DIPENDENZE ENERGETICHE
Perché la dipendenza dal gas americano comporta rischi di prezzo e non di forniture. L’autore illustra il contesto storico delle dipendenze energetiche europee, riassume i dati del mercato globale del GNL, racconta qualche inaspettato paradosso nel rapporto di Trump con le Oil&Gas company e paventa l’aumento dei consumi dovuto all’intelligenza artificiale.
In Copertina: Foto Wikipedia
Dipendiamo troppo dal gas naturale liquefatto (GNL) che viene dagli Stati Uniti? Certamente sì, per banali motivi di mercato. Non è mai bene dipendere da un singolo paese fornitore per un prodotto essenziale, come il gas naturale, e in ogni caso è necessario essere pronti per poterlo sostituire. Lo ha segnalato anche il Commissario all’energia della UE, Jorgenson.
Rispetto alle provenienze da altri Paesi grandi esportatori, con fornitori controllati dagli Stati, la situazione USA è un po’ diversa, perché a rifornirci sono più compagnie private in concorrenza tra loro, e anche internazionali. Trump è però imprevedibile, con una capacità di pressione verso gli Stati, figuriamoci verso compagnie industriali o trader. Cosa ci possiamo attendere? Un blocco o dazi insopportabili, sul GNL che viaggia via nave e ci viene dalla sponda statunitense del Golfo del Messico, dove si concentra la produzione USA?
Errori del passato
A cavallo del secolo, nella fase delle liberalizzazioni energetiche in Europa, quando si cercò di riformare produzione e commercio dell’energia da monopoli pubblici integrati a soggetti in concorrenza, alcuni paesi si posero il problema. Ad esempio, la Spagna, che temeva di dipendere troppo dal gas della vicina Algeria che avviò un controllo severo affinché nessuno importasse più di una quota ridotta (intorno al 25% circa) di gas da un singolo fornitore rispetto alla domanda complessiva. Fu un sacrificio lungimirante, l’import dall’Algeria via gasdotto era certamente la soluzione più “sicura” ed apparentemente economica.
La decisione portò investimenti nei rigassificatori (oggi sette) che furono rapidamente costruiti per poter ricevere il GNL da una pluralità di fornitori (in concorrenza tra loro). Da allora la Spagna ha goduto dei prezzi del gas più bassi di tutti gli altri europei. Senza rinunciare a forniture via gasdotto dall’Algeria, ma per quantità sostituibili. L’Italia, seguita dalla Germania e altri Paesi europei, fecero la scelta opposta, legarsi mani e piedi al gas, soprattutto via gasdotto, che lega indissolubilmente l’acquirente al produttore, la Russia.
In quegli anni (2005/2006), in Italia ci fu chi lanciò in Parlamento un allarme bipartisan (come qui ricostruito), ma fu soverchiato dall’innaturale convergenza di Berlusconi e Prodi per gli accordi con Putin. Adesso Trump, anch’egli alleato di fatto di Putin contro l’Ucraina, potrebbe fare come l’autocrate russo che ci tolse il gas dall’autunno 2021 in poi, pensando di metterci in ginocchio per prendere Kiev dopo qualche mese e in tre giorni?
Da settembre 2021, quando compravamo gas russo per gli stoccaggi invernali, ci furono negate le tradizionali forniture aggiuntive ai contratti pluriennali, facendo esplodere i prezzi, inclusi quelle dell’affitto delle metaniere, a ottobre già a 400 mila dollari al giorno… ci voleva inermi per il 22 febbraio, ma ci salvò soprattutto l’inverno mite.
Poi la pretesa di pagare in rubli, rifiutata, che ruppe i contratti pluriennali e permise di rifornirsi da altri senza penali e l’arrivo delle prime sanzioni della UE. Come detto, tutto è possibile, ma l’analisi del rischio Trump è un po' più complessa di come si legge sulla stampa nazionale, soprattutto quella più “comprensiva” verso Putin. Si stava meglio prima, con il gas russo?
I costi della servitù
Viene spesso ricordato come il prezzo del gas russo fosse il più conveniente per noi, dimenticando di precisare che si trattava di un prezzo politico, tecnicamente “prezzo predatorio”, inferiore a quello delle forniture vie nave, proprio per bloccare il crescente mercato del GNL, che da regionale diventava globale. Lo ha dimostrato anche la rapidità con cui le imprese sono riuscite a fare efficienza energetica quando il prezzo è iniziato ad aumentare. E comunque anche il gas russo era indicizzato ai prezzi del principale hub del gas naturale in Europa, l’olandese TTF (Title Transfer Facility) e in ogni caso i contratti non sono noti.
Elaborazione Amici della terra
Nel prezzo storico del gas russo vanno però anche considerati gli aumenti avuti dall’autunno del 2021, oggi ancora più alti rispetto all’inflazione da allora, perché il mercato si deve tutt’ora assestare. L’Italia, ad esempio, ha dovuto investire per riattivare giacimenti algerini e per l’acquisto di due rigassificatori. Probabilmente i trader e commercianti mondiali e forse anche gli armatori sono riusciti pure a speculare sul timore dell’Europa di restare senza gas, ma anche questo costo va imputato a Putin. È la Russia che ha prodotto la scarsità e la paura di essa.
Il gas passò da 20 euro MWh a oltre 300! Tutto sempre a causa delle decisioni politiche della Russia. Se si sommano questi costi a quelli pagati anno per anno dal 2015, quando i contratti furono ridiscussi, si vedrà che il gas russo ci è costato molto più del GNL da qualsiasi parte fosse arrivato, anche dall’Australia!
Non si torna indietro
Abitualmente gli acquirenti di gas si assicurano dal rischio interruzioni, con costi che gravano nel prezzo di vendita. Nel caso della Russia non fu fatto, o lo fu molto blandamente, perché considerato un fornitore molto affidabile: l’essenza della trappola (anche se qualche avvisaglia ci fu, collegata ai contratti di trasporto verso di noi attraverso l’Ucraina). Non succederà, ma se si tornasse ad acquistare gas da gasdotto dalla Russia, si troveranno assicuratori disponibili? Improbabile, e a che costi?
In più c’è il problema ambientale, legato ai provvedimenti UE per importare sempre meno gas naturale dai Paesi che ne disperdono di più in atmosfera (per fughe, rilasci volontari e combustione di gas in torcia). I gasdotti russi sono un colabrodo, con il record mondiale storico di perdite quando funzionavano a regime. Sistemarli costerebbe miliardi e il gas in atmosfera impatta sul clima 80 volte più della stessa CO2 (in materia da seguire la campagna degli Amici della Terra).
Trump e le industrie Oil&Gas
“Drill baby drill (trivella, tesoro, trivella)” lo slogan di Trump in campagna elettorale. È noto il rapporto che lo lega alle industrie nazionali produttrici di petrolio e gas naturale. Legame ideologico, che nega l’impatto delle fonti fossili sul clima e sull’ambiente e poi economico, perché in virtù di ciò tali compagnie sono state molto generose nel finanziare le sue campagne elettorali. Trump conosce benissimo la sensibilità dei cittadini americani per il prezzo della benzina e si è sempre guardato dal creargli problemi (un po’ meno per i consumatori di gas, lo vedremo più avanti).
Lo dimostra quanto fatto assumendo il controllo della produzione del Venezuela, fornitore di una qualità di petrolio indispensabile per le raffinerie USA, che adesso lo riceveranno senza difficoltà. La vicinanza tra i Paesi contribuisce poi a tenere basso il prezzo di trasporto. Per il gas stesse mire verso Canada, Messico e Groenlandia. Tutti i rapporti politici e commerciali degli USA con il Medio Oriente, anche prima di Trump, con Obama e Biden, dimostrano l’obiettivo nazionale di contenere il prezzo del petrolio (pur esportandolo), spingendo quei paesi a politiche di quantità piuttosto che di prezzo (e in cambio facilitazioni per acquisti di armi USA).
Lo scorso aprile Trump ha anche chiesto all’Unione Europea di comprare petrolio, gas e uranio dagli USA per 350 miliardi di dollari in due-tre anni, e la presidente della Commissione UE, Von der Leyen gli ha anche detto di sì, ma lei sapeva che non era fisicamente possibile fare tutti quegli acquisti.
l presidente USA chiese pure un miliardo di dollari all’industria Oil&Gas nazionale, ricevendo anche 40 milioni di dollari alla volta, in eventi pubblici per la scorsa campagna elettorale, promettendo di smantellare tutti i provvedimenti ambientali di Biden, cosa che ha immediatamente fatto nei primi giorni di presidenza. È fondamentale ricordare che la produzione americana vede a fianco delle grandi compagnie una pluralità di medi e piccoli produttori privati e in concorrenza (circa 6.000 nel gas, secondo la U.S. Energy Information Administration - EIA).
Va anche notato che in questa fase storica il petrolio viaggia intorno ai 60 dollari a barile, prezzo considerato buono, rispetto agli scorsi anni e storicamente. Però non può scendere di più, perché metterebbe a rischio la più costosa produzione statunitense da scisti bituminosi (giacimenti orizzontali). Per questo Trump ha due giorni fa convinto l’India ad acquistare petrolio USA o venezuelano, invece che russo, venduto a prezzi stracciati. L’Ucraina in questo non c’entra niente.
Il confronto geopolitico mondiale vede oggi come primo obiettivo di Trump la Cina. Eppure, nulla viene rimproverato agli esportatori USA che stanno tranquillamente rifornendo di GNL le imprese cinesi. Anzi, Pechino spesso ne fa incetta per rivenderlo all’Europa, quando il differenziale tra prezzo di acquisto diventa conveniente rispetto a quelli europei; basta dirottare le navi metaniere, come previsto dai contratti.
Il contesto di mercato
Certamente per Trump l’Europa conta nulla rispetto alla Cina e si può anche ipotizzare qualche azione verso di noi, ma come appena accennato, e vedremo meglio più avanti, alla fine il GNL ci arriverebbe comunque, anche se ad un prezzo un po’ più alto. Come è stato nel 2022 e 2023, e in parte anche ora, le forniture di gas sono così importanti per l’Europa, almeno per i prossimi 20-30 anni (per coprire i cali di vento e di sole delle rinnovabili), che la certezza dell’approvvigionamento prevale sempre sul prezzo. Provvedimenti di aiuto della UE e dei singoli stati possono in parte mitigare la situazione, come nel 2022/2023.
L’esempio della Cina apre il capitolo più importante. Quando i vari commentatori parlano del rischio di dipendenza dagli USA per il GNL si scordano sempre di chiedersi dove andrebbe a finire quel gas che non ci arriverebbe più. Posto che l’ultima cosa che ci possiamo aspettare da Trump sia danneggiare l’industria Oil&Gas interna, è facile immaginare pressioni politiche su altri paesi importatori perché comprino solo GNL statunitense, come fatto con l’India per il petrolio.
Sempre che ciò sia possibile, visto che i principali acquirenti globali dopo la UE sono Giappone, Corea del Sud e Taiwan, in questa fase storica stretti alleati dell’Europa. Tali Paesi potrebbero anche piegarsi, ma allora bisogna pure chiedersi dove andrebbe a finire tutto il GNL che ricevono oggi e resterebbe senza l’abituale destinazione. Semplicemente arriverebbe in Europa, liberandoci dal rischio Trump, anche se sarebbe più conveniente per entrambi continuare con quello USA.
Qualche dato
La capacità mondiale di produzione di GNL nel mondo nel 2025 su dati IEA (International Energy Agency) è stimata in oltre 500 milioni di tonnellate (Mtpa), ed è prevista in forte aumento nei prossimi, in base alla capacità dei liquefattori in costruzione negli Stati Uniti, in Qatar, in Canada e in vari paesi africani come Mozambico, Congo e altri nel mondo.
Nel 2030 si dovrebbe arrivare a 800 milioni. I principali produttori per capacità sono stati nel 2025 appunto gli USA, con circa 100 Mtpa, l’Australia vicina a 90, il Qatar intorno a 80, la Malesia circa 27, l’Indonesia 17, Algeria 12 come l’Oman, Trinidad e Tobago intorno a 10, Norvegia e Brunei 5. La Russia 25 milioni indirizzati (come anche quello via gasdotto) verso la Cina e ancora per poco verso l’Europa, dopo il recente veto della Commissione UE.
I dati della capacità 2025 sono più affidabili di quelli della produzione, che non sono ancora completamente disponibili, ma danno una soddisfacente idea della situazione globale del mercato per Paesi e aree geografiche. Il commercio reale del GNL è comunque stimato, sempre per il 2025, in circa 440 Mtpa (con 60 Mtpa di interruzioni, manutenzioni e minori forniture).
Di questi si stima che circa 120 siano arrivati in Europa, e secondo i primi dati IEA ben più della metà ci è arrivata dagli USA, confermando una importante dipendenza in aumento. Dove sono andate le altre produzioni? Circa 80 Mtpa in Giappone, 60 in Corea del Sud, 30 in India e a Taiwan, circa 80 in Cina, 8 in Gran Bretagna. Come si vede di GNL ce n’è a sufficienza.
Rischio prezzo, non di forniture
Se circa 55 Mtpa ci sono arrivati dagli USA e rappresentano circa il 26% del totale consumato nella UE (produzione propria, import da gasdotto e GNL) e le esportazioni USA verso l’Europa cambiassero strada, dove si ridirigerebbero? Certo non smetterebbero di camminare, ma passando dall’Atlantico al Pacifico potrebbero spiazzare le esportazioni di Australia, Qatar, Malesia e Indonesia che riforniscono soprattutto il mercato asiatico (il Qatar anche l’Italia).
Mappa dei flussi di scambio di GNL al 2023. Fonte: International Gas Union (IGU)
Per le metaniere quasi il doppio del percorso, più o meno 10 mila miglia nautiche per arrivare in Giappone o Corea del Sud dal Golfo del Messico, rispetto alle 5 mila per giungere in Europa (indicativamente Rotterdam).
Contenti probabilmente Qatar (distanze simili tra Pacifico ed Europa, attraversando però lo stretto di Hormuz), armatori e trader che possiedono metaniere proprie, un po’ meno i produttori USA che sentirebbero la pressione sui propri prezzi all’origine, visti gli aumenti per i consumatori finali.
Alla fine, tutto il GNL eventualmente sostituito da quello USA nel Pacifico non potrebbe che arrivare in Europa. Non resteremmo a “secco”, le navi partono e arrivano da dove si vuole, come per il petrolio da ben più di cento anni.
Curiosamente ci potrebbe guadagnare l’Italia, se avesse abbastanza capacità di rigassificazione e gasdotti adeguati a portare in centro Europa il gas qatarino, australiano, malese e indonesiano, che potrebbe arrivare da noi passando per Suez. Come vero hub di import-export avremmo certamente prezzi relativamente più bassi.
GNL mercato globale
Come ha dimostrato il congelamento di alcuni impianti del gas naturale e del GNL negli Stati Uniti a causa della tempesta invernale degli scorsi giorni, che ha ridotto produzione ed esportazione, il mercato del GNL è ormai globale, e i prezzi sono aumentati dappertutto, anche in Giappone e Corea del Sud. Ovviamente anche i maggiori costi delle più lunghe rotte del gas farebbero aumentare i prezzi in tutti i mercati.
Chi vende guarda il prezzo che il consumatore finale è disposto a pagare, e questo fa aumentare anche i prezzi all’origine. Ciò riguarda soprattutto i Paesi democratici ad economia di mercato. Gli USA in testa finché resterà tale. I Paesi non democratici, di qualsiasi forma politica siano, hanno il potere di tenere bassi i prezzi interni, come nei Paesi arabi, in Russia, in Cina, Venezuela, etc. Ne resta abbastanza per arricchire i propri governanti, per comprare armi e controllare le popolazioni, per fare le guerre.
Ogni volta che un europeo compra un litro di benzina o un metro cubo di gas deve sapere che sta finanziando qualche uccisione in giro per il mondo.
Chi paga la dipendenza europea dagli USA?
Come mai è cresciuta tanto la dipendenza europea dagli USA? Prima di tutto perché la produzione statunitense aveva maggiore disponibilità nel 2021 e 2022 (ciò che mancava in quella fase erano soprattutto le metaniere) e lo spazio contrattuale, avendo ampie quote di gas per contratti “a pronti” rispetto a quelli pluriennali.
Poi perché il pezzo americano all’origine, venendo da un mercato interno davvero concorrenziale, è il più basso di tutti e certamente l’unico trasparente. È quando arriva in Europa che aumenta, per motivi ancora non del tutto spiegati. Il prezzo al TTF olandese è abitualmente tre volte più alto del prezzo all’origine (numeri indicativi: 4 in USA 12 in Europa).
Quello in USA, all’Henry Hub in Louisiana, rispecchia il prezzo per tutti, sia per l’export e sia per la domanda domestica. Calcolando il costo della liquefazione, il costo del trasporto in condizioni normali di disponibilità delle metaniere e il costo della rigassificazione, il differenziale con l’Europa è comunque di un terzo più alto (da 8 a 12). Sempre tantissimo, che garantisce lauti guadagni ai rivenditori lungo la catena fino al consumatore finale, molto inferiore al guadagno dei produttori USA.
La possibilità di ingenti vendite, per il blocco del gas russo, hanno spinto il sistema industriale e commerciale del gas USA e non solo, a spingere per le vendite all’estero, soprattutto GNL in Europa. Questo ha però ridotto l’offerta per il mercato interno, così che i prezzi finali di vendita risultano più alti per i cittadini statunitensi di quello che sarebbero senza l’export.
Fonte Quotidiano Energia
Trump non se ne è accorto o fa finta di non saperlo, o pensa che “drill baby drill” sia sufficiente a far aumentare la produzione in modo tale da tenere bassi i prezzi per tutti. Non entriamo qui nelle previsioni di aumento dell’offerta USA, ma certamente oggi sono i consumatori negli Stati Uniti a pagare di più per far pagare (relativamente) meno noi. Secondo le analisi delle associazioni consumeriste USA, riprese dal Guardian, le esportazioni di GNL sono costate 12 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2025 ai cittadini statunitensi.
L’incognita intelligenza artificiale
Fino a un paio di anni fa il mercato mondiale del gas naturale, gassoso o liquido, aveva una prospettiva di importanti riduzioni di prezzo, per i previsti incrementi di produzione soprattutto di GNL, oltre che per la crescita dei consumi nei Paesi in via di sviluppo dotati di giacimenti.
Anche questi ultimi tendono a promuovere l’esportazione per avere le risorse da dedicare alle infrastrutture interne, come i gasdotti per la distribuzione. Se il prezzo del GNL si riduce per un eccesso di offerta, oltre a far scendere quelli nei paesi importatori libera offerta per i mercati interni, con un effetto virtuoso per tutti, nel mercato globale.
La capacità produttiva di GNL è infatti prevista in forte crescita entro il 2030, con circa 250 e fino a 350 Mtpa aggiuntivi, circa metà da USA e Qatar e il resto da Canada, Africa, Australia, Sud America. Al minimo si tratta di circa il 50% in più di oggi (500 Mtpa) o molto di più, se tutti gli impianti di liquefazione o in costruzione saranno completati. La domanda in compenso non era prevista crescere con la stessa velocità, per la penetrazione delle rinnovabili e il conseguente minore uso di gas per la produzione elettrica.
In questo contesto irrompe l’Intelligenza Artificiale e la necessità di centri per il processo dei dati. Si tratta di consumi elettrici 24h, in un momento in cui le tecnologie di accumulo e conservazione dell’elettricità, non sono ancora mature. Scartati il carbone per motivi ambientali e il petrolio per la scarsa resa nella produzione di elettricità, i moderni impianti a gas naturale (con efficienze di conversione intorno al 60%) sono l’unica scelta sicura per tutte le attività informatiche.
Quanto gas naturale assorbirà questa nuova domanda di elettricità? Non lo sa ancora nessuno. L’IEA (rapporto Energy and AI del 2025) ha azzardato delle previsioni basate sugli attuali consumi di gas dei data center, forniti oggi per circa il 26% dal gas naturale, sia per produzioni in loco sia per prelievi dalle reti elettriche. La previsione è un raddoppio entro il 2030.
Tutto dipenderà dalla velocità di penetrazione delle applicazioni di IA a livello mondiale, e le reti elettriche sono sempre più interconnesse tra Paesi. Più sarà veloce e più sarà necessario l’uso del gas naturale, finché non ci sarà un salto tecnologico nelle batterie (per sfruttare a pieno e a costi accettabili la produzione intermittente di eolico e fotovoltaico). Va anche aggiunto che alcuni impianti di produzione di GNL, in stand by da anni, stanno riavviando la costruzione, con un progetto di Total Energies in Mozambico, da cui già esporta gas l’ENI.
In alternativa l’arrivo diffuso di altre fonti, come l’energia nucleare da fissione e da fusione. Gli impianti attuali richiedono parecchi anni per la costruzione (soprattutto nelle democrazie) e i nuovi impianti di piccole dimensioni non sono ancora pronti. Nel frattempo, potrebbe svilupparsi una pericolosa concorrenza tra i big delle attività informatiche e gli esportatori di GNL per accaparrarsi il gas.
Conclusione
Torniamo al rischio Trump. Poco prima dell’insediamento del neopresidente USA avevamo preconizzato l’opportunità che le economie a democrazia di mercato avrebbero potuto rifornirsi di gas naturale gassoso e liquido da altrettante economie aperte e concorrenziali, grazie soprattutto all’aumento della produzione USA.
Le economie aperte sono quelle che garantiscono il più possibile il giusto prezzo dei beni, inclusi quelli energetici. Soprattutto non hanno nel DNA tendenze imperialiste come quelle che hanno portato all’invasione dell’Ucraina e altri focolai di guerra nel mondo.
La tendenza di Trump per interventi diretti nell’economia USA e anche in quella di altri Paesi, siano democrazie o no, getta un’ombra sui nostri auspici. Come abbiamo cercato qui di dimostrare è assai improbabile che Trump possa fare anche nel gas naturale quello che sta facendo in altri settori , con dazi e minacce.
Purtroppo, il Presidente USA sta dimostrando, anche con la rinuncia ad aiutare davvero l’Ucraina, che non possiamo scartare nessuna ipotesi. Con realismo, per sicurezza, dovremo continuare a comprare anche da paesi autocratici e dittatoriali, alimentandone però il potere violento e repressivo.
Aggiornato il 12/02/2026