LA STORIA (ITALIANA) DEI TEE
L’Autore, Energy Manager Hera SpA, ricorda il percorso che dal 2004 ha portato alla nascita delle ESCO e di un mercato maturo dell’efficienza energetica, e come questo sia stato possibile grazie al meccanismo dei TEE. L’articolo riflette inoltre sulle novità dell’ultimo decreto, e di come sia necessario potenziare il suo ambito di applicazione su perimetri più ampi per adeguarlo alle attuali esigenze di decarbonizzazione delle imprese.
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E già…ad alcuni potrà sembrare strano ma è proprio così: prima dei Certificati Bianchi in Italia le Società di Servizi Energetici (ESCO) come le conosciamo oggi non esistevano. Siamo agli inizi del 2000 e le industrie pensavano a tutto meno che a programmare, nei propri piani industriali, investimenti con la finalità principale di ridurre i consumi energetici, e dunque i costi energetici.
Complice certamente, ma non solo, la grande disponibilità di gas russo di buona qualità e a basso costo, il tema dei costi energetici non era certo in cima alle priorità, e l’industria italiana era concentrata sulla crescita economica/dimensionale e sulla necessità di ridurre il divario con il resto dell’Unione Europea, cecando anche di cogliere le nuove opportunità portate dalla liberalizzazione dei servizi, la privatizzazione delle imprese pubbliche e lo sviluppo del mercato finanziario. In quel contesto i vertici delle imprese non avevano nessuno stimolo nel dare priorità ad investimenti che portassero ad una riduzione dei consumi del proprio processo produttivo, e l’incremento dell’efficienza energetica era quasi sempre un effetto collaterale ad interventi di riqualificazione ed ammodernamento tecnologico delle linee di produzione, che come è noto nel modo industriale si verificano con cadenza di 20/30 anni, se non oltre.
Prima la domanda o prima l’offerta?
Se la domanda di soluzioni per l’ottimizzazione dei processi era carente, la disponibilità di specialisti dell’offerta era quasi inesistente. Esistevano certo società che proponevano tecnologia per l’industria (Forni industriali, generatori di vapore, impianti di cogenerazione, impiantistica per l’aria compressa ecc.), ma queste società circoscrivevano la propria competenza esclusivamente sulla tecnologia che proponevano, e le loro proposte erano sempre orientate ad esaltare i benefici della propria soluzione tecnologica; in sintesi erano completamente assenti sul mercato professionisti in grado di suggerire agli imprenditori le soluzioni per il miglioramento dell’efficienza energetica più adatte allo specifico contesto impiantistico.
È facile capire come tale situazione impedisse l’attivazione del circolo virtuoso: crescita della domanda – crescita dell’offerta – sviluppo di professionisti con competenze neutrali rispetto alle tecnologie. Questa stagnazione era dovuta principalmente alla totale mancanza, in quel periodo, di forme di incentivazione strutturate per l’efficienza energetica specifiche per l’industria. Il sostegno all’industria era sempre a carattere spot, e veniva veicolato principalmente attraverso bandi regionali che finanziavano l’ammodernamento tecnologico, rendendo molto difficile per le imprese percepire forme di sostegno strutturate finalizzate alla riduzione dei propri consumi energetici.
La mancanza di professionisti indipendenti dalle tecnologie, determinava inoltre non poca diffidenza in merito alle offerte di apparecchiature che vantavano migliori prestazioni energetiche, e questo rendeva problematico anche lo sviluppo delle prime società di servizi energetici che sperimentavano, già allora, i primi modelli di offerta di contratti “Servizio Energia”, forzando a volte (come è successo in alcuni casi per la cogenerazione) la convenienza di una determinata soluzione, anche in contesti applicativi non particolarmente adatti.
Dunque, come già detto, un freno allo sviluppo dell’efficienza energetica, era certamente rappresentato dalla totale assenza sul mercato di professionisti non solo indipendenti dalle tecnologie, e dunque più credibili, ma anche con esperienza sulle decine di soluzioni tecnologie che caratterizzano un processo produttivo; competenza di alto profilo ed estremamente difficili da sviluppare in un settore così esteso e variegato, che si differenzia molto dal settore residenziale o della pubblica amministrazione dove, allora come oggi, sull’impiantistica sono richieste competenza sui soli impianti di climatizzazione (caldaie, chiller e sistemi di distribuzione).
Una rivoluzione nelle politiche di sostegno all’efficienza energetica
Nel 2001, in questo contesto, dietro la spinta del “Decreto Bersani” (Decreto Legislativo 16 marzo 1999, n. 79), viene pubblicato il primo decreto sui Certificati Bianchi (Decreto Ministeriale 24 aprile 2001), che ha definito i primi obiettivi quantitativi di risparmio energetico e avviato il sistema per incentivare l'efficienza energetica negli usi finali. Le novità della struttura di questo meccanismo sono rivoluzionarie per l’epoca, visto che si basa sulla teoria economica dei permessi negoziabili: simile all’ETS (Emissions Trading System) anche se non utilizza il sistema “Cap and Trade” ma il sistema “Baseline and Credits”. In estrema sintesi la differenza tra questi due sistemi, che rientrano sempre nella stessa teoria economica, risiede nel fatto che mentre nel “Cap and Trade” l’offerta di quote viene prefissata, ed ogni quota rappresenta una quantità di emissioni autorizzate, nel “Baseline and Credit”, definito un livello base delle emissioni, ogni quota rappresenta una riduzione delle emissioni sotto alla baseline, e la dimensione del mercato (nel nostro caso quello dei TEE) dipende dai miglioramenti ottenuti dalle imprese.
Si tratta della prima esperienza in ambito internazionale che preveda un sostegno basato su regole di mercato applicato all’incentivazione dell’efficienza energetica, al posto degli storici sistemi centrati su meccanismi di incentivazione diretta amministrata (incentivi statali a fondo perduto, modulazione della fiscalità ecc.). Ma non è solo questa la novità: per la prima volta il sistema prevede che l’incentivo sia erogato a consuntivo, sulla base di misure puntuali dell’efficienza energetica effettivamente conseguita, rispetto allo storico di una baseline di riferimento; questa caratteristica in particolare è rivoluzionaria nel settore degli incentivi all’efficienza energetica, e richiede la predisposizione di un programma di misura complesso, che contiene indicatori con fattori di normalizzazione credibili.
Oggi, questo ci appare quasi scontato, considerando anche la proliferazione negli ultimi anni di numerose norme ISO, EN, UNI, che forniscono indicazioni dettagliate sulle modalità di costruzione di questi indicatori, ma allora non c’era nulla negli atti normativi o nella legislazione vigente. A questo proposito mi fa sempre piacere ricordare il lavoro pionieristico di un gruppo di giovani ingegneri dell’allora Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, che all’inizio governava il meccanismo (Marcella Pavan, Emanuele Regalini Marco Demin e Andrea Caizzi) che, dietro la guida di Roberto Malaman, da soli hanno praticamente costruito le primissime linee guida per la presentazione dei progetti e l’impostazione dei programmi a consuntivo dei risparmi energetici. Oggi sono tutti professionisti affermati nel loro settore, ma allora erano giovani laureati che nel vuoto totale di qualunque strumento analogo da utilizzare come riferimento, hanno dovuto inventare da zero - in un secondo tempo anche con l’aiuto degli ingegneri di ENEA - procedure e linee guida che si sono poi evolute in normative standardizzate emanante dagli organismi di normazione, contribuendo a far nascere la cultura dell’efficienza energetica nel nostro Paese, e le relative professionalità.
Ci sarebbero poi voluti ancora molti anni e la pubblicazione di numerosi decreti di aggiornamento, per affinare il sistema e permetterne la penetrazione nel settore industriale, ma le fondamenta solide del sistema, la sua persistenza nel tempo e l’applicabilità sostanzialmente a qualunque soluzione di efficienza energetica, ha fatto sì che l’industria cominciasse a vedere questo meccanismo come un punto di riferimento stabile e strutturato. Da qui la nascita della domanda, e lo sviluppo di un’offerta costituita da professionisti indipendenti dalle tecnologie che basavano il proprio business sulla capacità di offrire soluzioni per ridurre i consumi energetici che fossero le più convenienti in relazione alle specificità del processo produttivo. Ecco…questo è stato il grande salto di qualità che ha permesso la trasformazione di piccoli studi ingegneristici, che offrivano consulenze alle imprese su altre tematiche, in società solide e strutturale con capitalizzazioni tali da permettere l’offerta di forme contrattuali evolute con garazia di risultato, anche sostenendo gli investimenti al posto del cliente; insomma… le attuali Energy Service Company.
Ma i primati del nostro Paese nella promozione dell’efficienza energetica nell’industria e nello sviluppo delle ESCO, non si limitano solo all’invenzione del meccanismo dei Certificati Bianchi. È importante ricordare anche il grande lavoro di ENEA nel supporto alle imprese per lo sviluppo della cultura delle diagnosi energetiche, a seguito della pubblicazione nel 2014 del Decreto Legislativo n.102 in recepimento della direttiva sull’efficienza energetica (Direttiva 2012/27/UE). Anche in questo settore il nostro Paese è stato leder in Europa, con la realizzazione di oltre 10.000 diagnosi energetiche nelle grandi imprese e nelle imprese energivore, contribuendo enormemente sia alla crescita della cultura e della consapevolezza in materia degli energy manager, sia allo sviluppo di quelle competenze professionali esterne alle imprese trasversali alle tecnologie tanto importanti, come abbiamo già detto, per lo sviluppo del settore.
Questa combinazione regolatoria che si è sviluppata tra il 2001 ed il 2014 ha creato le condizioni per un mercato maturo dell’efficienza energetica e lo sviluppo di professionalità di altissimo livello lungo tutta la filiera, ma non era una cosa scontata, ed ha richiesto anni di investimenti e produzione normativa costante ed efficace.
Politiche nuove… problemi nuovi
Ci tenevo a ripercorrere assieme a voi questo piccolo tratto di storia regolatoria del nostro Paese, per ricordare come l’Italia si sia posta in Europa, su queste tematiche, sempre all’avanguardia con soluzioni innovative rispetto a tutti gli altri paesi, compresa la Germania che per quanto riguarda l’efficienza energetica è rimasta arroccata su modelli di incentivi diretti amministrati “tipo industria 4.0”, certamente utili per le imprese ma privi di qualunque riscontro oggettivo dei risultati ottenuti basati su misure. Ma anche per ricordare come il meccanismo dei Certificati Bianchi e la normativa sulle Diagnosi Energetiche siano ormai diventati un patrimonio imprescindibile per lo sviluppo ed il mantenimento di un intero settore economico.
Pensiamo ad esempio al mercato italiano della cogenerazione, forse il più importante d’Europa: è noto a tutti come i Certificati Bianchi, nel corso del tempo, si siano dimostrati lo strumento più importante ed efficace per la crescita ed il mantenimento dell’intera industria del comparto. Questo assume particolare importanza oggi, con la recente pubblicazione del nuovo decreto sui Certificati Bianchi (Decreto 21 luglio 2025) e l’imminente recepimento della nuova Direttiva sull’Efficienza Energetica (Direttiva UE 2023/1791, o Direttiva EED) che prevede l’estensione dell’obbligo di diagnosi energetica anche ad imprese di dimensioni inferiori. Questi provvedimenti si inseriscono in un contesto che vede gli Organismi di regolamentazione (MASE, GSE, ENEA), sempre più orientati ad un supporto effettivo e capillare agli operatori ed alle imprese, con un salto di qualità molto evidente in particolare sui Certificati Bianchi e sulle Diagnosi Energetiche, attraverso l’organizzazione di numerosi eventi e la pubblicazione di linee guida settoriali dettagliate, con un ingente impiego di risorse.
Certo, non si può far finta di non vedere la crisi profonda del meccanismo dei TEE con il costante calo, registrato negli anni, dell’emissione di nuova liquidità e, allo stesso tempo c’è bisogno, nella gestione dei controlli sulle Diagnosi Energetiche, di fare chiarezza sul rapporto tra obbligo di diagnosi ai sensi dell’articolo 11 della direttiva EED e analisi energetica ai sensi della certificazione ISO 50001, specialmente per risolvere criticità riscontrate da molte aziende energivore, le quali rischiano di vedersi mettere in discussione le agevolazioni previste per gli energivori a seguito dell’attivazione dei controlli sulle Green Conditionality; su quest’ultimo aspetto si auspica che venga fatta chiarezza con la pubblicazione del decreto di recepimento della nuova direttiva EED e con l’emanazione di nuove linee guida ENEA .
Vietata la timidezza quando si aprono nuove strade
Ritornando ai Certificati Bianchi, già nel corso dello scorso anno, grazie ad un supporto più attivo da parte del GSE agli operatori, si è riscontrata una leggera inversione di tendenza in merito all’emissione sul mercato di nuovi Titoli di Efficienza Energetica, con un incremento notevole della percentuale di progetti approvati. Inoltre, il nuovo decreto, come ho già avuto occasione di riconoscere in vari contesti pubblici, contiene numerose misure espansive che vanno tutte nella direzione di potenziare l’immissione sul mercato di nuova liquidità.
Non voglio dilungarmi in questa sede ripetendo tutte le misure potenzialmente efficaci del nuovo decreto, ma vorrei porre l’attenzione su alcune di queste che, da sole, potrebbero veramente fare la differenza, aprendo la strada a progetti di grandi dimensioni in termini di risparmio energetico per singolo progetto e, di conseguenza, fornire un importante aiuto al ripristino della liquidità nel mercato dei TEE. Mi riferisco alle nuove voci “Impiego di risorse a minor impatto energetico”, e “Elettrificazione dei consumi attraverso l’impiego di sistemi alimentati da energia elettrica proveniente da FER”. È importante parlarne proprio per il fatto che la loro reale efficacia nella capacità di attivare più investimenti in questi nuovi ambiti, allargando la base di interventi che possono accedere al meccanismo, dipende molto da come le nuove Guide Operative del GSE disegneranno gli algoritmi di riferimento per la valorizzazione del reale risparmio di energia primaria associato.
Ad esempio, la prima nuova voce, se inserita - come auspicano molti operatori - per valorizzare il risparmio energetico associato all’utilizzo, da parte delle aziende che producono manufatti, di materia prima riciclata al posto di materia prima vergine (economica circolare) e se la pensiamo riferita alla produzione di granulo di polietilene ricavato dal recupero delle bottiglie di plastica, permetterà un consumo energetico per le operazioni di recupero, taglio, lavaggio, estrusione del materiale di recupero di molto inferiore al consumo energetico di filiera necessario per la produzione di granuli di polietilene (che è la materia prima per tutti i manufatti realizzati con questo tipo di plastica) di origine petrolifera. In sostanza per ogni tonnellata di plastica riciclata, si genera un risparmio energetico che corrisponde alla differenza tra il contenuto energetico del granulo riciclato ed il contenuto energetico del granulo vergine; quest’ultimo caratterizzato da lavorazioni di filiera che vanno dall’estrazione del petrolio, alla raffinazione, per arrivare al cracking e alla polimerizzazione.
Effettivamente, la piena valorizzazione, attraverso i Certificati Bianchi, di tutta l’energia primaria di filiera risparmiata sarebbe in grado di generare un contributo importante, in un settore (quello delle aziende di riciclo), fortemente in crisi anche a causa di un contesto caratterizzato da investimenti ad alta intensità di capitale senza nessuno strumento strutturato di sostegno. Le indicazioni attese nelle Guide Operative saranno cruciali, proprio perché la valorizzazione di un risparmio di filiera che esce dai confini dello stabilimento, richiede una visione più aperta rispetto alle consuetudini che nel corso del tempo si sono consolidate nel meccanismo dei TEE; consuetudini che, forse, oggi andrebbero adeguate e rese coerenti con la finalità di aprire il sistema ad ambiti più vasti.
Stesso ragionamento si può fare per la seconda nuova voce “Elettrificazione dei consumi attraverso l’impiego di sistemi alimentati da energia elettrica proveniente da FER”. Attualmente il meccanismo dei TEE permette di sostenere l’elettrificazione dei consumi energetici nell’industria solo nel caso di sostituzione di caldaie a gas con pompe di calore, nella generazione di energia termica per la climatizzazione o per esigenze di processo. Ma l’elettrificazione dei processi produttivi è ovviamente molto di più, e non vi sono dubbi sulla generazione di un risparmio di energia fossile qualora, ad esempio, si decida di sostituire un forno industriale a gas metano con un forno elettrico alimentato da energia elettrica autoprodotta da fonte rinnovabile. Ecco che, se nelle Guide Operative fosse chiarita questa possibilità, si potrebbe effettivamente aprire il meccanismo dei TEE al sostegno dell’elettrificazione nelle industrie, anche questa una tipologia di interventi priva di strumenti di incentivazione strutturati. Tra l’altro, fin dalla sua origine, il meccanismo dei Certificati Bianchi prevedeva la possibilità di emettere Certificati Bianchi, qualora l’energia termica fornita dai combustibili fossili fosse sostituita da energia termica prodotta da fonti rinnovabili (biomassa, geotermica, solare ecc.). L’esempio del forno elettrico alimentato da energia fotovoltaica, nella sostanza comporterebbe la sostituzione di energia termica prodotta dal gas metano con energia termica prodotta dal sole.
I due esempi che ho riportato, credo siano significativi per sottolineare come il meccanismo dei Certificati Bianchi richieda un ammodernamento anche nella sua logica di applicazione. Il nuovo decreto ha già fatto moltissimo tracciando il primo tratto di strada, ma le linee guida che attendiamo saranno decisive per consolidare il percorso verso nuovi ambiti ancora inesplorati, contribuendo (se applicate con uno spirito espansivo) a rendere più moderno il sistema in un contesto che richiede sempre di più strumenti di policy in grado di valorizzare tutte le soluzioni tecnologiche utili a fornire un supporto alla decarbonizzazione.