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2018-10-18 00:32

Il Riordino degli Enti di Ricerca: Crisi di Scienza, Coscienza e Conoscenza

UN ARTICOLO POSTUMO DI FRANCESCO MAURO

di: 
Francesco Mauro

Pubblichiamo l’articolo a cui Francesco Mauro stava lavorando quando gli è occorso il grave incidente che ha poi portato alla sua scomparsa. L’argomento trattato rientra in uno dei temi che più lo appassionava, certamente in quello in cui si sentiva coinvolto in modo più diretto: il rapporto – che auspicava biunivoco - tra politica e ricerca scientifica, tra istituzioni ed enti esperti. L’articolo avrebbe dovuto far parte di un progetto più ampio, che comprendeva una ricostruzione in chiave storica delle vicende della ricerca in Italia nel secolo scorso ed una rilettura delle interminabili riforme dell’ENEA, l’ente a cui aveva dedicato la parte più importante della propria vita lavorativa e al quale si è sentito, sino all’ultimo, profondamente legato. Di quel più ampio progetto, a cui teneva molto, Francesco ha lasciato diverso materiale, sul quale però intendeva lavorare ancora, per completarlo ed affinarlo, anche attraverso un confronto, che aveva programmato, tra la propria visione e quella di persone con esperienze simili alla sua. L’articolo che pubblichiamo era quasi pronto, salvo alcune incompletezze, ma non è aggiornato con gli sviluppi più recenti della legge sulla scuola, che per l’articolo stesso ha rappresentato lo spunto iniziale. A lungo abbiamo sperato che l’autore potesse curarne la stesura finale e abbiamo preferito ora non apportare alcun ritocco “apocrifo” e proporre il testo così come è stato lasciato nel dicembre scorso, certi della sua sostanziale validità.



Un fantasma si aggira per l’Italia e preoccupa il settore della ricerca, degli enti pubblici di ricerca, degli enti esperti scientifico-tecnici, delle agenzie, dell’innovazione e della protezione dell’ambiente e della salute. Non è un fenomeno nuovo, ma è un obiettivo dichiarato di governo che ricompare periodicamente, come certe epidemie che si attivano di tanto in tanto a partire da serbatoi endemici. Questa volta potrebbe trattarsi di un “outbreak” rilevante con effetti profondi sul Paese.

1. La riforma senza fine
Il ritorno periodico del tentativo di interventi allo scopo di cambiare l’organizzazione delle strutture della ricerca e delle altre strutture a carattere scientifico-tecnico è un fenomeno ben noto alle categorie interessate: ai politici che vogliono acquisire benemerenze “politiche”, ai professori che vogliono mantenere i loro feudi, alle industrie produttrici che sperano che sia lo stato a mantenere una costosa infrastruttura scientifica, ai giovani che sono pronti a tutto pur di ottenere e mantenere un posto di lavoro. Il fenomeno viene chiamato riforma, qualche volta pudicamente revisione oppure riordino, che è forse la forma più elegante: è un parente stretto di un altro fenomeno di livello superiore che potremmo chiamare “programmiamo” (per distinguerlo dal già occupato termine di riformismo). Ossia, quella che si può definire la programmazione ad ogni costo, ma soprattutto burocratica (e sbagliata).

Peraltro, sembra una convinzione diffusa nel nostro Paese che una bella riforma del settore (e di altri settori) sia periodicamente una mano santa. Soprattutto perché tutti hanno così la possibilità di sfogarsi, non solamente in termini di discussioni e giri di valzer, ma anche perché quasi tutti si potranno cimentare nel gioco dell’oca.

Così, secondo gli usi tradizionali, ci si impegna a lungo sulla questione ma in generale non si cambia niente: soprattutto si evita (e si è evitata) rigorosamente l’entrata nel sistema di qualsiasi tipo di meritocrazia applicata a ricercatori, tecnologi, insegnanti, dirigenti; si evita (e si è evitata) qualsiasi scelta tematica o settoriale in favore di attività di ricerca necessarie al Paese e/o per cui siano disponibili l’esperienza e le competenze per affrontare il problema, nella convinzione evidente che azioni di questo tipo diano fastidio a qualcuno. Oggi la situazione è forse peggiorata, perché ci sono difficoltà immense anche a fare una non-riforma, perché le capacità di interdizione sono aumentate, perché non c’è più pudore a commissariare, a risolvere con la prorogatio, a mettere nel dimenticatoio, a rimandare alle calende greche. Siamo passati dalla non-riforma alla a-riforma.

 

2. Il probabile piano di riordino
Da qualche mese, viene data per certa la notizia che il Governo stia per ri-affrontare in modo “definitivo” il problema del cosiddetto “riordino” degli enti di ricerca, facendo approvare dal Consiglio dei ministri una legge delega sulla scuola che contenga anche le decisioni riguardanti, per il momento, i 12 enti vigilati dal Ministero dell’istruzione università e ricerca (Miur) su un totale di 22 enti pubblici di ricerca. La ministra Stefania Giannini (ordinaria di glottologia e linguistica, già rettrice dell’Università per stranieri di Perugia, senatrice di Scelta Civica) ed i suoi collaboratori, sotto la spinta del premier Matteo Renzi, sono impegnati nella stesura del provvedimento. Precedenti proposte di riforma non sono state approvate o sono fallite durante la loro applicazione.

Sulla scorta delle opinioni note e delle indiscrezioni trapelate, sembra che il riordino venga perseguito riducendo i 12 enti vigilati dal Miur a un massimo di quattro, attraverso una procedura di smembramento/accorpamento che sostanzialmente si ispirerebbe alle competenze scientifiche degli attuali sei dipartimenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), competenze che verrebbero ulteriormente concentrate in quattro aree. Quindi, ad essere letteralmente smembrato/riaccorpato sarebbe in primo luogo proprio il CNR, secondo il seguente schema:

• In uno dei quattro nuovi enti confluiscono tutti gli istituti oggi afferenti al Dipartimento del Sistema terra e tecnologie dell’ambiente del CNR ed al Dipartimento delle Scienze bio-agroalimentari sempre del CNR, assieme all’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), all’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale) e alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. In una fase successiva, nello stesso nuovo ente dovrebbero confluire il settore ambiente dell’ENEA, l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’ex agenzia ambientale), il CRA (Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura, che sta a malapena digerendo l’accorpamento relativo al precedente riordino) e l’INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria). Questa seconda tranche quindi riguarderebbe enti vigilati da altri ministeri, ove l’operazione potrebbe rivelarsi più difficile: il Ministero dello sviluppo economico per l’ENEA, il Ministero dell’ambiente per l’ISPRA e il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali per CRA e INEA. Insomma, verrebbe creato un ente di ricerca che potremmo chiamare, per capirci,  “Super-Ambiente”.

Per gli altri tre enti da costruire a partire dall’attuale organizzazione del CNR (reduce anch’esso da un accorpamento recente tutt’altro che facile), si presentano due varianti. La prima ipotesi, semplice ma improbabile, comprenderebbe:

• “Super-Biomedicina”.

• “Super-Scienze-umane” (incluso il patrimonio culturale).

• Tutto il resto in “Super-Tecnologia” (un sorta di “gruppone” con fisica, chimica, ingegneria, ecc.).

La seconda ipotesi, più complessa ma anche più probabile e sullo sfondo più accettabile:

• Gli istituti afferenti al Dipartimento scienze fisiche e tecnologie della materia dell’attuale CNR formerebbero un unico nuovo ente assieme a INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), ASI (Agenzia Spaziale Italiana), INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), INRIM (Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica), INDAM (Istituto Nazionale di Alta Matematica), Consorzio Science Park di Trieste e Centro studi e ricerche “Enrico Fermi”. Sarebbe così tacitata, beninteso con finanziamenti adeguati, la potente corporazione dei fisici, che è peraltro erede di una tradizione gloriosa, ma si diletta con la “big science” e le grandi macchine.

Se ne deduce, per differenza, che i due accorpamenti rimanenti potrebbero essere:

• Un ente per le scienze umane e del patrimonio culturale.

• Un ente tecnologico-ingegneristico.

Sempre secondo le indiscrezioni, gli istituti del potente Dipartimento scienze mediche potrebbero ricollocarsi all’interno delle Università, con grande soddisfazione degli interessati (i professori di medicina) ad un controllo diretto del personale di ricerca, purché ci siano garanzie che il cambiamento non precluda ad un ridimensionamento delle risorse umane e finanziarie.

Queste ipotesi comportano tutte delle scelte dolorose che sfiorano i limiti dell’inaccettabilità sul piano dei contenuti: soprattutto per quel che riguarda la separazione della biologia in una parte biomedica e una parte agro-ambientale, in una fase storica in cui è lo sviluppo della biologia molecolare e cellulare a contrassegnare questo settore in tutte le sue componenti. La possibile compressione del settore agro-alimentare rassomiglia poi ad un “declassamento” e non corrisponde alla rilevanza di un comparto produttivo importante del made in Italy.

Infine, la parte centrale del CNR si trasformerebbe in un’Agenzia nazionale, di piccole dimensioni, con compiti di coordinamento degli enti di ricerca, oltre che di supporto e di consulenza al governo, anche per quel che riguarda le risorse da destinare ai medesimi enti (uno strumento quindi della longa manus della governance ministeriale, un ente di controllo più che di coordinamento). Non a caso, sembra che si sia già scatenata la corsa alle candidature per la guida di questa agenzia, non solo per la rilevanza della struttura di coordinamento, ma per l’evidente posizione di potere che essa rappresenta.

In questo quadro, alcuni problemi di destinazione rimarrebbero da decidere relativamente ad altri enti attualmente vigilati da ministeri diversi dal Miur: i settori energia e nuove tecnologie dell’ENEA (Ministero dello sviluppo economico), l’ISTAT (Ministero della funzione pubblica), l’ISS (Istituto Superiore di Sanità, recentemente commissariato per un “buco” di bilancio di 25 milioni di Euro, vigilato dal Ministero della salute) e l’ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, Ministero del lavoro, un ente alquanto anomalo nel panorama del comparto ricerca).

 

3. Ricognizione degli enti           

Quadro riassuntivo degli Enti di Ricerca e degli Enti ed Agenzie a Carattere Scientifico-Tecnico

Ente vigilante

 

Sigla ente

Nome ente o agenzia

Anno di

fondazione

 

MIUR

ASI

Agenzia Spaziale Italiana

1988

 

CNR

Consiglio Nazionale delle Ricerche

1923

 

IiSG

Istituto Italiano di Studi Germanici

1931

 

INAF

Istituto Nazionale di Astro Fisica

1999

(da oss)

 

INdAM

Istituto Nazionale di Alta Matematica

1939

 

INFN

Istituto Nazionale di Fisica Nucleare

1851

 

INGV

Istituto  Nazionale di Geofisica e Vulcanologia                                                                           

1991

(da oss)

 

INRiM

Istituto Nazionale di

Ricerca Metrologica (da IEN Ferraris+IM Colonnetti)

2006

 

OGS

Istituto Nazionale Oceanografico e G.S.

1751

 

SZD

Stazione Zoologica Dorhn

1872

 

SPA

Science Park Area di Trieste

1978

 

CMF

Centro e Museo Fermi

1999

 

M. Svil. Ec.

 

ENEA

Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie l’Energia e lo sviluppo economico sost.  Commissariato

1952

 

MATTeM

 

Ex Consorzio per i Grandi Laghi Prealpini:

- Ticino per L. Maggiore,

- Oglio per L. Iseo,

- Adda per L. Como

2012

(2011, 1930)

 

ISPRA

Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca sull’Ambiente

2008

(ANPA 1994)

 

Regioni e provincie autonome

ARPA

Agenzie Ambientali Regionali del Sistema ISPRA-ARPA

1994

 

MIPAAF

CRA

Consiglio Nazionale per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura commissariato

1999 (1919)

 

INEA

Istituto Nazionale di Economia Agraria accorpato con CRA legge di stabilità

1928

 

ASSI

Agenzia per lo Sviluppo del Settore Ippico (già UNIRE, in scioglimento)

1939 (a 2012)

 

INRAN

Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, soppresso

1936 (a 2012)

 
 

ISA SpA

Istituto Sviluppo Agro-alimentare (100% MIPAAF)

 

 

M. Funz. Pu

INS

Istituto Nazionale di Statistica (Istat)

1926

(1986 recogn)

 

 

Formez PA – Centro Servizi Assistenza Studi e Formazione per le PA

2010

 

MAE

IAO

Istituto Agronomico per l’Oltremare

1904

 

IsIAO

Istituto Italiano per l’Africa e per l’Oriente commissario contestato

1995 (ISMEO 1933) + IIA

 

SIOI

Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

1944

 

IDMT

Istituto Diplomatico Mario Toscano (MAE)

1967

 

IAI

Istituto Affari Internazionali

(associazione culturale)

1965

 

M. Salute

ISS

Istituto Superiore di Sanità commissariato

1934

 

AIFA

Agenzia Italiana del Farmaco

2003

 

IIZZSS

Istituti Zooprofilattici Sperimentali (10 regionali o multi-regionali)

1980 (1936)

 

IRCCS

Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico:

- 20+1 di diritto pubblico

- 23 di diritto privato

Specializzazioni:

- 12 tumori

- 8 neurologia e riabilitazione

- 4 traumatologia

- 3 pediatria e maternità

- 16 altre

2003

 

M. Lavoro

ISFOL

Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori

1973

 

M. Difesa

CISAM

Centro Interforze Studi Applicazioni Militari

1994

(CAMEN 1956)

 

SIDNBC

Scuola Interforze per la Difesa NBC

1999

 

IGM

Istituto Geografico Militare

1861

 

IIM

Istituto Idrografico della Marina

1872

 

ASI+CNR+ Campania + privati

CIRA

Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (consorzio)

1984

 

MIUR+

MSviEc

PNRA

Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (ENEA+CNR)

1985

 

MiBACT+

MIUR

SAIA

Scuola Italiana di Archeologia di Atene

1909

 

MIUR

INDIRE

Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (con Museo Nazionale della Scuola)

2011

ANSAS 2007

(1941)

 

INVALSI

Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione

1999

CEDE 1982 (1974)

 

MiBACT

UAN

Unione Accademica Nazionale (riunisce 12 accademie coordinate)

1924

 

ARCUS

Società per lo Sviluppo dell’Arte della Cultura e dello Spettacolo SpA in liquidaz

2004

 

MLLPP

RID

Registro Italiano Dighe

1925

(1921)

 

MIT

ANSF

Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie

2008

 

Presidenza del Consiglio

AgID

Agenzia per l’Italia Digitale (ex DigitPA ex CNIPA)

2009

2003

 

Regione Sicilia

 

CORERAS

Consorzio Regionale per la Ricerca Applicata e la Sperimentazione

 

 

ISAD

Istituto Superiore per le Tecniche di Conservazione dei Beni Culturali A. Di Stefano

1987

 

 

Istituto Regionale Vini e Oli di Sicilia

2012 (1950)

 

Regione Sardegna

 

AGRIS-S

Agenzia per la Ricerca in Agricoltura – AGRIS Sardegn

 

 

CRS4

Centro di Ricerca Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna

1990

 

 

 

Consorzio Sardegna Ricerche per l’Assistenza alle Piccole Imprese

1985

 

 

Porto Conte Ricerche Srl – Parco Tecnologico della Sardegna

1998

 

 

Agenzia Laore Sardegna in sviluppo agricolo e rurale

2008

 

Provincia Autonoma di Bolzano

EURAC

Accademia Europea per la Ricerca Applicata e il Perfezionamento Profess.

1992

 

 

Centro di Sperimentazione Agraria e Forestale Laimburg

1975

 

Regione Puglia

ARTI-P

Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione della Puglia

2005

 

IPRES

Istituto Pugliese di Ricerche Economiche e Sociali

1968

 

Regione Umbria

AUR

Agenzia Umbria Ricerche

2011 (2008)

 

Regione

Piemonte

IRES

Istituto di Ricerche Economico Sociali del Piemonte

1991 (1958)

 

Regione Marche

ASSAM

Agenzia per i Servizi nel Settore Agroalimentare delle Marche

1997

 

ASI+CNR+ Campania+privati

CIRA

Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (consorzio)

1984

 

Ente di interesse nazionale

Treccani

Istituto dell’Enciclopedia Italiana

1925

 

Fondazione

 

Fondazione Gramsci

1950

 

Associaz. culturale indipend.

CISS

Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo

 

 

Fondazione

IIT

Istituto Italiano di Tecnologia

2005

 

Fondazione

F-CISAM

Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo

1952

 

Fondazione

FEEM

Fondazione ENI Enrico Mattei

1990

 

Fondazione

Negri

Istituto di Ricerche Farmacologiche M. Negri

1960

 

Fondazione

 

Fondazione Guglielmo Marconi per le TC

1938

 

Fondazione

 

 

Il Vittoriale degli Italiani

1939

 

Fondazione

 

 

Centro Studi Internazionale sulla Dieta Mediterranea con Osservatorio del Paesaggio

2012

 

Fondazione

 

Opere Laiche Palatine Pugliesi (vigilanza MInterni)

2010

(1936)

 

Fondazione

CISA

Centro Internazionale di Studi di Architettura Palladio

1958

 

Fondazione

 

Centro Studi Leon Battista Alberti

1998

 

Ente di alta cultura

INU

Istituto Nazionale di Urbanistica

1930

 

Acquari, parchi zoologici

 

7 acquari

7 parchi faunistici

1 bioparco e 2 zoo

2 case delle farfalle

1 rettilario

 

 

Principali accademie riconosciute

 

Cosentina, 1511

Della Crusca, 1583

Nazionale di San Luca, 1593

Dei Lincei, 1605

Del Cimento, 1657

Dei Georgofili, 1758

Detta dei XL, 1766

 

 

Istituti etno-linguistici

 

Culturale Cimbro

Culturale Ladino

Culturale Mocheno

Di Cultura Ladino De Ru

Istriano-fiumano-dalmata

Etnografico Sardo

Usi e costumi trentini

Accademia della montagna

 

 

Consigli Superiori e Comitati

 

CS per i Beni Culturali

CS di Sanità

CS dei Lavori Pubblici

Cons. Naz. Ambiente

Comitato Naz. per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita

 

 

Strutture del MIBACT

 

100 soprintendenze

1 soprintendenza con museo

13 archivi di stato compreso centrale

18 biblioteche

 3 poli museali

 3 soprintendenze speciali o centri

Istituto Superiore per la Conservazione a il Restauro

 

 

Servizi Meteo

 

Servizio Meteo Aeronautica

Servizio UCEA Eco Agro

Servizio Idro Mareografico

6 servizi in alcune ARPA

12 servizi regionali agro

8 servizi regionali generali

2 servizi zone di montagna

3 servizi con università

2 servizi meteo privati

 

 

MIUR

Università

storiche

Schola Salernitana

Bologna Alma Mater Studiorum

Vicenza

Arezzo Studium Aretino

Padova

Napoli (Federico II)

Roma La Sapienza

Siena

Perugia Studium Generale

Pisa

(10 delle prime 20 distribuite in 7 nazioni)

IX sec

1088

1204

1215

1222

1224

1244

1247

1308

1343

 

 

 

MIUR

Università

attuali

68 Università statali

(19 costituite prima del 1500, altre 8 entro il 1850, altre 6 più 2 private entro il 1920, 5 statali e 2 private sotto il fascismo, e nel dopoguerra fino a oggi 33 statali, 10 private, 11 telematiche e 2 con concessioni speciali; 80 consorzi interuniversitari; 60 accademie di belle arti, 76 conservatori e ISSM, altrettanti ITS, un’accademia di danza e una di arte drammatica.

 

 

 

 

 

 

MIBACT

 

30 principali istituti statali di antichità e arte

50 siti UNESCO

 

 

 

MATTeM

 

 

24 parchi nazionali

 

 

Gli enti sopra elencati possono essere raggruppati in diverse categorie:

- La I categoria contiene i dodici enti ufficialmente vigilati o comunque dipendenti dal MIUR. Sono considerati tutti “enti pubblici di ricerca” ma ovviamente alcuni lo sono meno di altri. Vi è poi il caso specifico dell’ISFOL, da tempo commissariato e, secondo il governo, in via di soppressione per entrare a far parte di una nuova Agenzia Nazionale per l’Occupazione. Nella categoria vi è il maggior ente italiano di ricerca: il CNR, che vanta 8.100 unità di personale con una dotazione annua di 857 milioni di euro (dato 2013).

- La II categoria contiene 35 enti dipendenti o comunque vigilati da 14 ministeri diversi dal MIUR. Lo status di questi enti è variegato: possono essere enti pubblici di ricerca, agenzie, enti esperti; in alcuni casi, fanno parte integrante del ministero e sono distinguibili esclusivamente a “buon senso” per tipo di lavoro. E’ probabile che diverse realtà esistenti in altri ministeri, non riportate in tabella, possano appartenere a questa categoria. In alcuni enti, come l’ENEA, alcune associazioni (per esempio, l’ANPRI, Associazione Nazionale Professionale per la Ricerca) hanno condotto una battaglia pluriennale per l’ingresso dell’ente nel “comparto ricerca”. I ministeri più coinvolti sono quello dello sviluppo economico (dove afferisce l’ENEA) e quello dell’ambiente (da cui dipende l’ISPRA); vi sono ministeri che stanno cercando di accorpare i loro enti (quello delle politiche agricole) ed altri che utilizzano diversi piccoli enti (il ministero degli affari esteri, quello della difesa e quello della salute).

- La III categoria comprende gli enti che sono stati istituiti da regioni a statuto speciale (Sicilia e Sardegna), da alcune regioni a statuto ordinario (5) e dalla provincia autonoma di Bolzano. E peraltro probabile che anche le altre regioni abbiano provvisto nello stesso modo.

- Una IV categoria contiene solo le agenzie ambientali regionali (ARPA) che dipendono dalle regioni e fanno parte del sistema delle agenzie ambientali, coordinato sul piano tecnico dall’ISPRA (categoria II).

- Una V categoria comprende le fondazioni o strutture analoghe che si riferiscono a centri studio o simili (14 censite ma con informazioni piuttosto scarse).

- Una VI categoria comprende le fondazioni che riguardano acquari, parchi faunistici, bioparchi e zoo, case delle farfalle e altro, che conducono attività scientifiche limitate, in numero totale di 20.

- Una VII categoria raggruppa 8 istituti decisi dalle regioni che trattano gli aspetti etnografici e culturali da alcuni minoranze linguistiche e etniche.

- Una VIII categoria comprende consigli superiori o comitati speciali di alcuni ministeri (6).

- Una IX categoria comprende le strutture sul territorio e gli istituti turistici in cui si articola il ministero dei beni culturali.

- Una X categoria comprende la realtà paradossale di 36 servizi meteo. 

 

- Una XI categoria riguarda le aree protette.

La ricognizione termina con le principali accademie, il sistema universitario e gli istituti di alta istruzione.

La maggioranza delle fonti fornisce un numero totale dei ricercatori italiani compreso tra 70.000 e 85.000.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2010 l’Italia ha impiegato 1.759 ricercatori per milione di abitanti, classificandosi al 35^ posto dopo 20 paesi della UE, 11 dell’OECD non-UE, e 4 altri paesi. Questo numero corrisponderebbe a oltre 100.000 ricercatori, un totale superiore a quello fornito dalle autorità italiane e europee ed a quello massimo valutabile sulla base di una stima del personale di ciascuno degli enti sopra elencati (93.000)

Per la stessa fonte, l’Italia ha speso ha impegnato nella ricerca l’1,25 % del PIL. Questo corrisponde al 12^ ranking.

Secondo l’OECD, la situazione dei ricercatori italiani è così caratterizzata:

- numero di ricercatori nel 2007: 82.489, ranking 12, circa l’1,1% del totale mondiale,

- equivalente a 1.380 circa per milione di abitanti (2007), ranking >20,

- numero di ricercatori nel 2011: circa 90.000, equivalente a 1.500 circa per milione di abitanti (2011), ranking >20,

- numero di pubblicazioni totale nel 2007: 53.983, ranking 8,

- numero di pubblicazioni totale nel 1996-2007: 509.209, ranking 8,

- numero di pubblicazioni per ricercatore nel 2007: 0,66, ranking 2,

- numero di pubblicazioni per ricercatore nel 1996-2007: 7,3, ranking 3 dopo la Svizzera e i Paesi Bassi,

- citazioni per pubblicazione nel 1996-2007: 10,28, ranking 11 a ridosso dei primi,

- l’Italia ha investito in ricerca 19,6 miliardi di US$ all’anno, ranking 11.

In sintesi, i ricercatori italiani sono in proporzione meno di quelli di altri paesi, la loro ricerca è in genere finanziata meno, sono afflitti da problemi organizzativi, prevaricati dai docenti universitari, ma le loro qualità, performance e capacità sono molto buone e li rendono adatti alla cooperazione ed a compiti difficili.

 

4. Frammentazioni, non-sensi e baronie
I dati di cui sopra sono utili a ricostruire o confermare alcuni dei problemi organizzativi e strutturali della ricerca italiana e in particolare degli enti di ricerca. La prima cosa che si nota è l’estrema frammentazione ed eterogeneità delle strutture organizzative. Gli enti esibiscono dimensioni che vanno da situazioni praticamente non esistenti a grossi agglomerati. È difficile sfuggire all’impressione che alcuni enti siano i residui di passate stagioni che per pigrizia o piccoli interessi corporativi non vengono cancellati. La controprova di questo atteggiamento è dato dalla data di istituzione, laddove l’anzianità di esistenza non sempre rappresenta un fattore positivo; mentre, a controprova, molte delle scienze giovani e delle tematiche all’ordine del giorno sono difficilmente reperibili nell’attuale nomenclatura.

Lo stesso fenomeno d’altronde può essere osservare anche per le cattedre e i corsi universitari, nonostante il vertiginoso aumento del numero degli stessi. Un esempio da tempo conosciuto è quello della radiobiologia che ancora oggi, a 70 anni da Hiroshima e Nagasaki, fattore di innesco della biologia cellulare e molecolare, responsabile di un rilevante aumento delle percentuali di cura nella terapia antineoplastica, e nonostante che molti italiani vi abbiano ricoperto ruoli rilevanti, non è mai decollata come nuova disciplina. E’ vero altresì che si può osservare anche la situazione opposta: accorpamenti, ad esempio all’interno del CNR, di tematiche che non hanno né capo né coda, ma semmai oscillano fra la completa casualità e l’ordine di scuderia dall’accorpamento. D’altronde, lo stesso fenomeno di oscillazione casuale/causale si può osservare nelle cattedre che afferiscono ad un dipartimento o nella formazione dei dipartimenti.                

La spiegazione sembra essere molto semplice: che si tratti di potentati politici, accademici, o altro, è l’interesse del potentato stabilire il senso o il non-senso dell’intervento. L’interesse pubblico (del Paese, dell’ente locale, della istituzione, della conoscenza) vi è completamente sconosciuto.

La carenza di meritocrazia nella ricerca italiana non è quindi solo un fattore che richiede giustizia sul piano personale. E’ un fattore strutturale che ha profondi effetti sulla competitività del sistema-ricerca, sull’acquisizione della conoscenza, sul progresso del sistema-Paese. Gli atteggiamenti baronali che tagliano le ali alla meritocrazia sono comportamenti sostanzialmente illegali ai danni del Paese e della collettività.

 

5. La logica dell’accorpamento vs. la logica della selezione
L’approccio seguito, a quanto sembra, dalla ministra Giannini non è certo una novità. Infatti, la “riforma” che si cerca di introdurre, come peraltro quelle precedenti, è basata chiaramente e dichiaratamente sulla logica dell’accorpamento, sulla scorta verosimilmente di alcune convinzioni:

- che si possano ottenere risparmi di scala;

- che con una tale centralizzazione si possa controllare meglio il comparto;

- che si possa mantenere uno status quo favorevole all’assorbimento da parte degli enti del personale, spesso in eccesso e precario, prodotto dalle cattedre universitarie e utilizzato per lavori di routine di incerto valore.

D’altro canto, i vantaggi che dall’accorpamento potrebbero derivare sono molto appetitosi per i potentati accademici che, in tal modo, non solo otterrebbero dei risultati in termini di risorse umane e finanziarie, ma verrebbero rafforzati per il sostegno al mantenimento di una organizzazione cattedratica tradizionale. I potentati accademici potrebbero così continuare a mantenere indisturbata un’organizzazione disciplinare e frammentata, ben protetta dalla concorrenza.

Non è un caso che, tradizionalmente, i vari progetti di riordino siano sempre stati preparati da ministri dalle caratteristiche ad hoc. Su 18 ministri del Miur o ministri per l’istruzione e per l’università e ricerca (nei periodi in cui il ministero è stato sdoppiato), nel periodo della “Seconda Repubblica” (dopo “Mani Pulite”), 4 sono stati politici professionisti, 2 imprenditori, 1 avvocato, ben 10 insegnanti universitari, ed 1 solo esperto di ricerca industriale (Umberto Colombo, già presidente dell’ENEA, nel breve periodo del governo Ciampi). Con ministri di questo tipo, provenienti dall’ambiente accademico, non è potuta così emergere l’alternativa alla logica dell’accorpamento (e dei tagli lineari), ossia una logica della scelta delle tematiche da considerare prioritarie e delle risorse da assegnare alle tematiche stesse (scelta da affiancare contestualmente al taglio mirato delle tematiche non più idonee).

Questa modalità di riordino, in cui concordano e collaborano cattedratici, politici e burocrati, e forse sindacati (secondo un principio: “ti accorpo ma non ti taglio”), si caratterizza anche per alcuni errori ripetuti. Il primo è l’evidente incapacità di distinguere un ente di ricerca da un ente esperto che faccia (anche) ricerca: si confonde allora, ad esempio:  

- un ricercatore universitario che, nell’ambito di un programma dipartimentale, studia un fenomeno che potrebbe avere implicazioni per l’ambiente,

- un ricercatore che fa parte di un gruppo strutturato interdisciplinare finalizzato ad un progetto di ricerca ambientale,

- un ricercatore esperto che guida un servizio scientifico di monitoraggio e consulenza ambientale, attività preparate sulla scorta di risultati di ricerca.

Tutti e tre i ricercatori/esperti fanno, almeno entro certi limiti, ricerca e sarebbe grave se non fossero in condizioni di farla; tutti e tre hanno un ruolo riconosciuto ma che non garantisce la qualità del loro prodotto, verificabile solo da una revisione paritaria delle loro pubblicazioni ed un consenso scientifico; tutti e tre possono essere implicati in attività di formazione, insegnamento, trasferimento, informazione, ecc. E’ sbagliato pensare che ognuno di loro sia burocraticamente limitato in quello che può fare o non fare, ma è altresì sbagliato pensare che si tratti in ogni caso di una specie di docente-tuttofare. Sono figure diverse, ma necessarie, forse adatte a periodi diversi della carriera.

Cosa gravissima è l’incapacità di riconoscere la simile differenza tra enti di ricerca ed enti esperti (che possono anche fare ricerca, anzi che debbono fare ricerca, ma nell’ambito del loro compito istituzionale di consulenza, monitoraggio, servizio, applicazione e diffusione). Incapacità che viene tollerata e con la complicità della burocrazia ministeriale, sempre desiderosa di controllare direttamente le attività tecnico-scientifiche. E sì che l’ANPA era costata un referendum, ottenuto con grande impegno dagli Amici della Terra nel quadro di uno sforzo di modernizzazione della protezione ambientale sulla scorta dell’esperienza degli altri paesi industrializzati. In parallelo ed in modo collegato, si continua a cronicizzare la situazione dell’ENEA, una volta utilissimo ente strumentale, oggi dequalificato e inutilizzato, sulla soglia della frammentazione per volere superiore: e pensare che continua ad essere l’unico ente capace di intervenire in situazioni multifattoriali e in possesso, almeno in certe aree, della capacità di svolgere ogni tipo di intervento, dalla ricerca di base alle migliori pratiche knowledge-intensive; ma pervicacemente indirizzato a monotematiche a rischio (come il rilancio di un certo tipo di nucleare) o/e a preclusioni ideologiche (ad esempio, in campo biotecnologico).

Un’incapacità collegata è quella di non riuscire a riconoscere che le dimensioni di un ente non sono frutto di una regola semplice, non sono funzione (solo) dei criteri di spesa, ma dipendono dal settore interdisciplinare di intervento, dai programmi, dalla domanda, dalle specifiche. Solo una cultura burocratica che si accompagna ad un sistema baronale può non accorgersi che, nel mondo e in particolare nei paesi industrializzati, la tendenza è quella di abbandonare i “grandi” enti (con l’eccezione degli enti spaziali e delle grandi macchine della fisica) per passare a enti medio-piccoli, soprattutto multi- e transdisciplinari, con la presenza di nuove discipline (in evoluzione, non cristallizzate), enti agili, al limite temporanei o con parti finalizzate, ma soprattutto autonomi nell’ambito dei compiti che gli vengono affidati, sensibili ai cambiamenti sia dello stato dell’arte che della domanda, con adeguata premialità, spesso con caratteristiche di agenzia.

                       

6. Conclusioni
Se il sistema attualmente in vigore degli enti vigilati a livello multi-ministeriale è superato, come certamente lo è, un super-accorpamento di enti, agenzie, ricerche, servizi, un frappè di tutto e di niente, sarebbe governato e governabile solo burocraticamente; e questa potrebbe essere una delle ragioni reali per crearlo da parte delle burocrazie. L’affermazione che sarebbe lo stesso mondo della ricerca a chiederlo è falsa o si riferisce al ristretto mondo che galleggia fra politica e baronie.

Nella realtà, già la proposta di quattro super-enti, coordinati da un’agenzia unica, fa orwellianamente rabbrividire. E sul tutto aleggia il periodico fallimento del riordino “taglia-enti”.

La situazione delle entità di governo denominate “agenzie”, “autorità” o simili, è estremamente confusa. D’altro canto, l’attribuzione di una denominazione corretta e di determinati compiti a queste entità è un’operazione necessaria se si vuole procedere ad un riordino vitale del comparto della ricerca ed enti collegati. Le esperienze di altri paesi o multilaterali confermano, a questo proposito, l’utilità di un approccio basato su questi metodi di individuazione chiara del mandato di ciascun ente (che è cosa diversa dal potere di controllo occhiuto da parte della burocrazia). Almeno due problemi di fondo vanno assolutamente chiariti (il primo spesso incomprensibile ai politici, il secondo per loro idiosincratico:

- la distinzione tra enti di ricerca ed enti esperti di servizio scientifico;

- la necessità di compiere delle scelte sulle tematiche, i progetti di ricerca e i servizi necessari, evitando tagli lineari che permettano il mantenimento (con l’indebolimento) del quadro scientifico tradizionale.

E’ necessario evitare che il riordino si trasformi in un ennesimo tracollo di conoscenza e competenza, oppure in un appiattimento sul modello CNR-università. Alcuni casi specifici sono ancor più chiari circa gli errori da evitare: la frantumazione e la “ministerializzazione” dell’ANPA-ISPRA, lo smantellamento di un ente strumentale intermedio come l’ENEA, il continuo ricorso al commissariamento, la tendenza a sostituire la validità e il consenso scientifico con il pronunciamento burocratico ufficiale.

A proposito del riordino, circolano diverse battute. La prima, scontata, è che per fare un riordino ci deve essere stato prima un ordine. Dicono negli enti di ricerca anglo-sassoni quando un lavoro non riesce: “back to the blackboard”, cioè ritornare alla lavagna, cancellare e riprovarci in modo diverso. Bartali diceva toscanamente: “l’è tutto da rifare”. Sembrano suggerimenti giusti e di buon senso: usando invece della lavagna, un buon computer.