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2020-08-12 16:53

Pressioni sulla Commissione Ue, affinché abbandoni le misure antidumping sul solare cinese

QUEL CHE C’È DA SAPERE

Quattordici parlamentari europei di tutti i principali gruppi hanno sottoscritto una lettera alla Commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, chiedendo che alla scadenza del 7 dicembre si ponga fine alle misure antidumping e ai prezzi minimi decisi nel dicembre 2013 nei confronti dei pannelli solari e dei loro componenti importati dalla Cina. Nella lettera si afferma che le misure antidumping hanno contribuito a determinare un crollo del settore fotovoltaico, che ha visto “i livelli delle installazioni solari crollare in modo drammatico in Europa, passando dai 17 GW nel 2012 a meno di 7GW nel 2014”, con un “impatto sui posti di lavoro nel settore dell’energia solare in Europa, scesi da 265.000 nel 2011 a circa 120.000 di oggi”.

Gli eurodeputati, guidati dal moderato svedese Christofer Fjellner (Ppe), sostengono che la fine dei dazi imposti alle apparecchiature solari cinesi consentirà al settore di tornare a crescere e con esso i posti di lavoro, dando ossigeno alla catena di fornitura europea di attrezzature, componenti e materiali, permettendo al settore di rappresentare il “principale pilastro” della politica di riduzione del carbonio nella produzione elettrica. Inoltre, “un ritorno ai prezzi di mercato aiuterà anche i consumatori ad acquistare prodotti di qualità, ai migliori prezzi possibili” e questo “riflette la necessità di mettere gli interessi dei consumatori di energia al centro della politica energetica dell’Ue”. La lettera è firmata da esponenti del Ppe, dei Verdi, dei Socialisti e Democratici, dei Democratici e Liberali, dei Conservatori e Riformisti. I firmatari provengono tutti dall’Europa del Nord e da quella centro-orientale: Svezia, Finlandia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Lituania e Ungheria.

L’iniziativa dei quattordici eurodeputati fa seguito ad un’analoga iniziativa di 21 associazioni di settore di 19 paesi europei, tra cui l’italiana AssoRinnovabili, che fanno parte di SolarPower Europe, associazione dell’industria fotovoltaica europea.

Sul fronte opposto si schiera EU ProSun, da un esposto della quale nacque l’indagine della Commissione Ue, che porto, nel dicembre 2013, a decidere le misure antidumping. EU ProSun dichiara di rappresentare “la maggioranza dei produttori dell’Unione Europea attivi nel settore del fotovoltaico. EU ProSun gode del sostegno dei produttori a livello europeo, ma anche di altri attori che operano nel settore del solare”. Tuttavia, non si sa chi faccia parte di questa organizzazione, perché, come si legge sul sito, “dal momento che i sostenitori dei ricorsi possono incorrere in gravi ritorsioni, EU ProSun ha deciso di richiedere l’anonimato per i suoi membri, condizione perfettamente legale e ammessa dalla Commissione Europea”.

Secondo Milan Nitzschke, presidente di EU ProSun, il declino del mercato fotovoltaico in Europa, pari ad oltre il 50%, era già iniziato due anni prima che fossero stabilite le norme antidumping nei confronti dei produttori cinesi e la causa principale era stata la decisione di molti Stati di tagliare massicciamente i sussidi all’energia solare, anche come risposta al forte aumento di impianti che utilizzavano moduli fotovoltaici importati dalla Cina e oggetto di dumping.

Secondo EU ProSun, la richiesta che l'Unione europea elimini le misure antidumping è priva di fondamento, come dimostra il caso degli Stati Uniti, che hanno adottato provvedimenti analoghi e dove il mercato del fotovoltaico è in forte crescita.

I provvedimenti europei furono decisi nel 2013, dopo che, al termine di una lunga indagine, la Commissione Ue aveva accertato che gli esportatori cinesi del fotovoltaico avevano violato le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, che vietano di usufruire di aiuti di Stato, come finanziamenti agevolati, sgravi fiscali, agevolazioni sull’acquisto delle materie prime, finanziamenti per aumentare la capacità produttiva. Dopo aver deciso l’istituzione di dazi, la Commissione Ue accettò l’accordo proposto dalla maggioranza degli esportatori cinesi del fotovoltaico, stabilendo un prezzo minimo per ogni modulo e un tetto alla quantità di pannelli esportabili annualmente in Europa. L’accordo fu accettato da un centinaio di produttori cinesi, che coprivano circa il 75% del mercato europeo, mentre agli altri furono applicati i dazi.