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2026-03-06 18:44

Sicilia, Calabria e Sardegna: l’Emergenza Che si Ripete Sempre

EROSIONE COSTIERA E ALLUVIONI

di: 
Mario Pileggi

Mezzo secolo di conoscenze e norme sulle fragilità territoriali, dalla Commissione De Marchi agli eventi di questi giorni. Il Mezzogiorno d’Italia è condannato a vivere un’emergenza che non finisce mai perché il governo del territorio e le misure di prevenzione non hanno mai preso forma…

In Copertina: Foto Messina Today

 

Le immagini di strade allagate, lungomari invasi dall’acqua e quartieri isolati non raccontano un’emergenza inattesa. Raccontano, piuttosto, il ritorno di uno scenario già noto. Ogni volta che piogge intense e mareggiate colpiscono Sicilia, Calabria e Sardegna, riaffiorano fragilità strutturali costruite nel tempo. La forza di queste immagini non sta nella loro eccezionalità, ma nella loro ripetizione.

Quella che viene narrata come cronaca è, in realtà, la fase finale di processi lunghi e riconoscibili. Processi legati alla storia geologica dei territori, ma soprattutto a decenni di trasformazioni territoriali incoerenti. L’acqua torna a occupare spazi che non le sono mai stati realmente restituiti, in una dinamica che si ripete finché la risposta resta confinata alla gestione dell’emergenza.

Specificità note e ampiamente documentate a ogni livello istituzionale e scientifico, e non soltanto in tempi recenti. Nel marzo del 1973, all’indomani delle gravi alluvioni che colpirono Sicilia e Calabria, il Parlamento italiano riconosceva infatti l’«esigenza primaria e non più differibile di una concreta ed organica opera di sistemazione idrogeologica del terreno e di difesa del suolo».

Report dalla piattaforma IdroGEO di ISPRA. Fonte dati: Rapporto ISPRA 2024 su Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio


Già negli anni Settanta il quadro era chiaro.

Quel passaggio istituzionale si inseriva in un percorso già avviato negli anni precedenti, quando era stato chiarito come l’intervento emergenziale non potesse sostituire una politica strutturale di prevenzione e pianificazione territoriale. In questo quadro maturava anche il lavoro della “Commissione parlamentare per la difesa del suolo” — nota come Commissione De Marchi — istituita alla fine degli anni Sessanta dopo l’alluvione di Firenze del 1966.

Le alluvioni del 1972–73 si innestarono su assetti geomorfologici ben noti: bacini idrografici brevi e ripidi, reticoli a risposta rapida, substrati argillosi e flyschoidi predisposti a frane superficiali, versanti impoveriti dalla deforestazione e dall’abbandono delle pratiche agricole tradizionali. A questi fattori naturali si sommavano scelte territoriali discutibili: edificazioni in aree golenali, espansione urbana senza regole, infrastrutture collocate in contesti instabili.

Nel dibattito parlamentare del 1973 la difesa del suolo veniva esplicitamente configurata come priorità nazionale, superando la visione emergenziale e localistica che aveva caratterizzato gli interventi precedenti. Il dissesto idrogeologico non era più interpretato come fenomeno contingente, ma come espressione di criticità strutturali legate alle trasformazioni storiche del territorio. In tale prospettiva si denunciava l’inefficacia dell’intervento esclusivamente post-evento e si affermava la necessità di politiche fondate su prevenzione, manutenzione programmata e pianificazione integrata, riconoscendo come i processi di degrado non fossero imputabili alla sola intensità delle precipitazioni, bensì alle modalità di uso e gestione del suolo nel tempo.

Solo nel 1989 però, questa impostazione venne consolidata sul piano normativo con la Legge n. 183, recante «Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo», che introdusse un significativo cambio di paradigma nella governance territoriale, orientando la pianificazione su base di bacino idrografico.  Ulteriore sviluppo si ebbe con il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 — noto come «Codice dell’Ambiente» o «Testo Unico Ambientale» — il quale, nella Parte III, disciplina la tutela del suolo e la gestione delle acque, rafforzando l’approccio integrato e istituendo le Autorità di distretto idrografico quali strumenti di coordinamento della pianificazione e della mitigazione del rischio.

Tuttavia, a distanza di oltre cinquant’anni dalla Commissione De Marchi, fra conflitti di competenza ed esiguità dei finanziamenti per la prevenzione, l’unica continuità impressionante è quella dei disastri che si ripetono, raccontati anche dalla cronaca recente.

Report dalla piattaforma IdroGEO di ISPRA. Fonte dati: Rapporto ISPRA 2024 su Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio

 

La continuità dei disastri che si ripetono

Tra il 2020 e il 2025, Sicilia e Calabria sono state colpite da numerosi eventi alluvionali. L’ottobre 2021 ha rappresentato uno spartiacque, con cumulati di pioggia superiori a 300–400 millimetri in poche decine di ore e diffusi allagamenti urbani, esondazioni torrentizie e frane rapide. Negli anni successivi, eventi meno estremi ma più frequenti hanno colpito le stesse aree, spesso accompagnati da mareggiate che hanno accelerato l’erosione costiera. I dati più recenti del Rapporto ISPRA sulla pericolosità idrogeologica restituiscono un quadro di rischio strutturale nelle tre regioni. 

In Calabria oltre il 90% dei comuni ricade in aree a rischio idrogeologico e circa il 17% del territorio è classificato a pericolosità elevata o molto elevata per frane e alluvioni. Nei principali centri urbani decine di migliaia di residenti vivono stabilmente in aree esposte, insieme a infrastrutture strategiche e a un patrimonio edilizio spesso collocato in contesti instabili. Il rischio assume una dimensione chiaramente urbana. A Cosenza oltre 21.000 residenti risultano esposti a pericolosità geomorfologica e idraulica, a Catanzaro circa 12.500, a Reggio Calabria oltre 12.600. Dati significativi si registrano anche a Lamezia Terme e a Corigliano-Rossano, dove migliaia di persone vivono in aree soggette a rischio idraulico e costiero. A questo si aggiunge un consumo di suolo che in Calabria supera il 6% della superficie regionale, con incrementi concentrati proprio nelle pianure e nelle fasce costiere, le più vulnerabili.

Il quadro della pericolosità idrogeologica in Sicilia restituisce un’immagine di rischio diffuso e strutturale, analoga per intensità e caratteristiche a quella osservata in Calabria. Le aree a pericolosità elevata e molto elevata da frana (P3 e P4) interessano oltre 790 km² di territorio, coinvolgendo circa 93.500 residenti, più di 41.000 famiglie e un numero rilevante di edifici e infrastrutture localizzati in contesti geomorfologicamente instabili. Particolarmente significativo è il coinvolgimento del patrimonio culturale, con oltre 470 beni ricadenti in aree a rischio, a conferma di come il dissesto interessi anche centri storici e ambiti di pregio, non solo aree marginali.

Sul fronte del rischio idraulico, gli scenari di alluvione delineati dalla Direttiva Alluvioni mostrano una vulnerabilità altrettanto marcata. Nello scenario massimo (P1) risultano potenzialmente allagabili oltre 580 km², con circa 138.000 residenti esposti, più di 53.000 famiglie e oltre 42.000 edifici. Anche negli scenari più frequenti e intermedi, decine di migliaia di persone vivono stabilmente in aree soggette a esondazioni, soprattutto nelle pianure costiere e nei principali contesti urbani, dove l’elevata impermeabilizzazione dei suoli e la riduzione delle fasce di naturale espansione delle piene amplificano gli effetti delle precipitazioni intense.

Anche in Sardegna il rischio idrogeologico assume una dimensione strutturale, sebbene inserita in un contesto geomorfologico e insediativo peculiare. Secondo i dati ISPRA, le aree a pericolosità elevata e molto elevata da frana (P3 e P4) interessano oltre 2.260 km² di territorio regionale, coinvolgendo più di 20.600 residenti, circa 9.800 edifici e oltre 400 beni culturali, spesso localizzati in ambiti collinari e montani caratterizzati da instabilità dei versanti. Per quanto riguarda il rischio idraulico, nello scenario massimo di alluvione (P1) risultano esposti oltre 268.000 residenti, con più di 108.000 famiglie e circa 90.000 edifici ricadenti in aree potenzialmente allagabili. Anche negli scenari più frequenti (P3) e intermedi (P2), il numero di persone coinvolte resta elevato, delineando un rischio che interessa in modo diretto le pianure costiere e le principali aree urbanizzate. Come in Sicilia e Calabria, la crescita insediativa in prossimità degli alvei, la canalizzazione dei corsi d’acqua e la progressiva artificializzazione del territorio contribuiscono ad amplificare l’impatto degli eventi estremi.

A questa fragilità fluviale si è sommata negli ultimi anni la crescente vulnerabilità delle coste. L’erosione delle spiagge, l’arretramento della linea di riva e i danni ai lungomari sono accentuati dall’innalzamento del livello del mare e dall’aumento dell’energia delle mareggiate. Secondo IPCC ed ENEA, entro la fine del secolo il livello medio del mare potrebbe crescere di oltre un metro, con effetti particolarmente rilevanti sulle pianure costiere già soggette a subsidenza.

Report dalla piattaforma IdroGEO di ISPRA. Fonte dati: Rapporto ISPRA 2024 su Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio

 

Difesa del territorio? Assente!

La gestione dell’emergenza ha fatto passi avanti. I sistemi di allerta e il coordinamento della Protezione civile hanno ridotto il numero delle vittime. Ma la prevenzione non c’è. La manutenzione dei corsi d’acqua è discontinua, la pianificazione urbanistica continua spesso a ignorare la pericolosità geomorfologica e il consumo di suolo prosegue anche in aree ad alto rischio.

Il tema della prevenzione ha anche una dimensione economica evidente. I dati nazionali mostrano che ogni euro investito in prevenzione consente di risparmiare da quattro a sette euro in spese di riparazione, ricostruzione e indennizzi. La prevenzione riduce inoltre i costi indiretti legati all’interruzione delle attività produttive, del turismo e dei servizi essenziali.

Investire nella difesa del suolo significa quindi non solo ridurre il rischio per le popolazioni, ma tutelare il valore economico dei territori. Manutenzione dei bacini, ripristino delle fasce fluviali, rinaturalizzazione delle coste e pianificazione urbana coerente sono strumenti meno visibili dell’emergenza, ma decisamente più efficaci nel lungo periodo.

Il dissesto idrogeologico che colpisce oggi Sicilia, Calabria e Sardegna non è una fatalità naturale. È l’esito prevedibile di un sistema territoriale fragile e di una politica di difesa del territorio assente. Cinquant’anni dopo il dibattito parlamentare del 1973, la conoscenza scientifica è incomparabilmente più avanzata. La vera sfida resta trasformare questa conoscenza in politiche continue e integrate.

Il dissesto non arriva: ritorna. E continua a farlo finché la risposta resta confinata alla riparazione dei danni. La vera discontinuità non sta nell’intensità delle piogge o delle mareggiate, ma nella capacità di spostare risorse, scelte e responsabilità dall’emergenza alla prevenzione, prima che l’acqua torni ancora una volta a prendersi il territorio.