LA LEGGE DELEGA SUL NUCLEARE
È iniziato presso le Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera dei Deputati il programma di audizioni sul disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare (AC.2669). Gli Amici della Terra hanno espresso il loro parere, nella seduta del 3 febbraio ’26 con una inedita delegazione formata dalla presidente Monica Tommasi e dal professor Fabio Pistella, nuclearista di vecchia data, già direttore generale dell’Enea, già presidente del CNR e, oggi, socio degli Amici della Terra dopo il loro noto cambio di posizione sul nucleare. Pubblichiamo il testo integrale consegnato nel corso dell’audizione.
In Copertina: Immagine dall’audizione. Web tv Camera dei Deputati
Gli Amici della Terra e il nucleare
Grazie per aver accolto la nostra richiesta di essere auditi.
Esprimiamo apprezzamento per la scelta di Governo e Parlamento di affrontare la questione nucleare con un provvedimento di respiro e per aver deciso di trattarlo con procedure di particolare apertura e sistematicità. Da apprezzare anche quantità e qualità della documentazione resa disponibile. Non ultimo elemento da sottolineare, la metodica partecipativa e di approfondimento, coinvolgendo tutti i soggetti potenzialmente interessati nella lunga analisi condotta per arrivare alla stesura del disegno di legge.
Le decisioni sul tappeto sono molto significative, basti pensare al rilievo della sicurezza energetica e della disponibilità di energia assicurata e con costi sostenibili per cittadini e imprese, all’impatto delle decisioni oggetto del provvedimento sulle tematiche dell’ambiente e dei cambiamenti climatici globali e alla durata dell’arco temporale di riferimento considerato nel provvedimento. Sono inoltre evidenti le correlazioni che le questioni energetiche hanno con le attuali dinamiche a livello geopolitico (si pensi ai cambiamenti nelle provenienze del gas utilizzato in Italia e anche alla politica di collaborazione con Paesi in via di sviluppo relativamente sia alle riserve energetiche, ivi incluso l’uranio da alcuni di questi detenute, sia a situazioni di povertà energetica fortemente condizionanti le loro prospettive di sviluppo).
Il tema del nucleare è stato oggetto in Italia di controverse valutazioni che hanno portato a un blocco durato numerosi decenni. Gli Amici della Terra, che hanno avuto un ruolo rilevante nel contrasto ai piani nucleari, hanno mutato le proprie valutazioni e oggi ritengono che la produzione di energia da fonte nucleare sia indispensabile per qualsiasi scenario di decarbonizzazione realistico e sostenibile anche osservando, in Italia, alcuni paradossi: una consolidata competenza a livello sia industriale di ricerca che, pur con limitazioni, si è mantenuta finora; un sistematico ricorso a importazioni di energia elettrica a livello del 15 % mediamente forniti con larga prevalenza dal nucleare francese. Da sottolineare il ruolo positivo che il nucleare ha finalmente assunto nella tassonomia europea e il trend a favore del nucleare emergente nelle scelte di politica energetica di vari Paesi europei e non solo.
Oggi, gli Amici della Terra ritengono irrinunciabile il ricorso al nucleare considerando :
- la sicurezza e la stabilità della rete in presenza di quote già significative di rinnovabili elettriche intermittenti (in termini di energia immessa in rete e non solo di potenza installata come spesso si tende a confondere)
- la densità di energia che non ha confronti, sia considerando il volume di combustibile fossile necessario per una produzione equivalente, sia in termini di occupazione di suolo e impatto paesaggistico determinato da eolico e fotovoltaico e a terra e relativi accumuli
- il livello oggettivo di sicurezza reale raggiunto (purtroppo è molto diverso il livello percepito).
Considerazioni sui temi oggetto del provvedimento
I testi di accompagnamento, se non il provvedimento, dovrebbero esporre un chiaro obiettivo di mix di riferimento a una data significativa, avviando un percorso di superamento degli scenari dell’attuale PNIEC. Un’altra soluzione potrebbe essere che il Parlamento riceva dal Governo, con opportuna periodicità, elementi di programmazione al riguardo.
Sono condivisibili gli obiettivi specifici individuati per costruire competenze, capacità operative, esperienze impiantistiche e prototipi ed è evidente la necessità di delega al Governo per questi aspetti. Particolare rilevo è rivestito dall’esigenza di organizzare e gestire il coordinamento tra i diversi soggetti. Il nucleare è un sistema articolato e interconnesso; se è da apprezzare la pluralità di iniziative occorre che queste siano al loro interno integrate.
È comprensibile l’indicazione che la fase commerciale sia gestita con capitali privati, ma va chiarito che questo settore avrà accesso, come tutti gli altri settori high tech, a strumenti di intervento pubblico (nazionale ed europeo) nei diversi canali, trasversali rispetto ai settori. Questo, a livello sia di ricerca (Nuovo Framework Program FP 10) sia di applicazioni industriali innovative (ECF, European Competitiveness Fund, Piattaforma STEP - Tecnologie Strategiche per l'Europa – Next Generation EU).
Una visione di lungo periodo in un contesto in trasformazione
Considerato Il lungo periodo prima che si dispieghino gli effetti dell’importante portafoglio di interventi indicati nel disegno di legge, è necessario prevedere nei limiti del possibile, quale sarà il contesto alla data di implementazione del Piano all’esame e tenerne conto. Un esempio: nel 2035, l’UE sarà ancora una “incompiuta” o avrà finalmente integrato i settori più significativi - dalle politiche fiscali alle politiche energetiche - oggi oggetto di scelte frammentate sottoposte solo a coordinamenti laschi attraverso Piani nazionali più o meno realistici presentati per approvazione più o meno formale in sede europea? Avrà senso trovarsi a quella data con un florilegio di soluzioni di singoli paesi o, come con lungimiranza si pensò negli anni ’50, sarebbe bene fondare con ben più incisivi compiti un nuovo Euratom? Analogamente, avremo allora ventisette autorità di controllo della sicurezza nucleare, ventisette organismi di ricerca nel settore nucleare, ciascuno con il suo programma (per fortuna il tema fusione è un’eccezione positiva con un programma unico), ventisette depositi di rifiuti radioattivi, ventisette fabbriche di elementi di combustibile e così via? Forse il Parlamento potrebbe invitare il Governo a valutare l’opportunità di stipulare Trattati o a livello UE o a geometria variabile che portino a più elevate probabilità di successo e minori costi di investimento. Non è necessario sottolineare gli elementi di stabilità programmatica e finanziaria derivanti da un Trattato internazionale. Va apprezzata, al riguardo, la puntuale ricognizione, presente nei documenti di analisi degli Uffici Parlamentari, di tutti i risvolti normativi a livello UE.
La centralità delle linee di intervento relativa a ‘Sicurezza e controlli’
In relazione alla sicurezza, la proposta all’art. 2, comma 1, lettera o), oggi prevede solo di “valutare” l’istituzione di un’autorità indipendente. Gli Amici della Terra ritengono che la sua istituzione diventi un obbligo sostanziale: istituendola oppure trasformando e potenziando l’Autorità amministrativa indipendente competente per sicurezza nucleare e radioprotezione, anche tramite rafforzamento/trasformazione dell’ISIN o creazione di un nuovo ente che lo assorba. Devono essere, inoltre, tipizzati i requisiti minimi dell’Autorità (autonomia, indipendenza, separazione dalle funzioni di promozione del nucleare, risorse adeguate e finanziamento stabile tramite tariffe a carico degli operatori, poteri tecnici/ispettivi/sanzionatori, trasparenza e relazione annuale al Parlamento).
In questo modo si affronta un profilo strutturale decisivo per un programma nucleare credibile: la separazione tra regolatore della sicurezza e soggetti/ministeri con funzioni di promozione o indirizzo industriale-energetico. Questo riduce il rischio di conflitti d’interesse, rafforza la qualità tecnica delle decisioni, aumenta la fiducia pubblica e degli investitori e rende più robusta la conformità alle migliori prassi europee e internazionali.
L’esplicitazione di poteri, risorse e finanziamento stabile riduce il rischio di un regolatore “debole” (sottodimensionato, dipendente da stanziamenti incerti o privo di strumenti coercitivi), che è una delle principali cause di ritardi autorizzativi e di inefficacia nei controlli. Queste indicazioni vanno ovviamente inquadrate nello scenario di un rafforzamento delle istituzioni europee come sopra già illustrato.
Azioni Utili nei prossimi anni
Si suggerisce di valutare l’opportunità di mettere in cantiere azioni che portino alla disponibilità di energia da nucleare in tempi meno lontani di quelli connessi con lo sviluppo di reattori di nuova concezione. Potrebbe essere considerato conveniente (certo, è tecnicamente fattibile) realizzare in Italia, prima del 2030, un impianto di quelli offerti sul mercato da vari soggetti industriali. Non sono da escludere iniziative rivolte alla comproprietà di un impianto tra più Paesi europei, localizzato non in Italia, la cui produzione sia ripartita tra i Paesi partecipanti.
Potrebbe essere utile prendere atto che l’acquisto di elettricità dall’estero non è stata un’occasione eccezionale: l'energia elettrica che l'Italia ha importato mediamente negli scorsi vent’anni è pari a (43,7 TWh) ogni anno; questo valore equivale alla produzione costante di circa 5.500 MW di potenza nucleare: è come se oltre cinque centrali da 1000 MW avessero lavorato full time per noi. A mero titolo indicativo, se il prezzo fosse 100 euro/MWh il costo totale sarebbe 4,37 miliardi di euro all’anno.
Per i prossimi quindici vent’anni, dovremmo trovare formule di comproprietà o solo forme contrattuali che non comportino prezzi da partite spot visto che la necessità è strutturale (del resto anche per le fonti idrocarburi i contratti pluriennali take or pay hanno prezzi ben inferiori rispetto a quelli del mercato spot di Amsterdam). Partecipare alla proprietà di nuovi impianti pagando con nostre forniture impiantistiche sarebbe da vari punti di vista una soluzione molto migliore. Potrebbe avere un senso un’indicazione da parte del Parlamento a trovare formule, eventualmente anche tariffarie, atte a contenere sensibilmente i cospicui esborsi attuali.
Una razionalizzazione dell’approccio alla gestione dei rifiuti radioattivi
Notoriamente è un argomento controverso gestito in passato dalle diverse parti in modo strumentale e fortemente malinteso. Fondamentale insistere sulla distinzione per livello di radioattività e soprattutto informare sulle quantità minime per quelli ad alta radioattività, sia in assoluto sia rapportato alla quantità di energia prodotta. In 10 anni di funzionamento, una centrale nucleare standard da 1.000 MW produce un volume di rifiuti ad alta attività (HLW) compreso tra circa 30 metri cubi (una stanza di 10 metri quadri) e 300 metri cubi (un appartamento da 100 metri quadri) a seconda che il combustibile venga riprocessato o meno.
È un tipico problema fortemente sopravalutato che non ha senso, né tecnico né economico, affrontare a livello di singolo Stato. Purtroppo, la Direttiva 2011/70/Euratom, imponendo che ogni Stato sia responsabile dei propri rifiuti ed essendo in questa fase praticamente impossibile trovare umo Stato che accetti rifiuti altrui, è inevitabile che ogni Stato faccia da solo (o tenti di fare da solo).
L'Italia ha inviato all'estero (soprattutto a La Hague in Francia e Sellafield nel Regno Unito) circa 1.500 tonnellate di combustibile esausto. Questi rifiuti stanno rientrando o rientreranno sotto forma di residui vetrificati ad alta attività (molto meno voluminosi ma altamente radioattivi). Dovranno essere ospitati nel Deposito Nazionale (DN), ma solo in un’apposita area di stoccaggio temporaneo di lunga durata (circa 50-100 anni), poiché il DN è progettato per lo smaltimento definitivo solo dei rifiuti a bassa e media attività.
L'Italia fa parte del consorzio ERDO (European Repository Development Organisation), che studia la fattibilità di un deposito multinazionale. I vantaggi riguardano la condivisione dei costi enormi (un deposito geologico costa svariati miliardi) e delle competenze tecniche.
Mantenere i rifiuti in decine di siti temporanei sparsi per l'Italia ha un costo stimato da Sogin in decine di milioni di euro l'anno per la sola sorveglianza e messa in sicurezza. Costo stimato Deposito Nazionale: circa 900 milioni di euro per la costruzione (per bassa e media attività). Costo Deposito Geologico (Alta attività): Non ancora stimato per l'Italia, ma i modelli svedesi e finlandesi parlano di cifre tra i 3 e i 5 miliardi di euro. Ci si domanda se questa funzione potrebbe essere affidata all’Euratom.