Oggi:

2021-10-20 10:11

È Venuto il Tempo della Fantasia (Insieme alla Competenza)

STRUMENTI PER LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di: 
Donato Berardi, Michele Tettamanzi, Filippo Galimberti

Il Laboratorio Ref. Ricerche ha pubblicato nella sua Collana Ambiente un saggio breve che illustra il funzionamento di alcuni strumenti di misurazione della sostenibilità. Gli autori lo presentano per noi e traggono interessanti indicazioni per la politica sulla ricerca di un auspicabile equilibrio fra sviluppo e ambiente. Competenza, rigore, fantasia: è questa l’ecologia che ci piace.

Nel corso del tempo, il rapporto fra esseri umani e natura ha vissuto innumerevoli mutamenti, un continuo oscillare tra armonia e conflitto, senso di appartenenza e contrapposizione, scelta di assecondarne i ritmi e invece spinta a modificarne l’aspetto, fino a piegare l’ambiente circostante alle esigenze dell’uomo.

Il cambiamento climatico e l’impatto antropico sull’ambiente ci costringono a compiere un passo ulteriore e ripensare ai modelli di consumo e a quelli di produzione, quali due facce della stessa medaglia della nostra società, in modo tale che siano orientati alla sostenibilità e alla tutela dell’ambiente. I primi riguardano soprattutto “le persone”: quanta parte del loro reddito dedicare alla spesa, quali bisogni soddisfare in via prioritaria. Quelli di produzione, invece, chiamano in causa il “mondo industriale” al cui si chiede di coniugare la crescita con la salvaguardia dell’ambiente, investendo in favore di processi produttivi maggiormente efficienti e circolari, così da tutelare sia il benessere dei cittadini (e il loro reddito) che salvaguardare l’ambiente. In questo senso, quindi, i rifiuti (e la loro gestione), si pongono come il risultato più tangibile e ingombrante dei nostri modelli di consumo e produzione.

Sviluppo economico, miglioramento della qualità della vita e tutela dell’ambiente: oggi si guarda alla transizione ecologica quale soluzione che sappia far convivere in maniera armonica tre elementi fino ad ora poco equilibrati. Una sfida che, per essere vinta, necessita di strumenti in grado di misurarne la relazione.  Tra di essi vi sono: la curva di Kuznets e il decoupling (disaccoppiamento). Se il primo strumento indaga i modelli di consumo, il secondo si occupa dei modelli di produzione o – come si diceva qualche riga sopra – due facce della stessa medaglia. Ma osserviamoli un po’ più da vicino.

 

La curva di Kuznets

La curva di Kuznets identifica il rapporto che intercorre fra il reddito pro capite e l’inquinamento prodotto da ciascun cittadino quale relazione tra reddito e diseguaglianza sociale: infatti, un’elevata produzione di rifiuti avviene necessariamente in seguito a un utilizzo intensivo, ovvero poco efficiente, delle risorse, a discapito di chi alle risorse non ha accesso o comunque delle generazioni future, chiamate a rimediare. L’ipotesi di questa teoria è che al crescere del reddito pro capite l’impatto ambientale cresca fino a segnare un picco, per poi decrescere superato un certo livello del reddito, in modo da disegnare una curva ad “U rovesciata”.

Utilizzando dati riferiti al reddito degli italiani, ai loro consumi e alla quantità di rifiuti prodotti a livello comunale, emergono interessanti indicazioni. Facciamo due conti.

Innanzitutto, al crescere del reddito pro capite aumentano i consumi: 1.000 euro di reddito addizionale per ciascuna famiglia si trasformano in circa 740 euro di consumo. Questa relazione è decrescente nel reddito ad indicare che i redditi più bassi consumano proporzionalmente una quota maggiore del proprio reddito; specularmente i ceti più abbienti dispongono di un risparmio maggiore.

In seconda battuta è possibile osservare che al crescere dei consumi crescono anche i rifiuti prodotti: maggiori acquisti si traducono in una produzione maggiore di rifiuti in ambito domestico, a causa – ad esempio, degli imballaggi e di una sostituzione più frequente degli oggetti di uso quotidiano. In media 1000 euro di consumo pro capite si trasformano in circa 22 kg di rifiuto urbano. E ancora. Se al crescere del reddito cresce anche il consumo, e al crescere del consumo cresce la produzione di rifiuto, allora, per proprietà transitiva, al crescere del reddito aumenta anche la produzione di rifiuto pro capite. In media è quindi possibile asserire che per ogni 1.000 euro di reddito in più, si osservano circa 16 kg di rifiuto urbano prodotti.

Ricapitolando: se è vero che al crescere del reddito si osserva anche l’aumento della produzione di rifiuto è vero anche che questa crescita una volta arrivata al suo “picco” reddituale registra un’inversione di tendenza che la porta a essere decrescente. La relazione, robusta e significativa, permette di identificare il punto di massimo della “U” rovesciata in corrispondenza di un reddito pro capite di circa 23 mila euro, cui si associano 514 kg di rifiuto urbano pro capite prodotti.

Sono circa 7.350 i Comuni italiani che si trovano nella fase “crescente” della curva: in questi territori, al crescere del reddito di 1.000 euro il rifiuto prodotto aumenta di circa 18 kg. Viceversa, nei circa 370 comuni che si trovano nel tratto discendente della curva, ad ogni 1.000 euro di reddito pro capite aggiuntivo si associa una riduzione della produzione di rifiuto di 2 kg. Non si tratta di un eclatante virtuosismo, ma evidenzia un chiaro stacco in termini di comportamento.

Tale relazione si osserva a livello di produzione di rifiuto urbano complessiva, come somma del rifiuto differenziato e indifferenziato. Ciò significa che non siamo in presenza di un mero effetto di composizione (tra “differenziato” e “residuo”), piuttosto di una reale riduzione del rifiuto prodotto, coerente con la gerarchia dei rifiuti, che vede proprio nella prevenzione e nella riduzione della produzione il comportamento virtuoso da ricercare.

Il tema è a questo punto duplice: se la fotografia che ci viene restituita dai dati racconta che oltre certi livelli di reddito la produzione di rifiuto si riduce, allora è evidente che ogni politica di sviluppo dovrebbe essere in grado di coniugare la sostenibilità con il progresso dei redditi, portandoli oltre quella soglia e prevenendone lo scivolamento, a cui si associa anche un peggioramento degli standard ambientali.


Il decoupling o disaccoppiamento

Il disaccoppiamento (o decoupling) tra impatti ambientali e crescita economica ha invece un’accezione più ampia, che può essere tradotta in un modello di produzione nel quale il benessere e la qualità della vita delle persone possono crescere senza generare ulteriore pressione sull’ambiente.

Nel nostro caso, si parla di disaccoppiamento quando alla crescita economica, in termini di maggiore reddito e maggiori consumi, non corrisponde un aumento proporzionale della produzione di rifiuti da parte delle attività economiche: l’intensità della produzione di rifiuto per unità di Pil è il termometro della sostenibilità del modello di produzione e di consumo. Il concetto di disaccoppiamento diventa particolarmente rilevante nella prospettiva della transizione ecologica. Esso, infatti, si realizza nell’osservare se e in quale misura pratiche industriali più avanzate possano contribuire a creare ricchezza e insieme impatti ambientali minori. Vista da questa prospettiva la transizione ecologica si realizza nel promuovere tecniche produttive via via più efficienti, in grado di mantenere inalterata la produzione e la creazione di reddito, e coniugarle con un uso più parsimonioso delle risorse, attento ai loro ritmi di rigenerazione. Lo sganciamento della produzione di rifiuti dalla crescita del PIL dovrebbe essere il primo segnale dell’avvio di questo percorso.

Il valore aggiunto – la somma dei redditi distribuiti – è una variabile del reddito prodotto nel Paese. Ciò che naturalmente saremmo portati a pensare è che ad una maggiore intensità dell’attività economica (e quindi, ad un maggiore flusso di reddito creato) corrisponda anche una maggiore quantità di rifiuto prodotto. Per misurare la sostenibilità del modello di produzione possiamo fare riferimento ai rifiuti prodotti dalle attività economiche, agricole, industriali e commerciali (i cosiddetti rifiuti speciali).

Il disaccoppiamento permetterebbe di preservare i livelli di benessere raggiunti riducendo il nostro impatto ambientale, minimizzando il trade-off tra economia e ambiente. Raggiungere questo obiettivo consentirebbe di mettere nel cassetto gli scenari di decrescita come panacea ad ogni male, e abbracciare con maggiore convinzione un paradigma di sviluppo vocato alla tutela dell’ambiente.

I fattori in gioco sono molteplici: il tempo, lo sviluppo tecnologico, la produzione di nuovi materiali, sino a nuovi modelli di gestione e tariffazione del rifiuto in grado di spingere le imprese a comportamenti virtuosi.

La relazione che sussiste tra valore aggiunto e rifiuti speciali è purtroppo ancora di proporzionalità diretta: all’aumentare del valore aggiunto, aumentano anche i rifiuti speciali prodotti. Non siamo ancora riusciti a realizzare il disaccoppiamento: la produzione di rifiuti rimane saldamente “ancorata” all’andamento del PIL.


Puntare sulla Transizione ecologica

I 209 miliardi in arrivo del Next Generation EU hanno smosso il quadro politico e soprattutto economico, principalmente dove i due elementi sono legati.

È forse troppo semplicistico affidare solo alla tecnica il ruolo di ridurre l’impronta ecologica, rischiando così di deresponsabilizzare la collettività, intesa come cittadini, imprese e istituzioni. Anche la migliore tecnologia non è neutrale: la necessità di cambiare nel più breve tempo possibile è sopravvenuta anche per le mancate risposte offerte dalla tecnica, frenata dai mancati investimenti nella ricerca e nello sviluppo e/o dal business as usual. Non si è saputo dare una guida sostenibile, un fine giusto ed equo, anche per le generazioni future. Se stiamo vivendo l’attuale emergenza ambientale non è solo perché non abbiamo finora avuto strumenti adeguati, ma perché non li abbiamo usati o li abbiamo usati male, senza responsabilità. Il cambiamento di paradigma richiede soprattutto una diversa idea di futuro e non solo una maggiore attenzione alle tecniche: occorre accettare che il cambiamento parta dalla testa, e non solo dalle braccia.

È venuto il tempo di ricercare innanzitutto la sostenibilità come motore per la crescita economica. Una nuova società fondata sul riconoscere l’equilibrio tra produzione, consumo e ambiente come la dimensione in grado di generare reddito e benessere per tutti, e di cui la tecnica possa essere al servizio. Da un modello lineare, ancora oggi mainstream, a un modello circolare, fatto di riprogettazione, osmosi produttiva, sinergie, reti, buone pratiche, etica, competenze, fantasia.

È questo il significato più intimo della Transizione ecologica, nel quale le istituzioni sono chiamate a indicare la via e a coordinare l’impegno collettivo di cittadini e imprese.


Per approfondire

La Transizione ecologica: dalle persone alle politiche e viceversa, Laboratorio Ref ricerche, Position Paper n. 189 – settembre 2021