50 ANNI DA SEVESO
L’uso civile del nucleare ha comportato lo studio e la messa in opera di procedure e sistemi di sicurezza che hanno ispirato la normativa sulla prevenzione del rischio di tutti gli impianti industriali. L’autore è un testimone d’eccezione della costruzione del sistema di governo dell’ambiente in Italia ed è stato anche ministro dell’ambiente.
In Copertina: Foto Wikimedia Commons
Sono passati 50 anni dal disastro di Seveso.
La rottura di una valvola in un reattore dell'ICMESA aveva provocato il rilascio di una nube di diossina con la contaminazione dei terreni e della vegetazione di una vasta area, la morte di animali ed effetti acuti sulla salute della popolazione.
Avevo da poco avviato il Servizio pubblico di Medicina del Lavoro di Porto Marghera, allora uno dei siti di lavorazioni chimiche più grandi e complessi d’Europa.
Seveso aveva creato un grande allarme tra i lavoratori e la popolazione, considerato che i primi risultati del nostro lavoro avevano messo in evidenza i rischi di rilascio di sostanze pericolose e tossiche da molti impianti. Ed eravamo nel pieno di un programma nazionale di monitoraggio e revisione dei rischi ambientali e sanitari derivanti dalla produzione di PVC, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, l’Università di Padova e le rappresentanze dei lavoratori.
Insomma Seveso aveva “ribaltato” nella realtà di Porto Marghera uno scenario possibile di disastri che richiedeva una valutazione dei rischi e delle procedure per la sicurezza più ampia e complessa rispetto alla “tradizionale” analisi di compatibilità ambientale e sanitaria effettuata dalle Autorità competenti in fase di autorizzazione alla costruzione ed esercizio degli impianti industriali.
L’incidente all’ICMESA di Seveso era stato il risultato della mancanza di un sistema di sicurezza passiva in grado di gestire sia l’aumento anomalo di temperatura e pressione nel reattore di produzione del triclorofenolo (evento prevedibile) e la conseguente rottura della valvola di sicurezza, sia la fuoriuscita in atmosfera di diossina.
Ovvero l’impianto era stato progettato e autorizzato senza l’obbligo del monitoraggio automatico del reattore di produzione del triclorofenolo e del conseguente raffreddamento in automatico in caso di aumento anomalo di temperatura, con un sistema di valvole di sicurezza non in grado di contenere l’emissione di vapori tossici, e senza la realizzazione di un reattore di sicurezza dove convogliare le eventuali emissioni.
Il nostro lavoro di revisione sulla sicurezza degli impianti, ancora prima della approvazione della “direttiva Seveso” (501/1982 CEE) e del suo recepimento in Italia (DPR 175/1988), è stato guidato dalle procedure per la sicurezza nucleare. Di più: i principi e le metodologie per la sicurezza nucleare hanno costituito la base per la gestione dei rischi industriali nell’area di Porto Marghera, con la partecipazione delle imprese e delle organizzazioni dei lavoratori.
In primo luogo, abbiamo mutuato dai criteri della safety culture del nucleare un programma per favorire la diffusione della “cultura della sicurezza ” nella gestione dei processi industriali. In particolare abbiamo lavorato sul “fattore umano”, ovvero sulla responsabilità di ogni lavoratore e del management per la sicurezza degli impianti. Abbiamo avuto una collaborazione qualificata e di alto livello in particolare dalla leadership delle organizzazioni dei lavoratori nella quale erano presenti anche ingegneri e tecnici con una formazione di ingegneria nucleare. Le imprese, allora in gran parte pubbliche, hanno assicurato l’organizzazione e la realizzazione di programmi di informazione e formazione.
La revisione degli impianti è stata guidata da tre misure guida nella sicurezza degli impianti nucleari:
Quando nel 1990 il Ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo mi affidò l’incarico di gestire l’attuazione della direttiva Seveso in Italia, ho applicato il “modello Porto Marghera” per la valutazione dei rischi potenziali di 430 impianti in 18 aree ad elevata concentrazione di attività industriali utilizzando in larga parte i criteri della sicurezza nucleare. A questo proposito va ricordato il contributo significativo di esperti dell’ENEA, dei Vigili del Fuco e delle imprese con la formazione di base degli ingegneri nucleari.
Nel 1992 è stato pubblicato il rapporto sui risultati di questo lavoro, realizzato in collaborazione con ENEA, ed ho sollecitato l’aggiornamento del DPR 175/1988 di recepimento della direttiva Seveso, “un labirinto senza uscite”, al fine di standardizzare e semplificare le procedure di analisi del rischio.
Infatti, mentre la direttiva europea indicava in modo puntuale le procedure per la prevenzione dei rischi di incidente rilevante negli impianti industriali prevalentemente ispirate dai principi della sicurezza nucleare, e le imprese avevano “internalizzato” nella propria organizzazione obiettivi e criteri indicati dalla direttiva, nel DPR 175/1988 le competenze parallele e i conflitti delle Autorità competenti prevalevano sulle normative tecniche per la valutazione dei rischi rendendo molto difficili e spesso senza esito le procedure necessarie per assicurare l’esercizio in sicurezza degli impianti industriali a rischio.
Dopo quasi 25 anni, e tre aggiornamenti della direttiva europea e delle norme di recepimento in Italia, le procedure di valutazione e l’assetto delle competenze sono definite in modo “ordinato”.
Il quadro di riferimento di principi e criteri per la gestione della sicurezza industriale e la prevenzione dei rischi di incidente rilevante, pur con gli aggiornamenti connessi alle specifiche problematiche delle sostanze chimiche pericolose, resta quello individuato dalle procedure per la sicurezza nucleare.
Vale la pena di ricordarlo mentre si riapre il confronto in Italia sul nucleare.