Oggi:

2021-04-11 12:53

Verso la Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, ottimismo diplomatico e rischio fallimento

QUEL CHE C’È DA SAPERE

In dicembre, a Parigi, si terrà una decisiva Conferenza dell’Onu, che dovrà tentare di trovare un accordo tra 196 paesi sulle misure da adottare per limitare i cambiamenti climatici, con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2°C, rispetto al periodo pre-industriale, partendo dallo stato di fatto attuale, che registra un aumento di 0,8°C.

Quella di Parigi sarà la 21^ Conferenza della Parti (COP21), cioè delle delegazioni governative dei paesi che hanno firmato e ratificato la UNFCCC, la Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico approvata nella Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, nota come il Summit della Terra.

Dalle Nazioni Unite, dal G7, dall’Unione europea e dall’Italia arrivano espressioni di cauto ottimismo: secondo la segretaria esecutiva dell’UNFCCC, Christiana Figueres, sono stati fatti buoni progressi; un comunicato emesso il 12 maggio dai ministri dell’energia del G7 parla di un “consenso senza precedenti” sull’urgenza di adottare misure; secondo la Commissione Ue, le prospettive di raggiungere un accordo mondiale “sono buone”; per il nostro Ministro dell’ambiente, Gian Luca Galletti, l’intesa è “possibile, vicina, ma non ancora certa”.

Al di là dell’ottimismo diplomatico, resta il fatto che sinora solo 38 nazioni, responsabili di meno del 30% delle emissioni globali di CO2, hanno presentato i propri piani per la riduzione delle emissioni. Un segnale che, insieme all’accendersi dei toni del confronto, lascia intravedere la possibilità che l’appuntamento di Parigi si trasformi nella disfatta dell’approccio che nell’ultimo quarto di secolo ha creato una sorta di pensiero unico sui cambiamenti climatici.

“Spetta ai paesi contrari all’introduzione di impegni di mitigazione che siano vincolanti a livello internazionale dimostrare in che modo si possano ottenere gli stessi benefici con un altro approccio”, afferma categoricamente la Commissione Ue, in un documento attualmente all’esame dei parlamenti nazionali e di quello europeo. La Commissione ripropone la politica autoreferenziale seguita negli anni passati, che si è tradotta in un isolamento, incapace di esercitare un’azione di leadership a livello internazionale e ininfluente sul piano della riduzione delle emissioni di CO2 a livello globale, visto che l’Unione europea è responsabile solo del 9% delle emissioni mondiali e che questa percentuale diminuirà nel prossimo decennio, parallelamente alla crescita dei paesi in via di sviluppo.

Al momento, dall’Italia non sembra poter arrivare alcun contributo all’elaborazione di nuove proposte. Rispondendo a delle interrogazioni al Senato, il Ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, ha detto che l’Italia sarà “pienamente allineata all’Unione europea, com’è ovvio”. Il Ministro dell’ambiente, Gian Luca Galletti, ha osservato che, in vista della Conferenza di Parigi, “molti restano i nodi da sciogliere, molte le divergenze da appianare”, dopo di che si è limitato ad annunciare che a ottobre si terrà in Italia una Pre-Cop21, in cui il nostro governo intende svolgere un ruolo di facilitatore, perché, ha spiegato utilizzando lo slang renziano, “anche in questo caso abbiamo deciso di metterci la faccia”.

Guardando a com’è stata accolta in Australia, all’inizio di maggio, la rappresentante dell’Onu per il clima, l’impressione è che occorra ben altro che facilitatori di buona volontà. Christiana Figueres ha invitato l’Australia ha non puntare più sul carbone e a diversificare l’economia, affermando che “quel che vediamo a livello globale è una maggiore quota delle fonti rinnovabili, l’aumento degli investimenti nelle rinnovabili, l’aumento dell’entusiasmo per le energie rinnovabili”.

Maurice Newman, consigliere economico del premier liberaldemocratico Tony Abbott, ha risposto accusando l’Onu di usare “la maschera della scienza del cambiamento climatico per imporre un nuovo ordine mondiale. Stanno utilizzando modelli falsi, che mostrano un aumento sostenuto della temperatura, per mettere fine alla democrazia e imporre un regime autoritario. La vera agenda si concentra sull’autoritarismo politico. Il riscaldamento globale è l’amo. L’Onu si oppone al capitalismo e alla libertà e ha fatto del catastrofismo ambientale un tema familiare per raggiungere il suo obiettivo”.

Al rientro dal tour australiano, la rappresentante dell’Onu ha detto di prevedere che l’accordo di Parigi cercherà di favorire la crescita economica, puntando su azioni d’incoraggiamento alla riduzione dei gas a effetto serra, piuttosto che sulla punizione di chi non rispetta gli impegni. Un netto cambiamento rispetto al Protocollo di Kyoto - osserva l’agenzia Reuters - che prevedeva sanzioni mai applicate, anche quando Giappone, Russia e Canada decisero di uscirne.