Oggi:

2021-10-20 09:06

La Via Giudiziaria al Climatismo

SENTENZA SHELL AL TRIBUNALE DELL’AIA

di: 
Carlo Minopoli

La sentenza contro la Shell per il “reato” di riscaldamento globale costituisce un precedente inquietante da un punto di vista del diritto, determina squilibri di mercato e addirittura un peggioramento dell’impatto sul clima. Ma esprime a meraviglia il sentimento che contrappone I cittadini alla grande industria e lo interpreta demagogicamente. Per questo, cause simili e simili sentenze sono destinate a replicarsi nei tribunali di tutti I paesi occidentali.

In Copertina: Foto AP - Un carro di carnevale raffigura gli scioperi scolastici "Venerdì per il futuro" con Greta Thunberg durante una tradizionale sfilata di carnevale a Düsseldorf, in Germania, il 4 marzo 2019

Nel maggio 2021 il Tribunale dell’Aia si è reso protagonista di un evento, definito da alcuni, storico: l’imposizione per la grande compagnia petrolifera Shell di ridurre le proprie emissioni del 45% entro il 2030. Con la motivazione del riscaldamento globale, il giudice ha ritenuto che Shell non stesse facendo abbastanza, né si fosse indirizzata verso un contenimento delle emissioni idoneo agli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015. Per questo motivo la corte, scavando nelle convenzioni internazionali (tra cui spiccano IPCC, Ungp...), ha costruito la base su cui indicare il corretto comportamento sociale che la compagnia petrolifera dovrebbe assumere per non rappresentare un danno alla salute dei cittadini.

La sentenza, diversamente da ogni processo legato ai cambiamenti climatici o alle tematiche ambientali visto fino ad adesso, non prevede un risarcimento per danno diretto, ma costringe una grande azienda ad assumere una condotta che limiti la propria impronta carbonica diretta, così come quella indiretta.

Non è stato certo contenuto l’entusiasmo della ONG Milieudefensie, la filiale olandese di Friends of Earth, e delle altre sei organizzazioni ambientaliste (tra cui Greenpeace Paesi Bassi e ActionAid), che vantando la collaborazione di oltre 17mila cittadini olandesi ha dato vita a questo processo; così come quella di molte testate giornalistiche che hanno definito il risultato della sentenza come “Davide che batte Golia”.

Ma dopo che l’entusiasmo iniziale è giunto al termine, bisogna analizzare i fatti con pragmatismo e lontani da ogni tipo di ideologia, per accorgersi che la decisione del giudice nasconde molto di più di quanto sembri, e rischia di rappresentare un precedente in grado di dar vita a un forte squilibrio di mercato e addirittura un peggioramento dell’impatto climatico.

Difatti, la decisione del giudice apre la strada a una tendenza che alza le barriere legali e restringe il campo d’azione entro il quale le compagnie petrolifere possono operare, con la giurisprudenza a fare da mano (non troppo) invisibile sul mercato. La corte, infatti, ha ritenuto il riscaldamento globale e le sue conseguenze una certezza. Per questo motivo un comunicato della corte dichiara la non possibilità di operare un bilanciamento di interessi tra la salute dei cittadini e la massimizzazione dei profitti che Shell, in quanto multinazionale, deve perseguire.

 

In che modo Shell è responsabile

A causa delle attività petrolifere, e tramite la valutazione da parte della corte dei premi manageriali promessi da Shell ai propri dipendenti (soltanto per il 10% legati a traguardi riguardanti la transizione energetica), il giudice ha ritenuto di difficile realizzabilità il percorso di riduzione delle emissioni che Shell pure aveva costruito e presentato negli scorsi mesi, e ha dichiarato la grande azienda responsabile non solo delle emissioni dirette (Scope 1), né solamente di quelle derivanti dalla produzione di elettricità, vapore e riscaldamento/raffreddamento acquistate (Scope 2), ma anche quelle dalle fonti non direttamente controllate o gestite dalla compagnia ma conseguenti al consumo (Scope 3). In parole più semplici, la sentenza indica la responsabilità di Shell persino nelle emissioni derivanti dai consumi finali. In questo modo, come spiegano Massimo Nicolazzi e Lorenzo Parola, Shell può soltanto andare a limitare la propria produzione, non avendo un controllo diretto sulle emissioni Scope 3.

La limitazione della produzione che Shell sarà costretta ad operare può rappresentare, secondo molti movimenti ambientalisti, la spinta che le grandi aziende necessitavano per spostare il proprio focus dai combustibili fossili alla produzione di energie a zero impatto climatico, come ad esempio le rinnovabili. Il problema, secondo alcuni, è che in questa visione si dà per scontato ciò che forse scontato non è: il fatto che il ruolo del petrolio sarebbe finito, e che quindi il problema nel suo enorme utilizzo attuale sia solo sul lato dell’offerta, non in quello della domanda.  “E’ l’onda che assedia i players di petrolio e metano, è uno tsunami che avrà conseguenze, ma attenzione all’effetto di ritorno, ovvero al fatto che la domanda di greggio nell’anno post Covid sta già risalendo e tornerà ai livelli pre pandemici già a dicembre 2021” è ciò che dichiara il Professor Alberto Clò. In effetti, da gennaio 2021 le quotazioni del greggio sono passate da circa 40 dollari al barile a punte di 70 dollari toccate ripetutamente nelle ultime settimane. La stessa IEA (International Energy Agency) dichiara che la domanda di petrolio vedrà un rialzo nel 2021, con una forte velocizzazione nel 2022. Ma se questa sentenza, come sembra, apre la porta ad altri provvedimenti giudiziari, le aziende petrolifere potranno rispondere soltanto riducendo i propri investimenti, già crollati dal massimo di 800 miliardi del 2014 a livelli inferiori ai 300 miliardi. Risulta subito chiaro che un crollo degli investimenti di tale portata avrebbe come conseguenza un netto rialzo del prezzo del petrolio che andrebbe a favorire i grandi Paesi esportatori come l’Arabia Saudita, visto che i grandi player risulterebbero limitati soltanto all’interno del mercato Europeo.  

 

L’ideologia che disorienta

Gran parte dell’opinione pubblica, condotta dalla narrazione sulla transizione energetica funzionale a contrapporre le grandi industrie ai cittadini, dipingendole addirittura come nemici disinteressati alla salute e sprezzanti nei confronti dell’ambiente, ritiene che uno stop della produzione di petrolio possa davvero rappresentare un boost per il raggiungimento degli obiettivi climatici, senza realizzare che, fino a quando si opera sull’offerta punendo le grandi aziende invece di lavorare sulla domanda, non solo le emissioni non caleranno, ma la conseguenza si avrà sui prezzi. Quando nel 1996 Grady Carter, ex controllore aeroportuale e fumatore per oltre 40 anni, si ammalò di cancro ai polmoni e vinse la prima causa individuale intentata contro un grande produttore di tabacco, il prezzo del tabacco crollò drasticamente, cedendo il 10% in un giorno e bruciando miliardi di dollari investiti nel settore. A differenza di quanto accaduto nell’industria del tabacco, il prezzo delle azioni di Shell non ha subito significativi spostamenti, ma questo trova soltanto due spiegazioni possibili: o il mercato ritiene che Shell sarà in grado di rispettare le limitazioni imposte dal tribunale assicurando la redditività agli azionisti che ha caratterizzato l’azienda in questi decenni (e in questo caso, la domanda sul come sorgerebbe spontanea…) oppure il mercato ritiene che le ripercussioni di questa sentenza saranno minime sulla produzione e sulla domanda di petrolio.

È storicamente noto che le limitazioni imposte a una compagnia petrolifera sulla produzione, ritenendo che soltanto questa sia responsabile della domanda, porti a una possibilità per le altre società di occupare il posto vacante; è quanto dichiarato dai rappresentanti di Shell durante il processo, che hanno ricevuto come risposta dal giudice: “le aziende concorrenti dovranno adattarsi”. Ma, affinché la sentenza possa avere un reale impatto sui cambiamenti climatici, tutto il settore petrolifero dovrebbe allinearsi agli Accordi di Parigi, ma questo potrebbe essere ottenuto soltanto step by step, attraverso significative modifiche della policy ambientale dei singoli Paesi. Obbligare un’azienda a giungere a questo in tempi stretti e non coerenti con quelli del mercato in cui opera porta soltanto a un aumento dei prezzi e a mancati incassi da parte dell’azienda stessa.

 

Conclusione

I tribunali non costituiscono la via migliore per affrontare la crisi climatica. L’unica quasi certezza legata a questo approccio è quella che vedrà i costi della transizione energetica scaricati sulle spalle dei più poveri.

Questo è dovuto, come dichiara ancora il Professor Clò, al fatto che un dollaro in meno oggi per investimenti e ricerca nel settore Oil&gas significa un barile in meno domani. La stessa IEA, che ha recentemente sostenuto la necessità di smettere di investire in nuovi progetti di ricerca estrazione del petrolio se si vuole rispettare l’impegno climatico, ha subito dopo riconosciuto che la domanda continua a crescere, e si prevedono 99 milioni di barili di domanda al giorno nel 2021. Mettendo nel conto il declino naturale dei giacimenti e gli investimenti nella fase upstream che, dal 2014, registrano già un crollo, se la domanda aumenterà in pochi anni si vedrà un buco di offerta enorme, che le fonti green, per limiti tecnici legati all’intermittenza e alla bassa densità energetica, difficilmente saranno in grado di riempire.

Risulta chiaro che una transizione energetica equa, in grado di scaricare i costi della domanda e dell’offerta su coloro che sono in grado di gestirli, deve presentare un pragmatismo maggiore di quello che si sta vedendo negli ultimi mesi, dove le fonti fossili, nella loro interezza, devono essere contemplate nel portafoglio energetico. Altrimenti, l’unica certezza è quella di lasciare in mano un mercato da milioni di dollari a Paesi meno interessati alla questione ambientale rispetto all’Europa, e meno attenti (forse tecnologicamente meno capaci…) a contenere le emissioni legate alla produzione di queste fonti energetiche.