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2018-05-24 16:12

Piove sul Bagnato

ANCORA UN’ALLUVIONE A GENOVA

di: 
Leonello Serva e Francesco Mauro

Con l’alluvione di Genova del 10 ottobre scorso, corredata dallo straripamento dei corsi d’acqua e purtroppo da una vittima, travolta dalla piena del Bisagno, abbiamo assistito all’ennesimo evento meteo che ha confermato la fragilità del territorio ligure, ed abbiamo visto il solito scambio di accuse.

La discussione è la solita e riguarda il livello d’allarme che si sarebbe dovuto dare e che non è stato dato – dice qualcuno – e circa le azioni che si sarebbero dovuto intraprendere. Il tutto condito dalle solite allusioni di un cambiamento del clima globale come responsabile ultimo. 

Eppure, la situazione nel Mar Ligure, nella zona antistante la città di Genova, è nota da tempo. Un fenomeno meteo ben preciso, la depressione ligure o depressione del Golfo di Genova (detta in inglese: Genoa low, ossia vortice di bassa pressione di Genova), si tende a formare e stazionare sul  Mar Ligure. La bassa pressione tende a formasi come effetto dell’ingresso nel Mar Mediterraneo di aria umida nord-atlantica che entra tramite la cosiddetta Porta di Carcassonne, più o meno sull’asse dal Golfo di Guascogna al Golfo dei Leone che mette in comunicazione le due regioni costiere, atlantica e mediterranea, senza grandi sbalzi di altitudine. E’ questa l’aria umida che forma anche la depressione del Golfo del Leone (Figura 1), con il vento di maestrale (da nord-ovest) che investe Corsica, Sardegna e le Bocche di Bonifacio, per raggiungere talvolta la costa peninsulare tirrenica.

La depressione di Genova può anche formarsi a seguito della penetrazione di aria artica marittima, proveniente da latitudini settentrionali e insinuatasi in territorio francese tra le Alpi e il Massiccio Centrale attraverso la Valle de Rodano in direzione nord-sud. Spesso, l’una o l’altra delle correnti d’aria, andando a impattare sulle alte montagne della Corsica nord-occidentale, che deviano la corrente verso nord-est, innescando la risposta di venti di libeccio freschi e umidi che risalgono fino al golfo ligure, dove impattano con la dorsale appenninica situata nelle immediate vicinanze del mare.

Una complessa interazione si instaura tra il contesto orografico della Liguria e il contrasto tra la massa d'aria fredda e umida e la più tiepida acqua del Mar Ligure; tale processo termina con la formazione di un'area di bassa pressione sul Mar Ligure, proprio in prossimità della città di Genova.

La depressione è apportatrice di precipitazioni, anche molto intense, sulla Liguria e sull'alta Toscana. L'area di bassa pressione, nel suo lento movimento, può seguire una traiettoria da ovest verso est, andando poi ad interessare le regioni dell'alto versante adriatico, oppure spostarsi da nord-ovest verso sud-est scendendo lungo il Tirreno.

Questi fenomeni sono noti da secoli, anzi da millenni. Probabilmente per primi i fenici di Tiro, che sarebbero divenuti i cartaginesi, scoprirono intorno al 1000 a.C., che in determinati periodi dell’anno, era più facile, per il regime dei venti e per le condizioni meteo, navigare verso ovest lungo la costa africana del Mediterraneo, o almeno lungo un percorso intermedio a sud di Creta e della Sicilia fino alla costa spagnola meridionale; mentre il ritorno verso la Grecia e la Fenicia era più affrontabile scendendo lungo il Tirreno e attraversando lo Ionio. Di qui l’importanza delle colonie greche come Marsiglia in Provenza e Emporion e Sagunto in Catalogna, e della colonia cartaginese Nova Carthago (Cartagena in Spagna); dello scontro navale triangolare (540 a.C.) tra cartaginesi-fenici, etruschi e greci, in epoca pre-romana, e risolto poi da Roma come unica vincitrice (201 a.C., fine della Seconda guerra punica).

Figura 1. La formazione di una depressione di fronte a Genova per arrivo di aria artica. 



Figura 2. Le rotte commerciali fenicio-cartaginesi e greche nel Mediterraneo.



Figura 3. Situazione meteo con alta precipitazione nel Mar Ligure e tedenza ad espansione nel Tirreno

Tutto questo sembra non essere noto alle autorità della Liguria (o della Toscana settentrionale), alla Protezione Civile, persino alle agenzie tecniche regionali. Ogni volta la situazione sembra emergere come una sorpresa, e la discussione si sposta su chi doveva avvisare chi. Eppure, tutti dovrebbero almeno ricordarsi la poesia che ci hanno insegnato a scuola:  E sotto il maestrale urla e biancheggia il mare.

Sembrerebbe chiaro, come chiari sono stati gli articoli che abbiamo già pubblicato su l’Astrolabio.

Cercheremo di essere ancora più chiari. Nel caso di certi fenomeni, il problema non sono i tempi di ricomparsa dei fenomeni stessi e quindi la probabilità di un loro ritorno, ma la gravità della manifestazione di detti fenomeni. Quando sono in arrivo determinate perturbazioni, bisogna prendere in considerazione quel che può succedere, dare l’allarme, attivare organizzazione e mezzi. Prima, non dopo. Stabilire con un protocollo quando bisogna intervenire, evacuare se necessario. Non aver paura di falsi allarmi: se gli indici sono giusti, l’allarme è giustificato. La decisione non può essere presa da un politico (ministro, governatore o sindaco che sia, anche se popolare per ragioni di lista o di famiglia), da un funzionario (prefetto o altro) e neanche da un tecnico. La decisione deve essere il frutto di un’osservazione, non di un negoziato tra corpi intermedi.

Se le categorie dei decisori vuole far qualcosa, provvedano a organizzare le squadre per liberare i torrenti ed i manufatti dai detriti, dagli ingombri e dagli abusivismi, che di questo sì che c’e tanto bisogno. E’ un lavoro degno, urgente e da fare con cura impiegando cassa-integrati, volontari, cooperative, immigrati, disoccupati.