuove misure di controllo, già prima della pubblicazione del dossier, RSPO e Wilmar erano arrivate all’identificazione di alcune problematiche tra quelle denunciate. L’intento dell’organizzazione è quello di “migliorare continuamente sia i propri Principi e Criteri sia i requisiti di accreditamento, che saranno rinnovati nel 2017, ampliando l’ambito di verifica degli organi di certificazione, rafforzandone la sorveglianza”.

Amnesty International Italia, tramite il portavoce Riccardo Nuory, dichiara di aver apprezzato che la RSPO tenesse conto delle preoccupazioni riguardo alla situazione dei lavoratori nelle piantagioni e attende di verificare con future ricerche l’effettivo passaggio dalle parole ai fatti. 

olio di palma

Va bene tutto, i semafori le righe per terra, tanto restano parole, opinioni, interessi commerciali, necessità di sopravvivenza di una umanità affamata e confusa. La natura ci ha presentato il conto; Natura in Bancarotta, Un pianeta non basta, Conto alla rovescia, eccetera eccetera. Agricoltura spaziale, biomasse, biocombustibili, boschi verticali, orti sottomarini, orti urbani; ma di cosa stiamo parlando?. Nell'antichità la Terra era piatta, poi si è rivelata tonda, ma rimane sempre un'isola in mezzo all'universo. Siamo in una nuova Era, l'Antropocene, destinata ad avere una vita brevissima con effetti più devastanti e letali di una glaciazione. Basta girare attorno alla verità, abbiate il coraggio di dire che se non si ferma la crescita demografica l'umanità, questa umanità ha i giorni contati. I pozzi si stanno esaurendo, anche le tanto decantate risorse rinnovabili hanno bisogno di tempo per rinnovarsi. La palma è solo uno dei prodotti invadenti, lo sono anche soia e colza, e lo possono diventare anche altri, il mais o le patate, Land Grabing le mega fattorie, l'industrializzazione di qualunque cosa. Il futuro potrebbe essere; La sesta estinzione di massa; magari causata da una guerra, più probabile per la fine del combustibile, comunque sia sarebbe la prima estinzione causata da chi la subirà. ciao