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2019-09-16 06:50

Chi Paga la Rete di Tutti

FINTE REDISTRIBUZIONI NELLA BOLLETTA ELETTRICA

di: 
Redazione

Recenti iniziative del Senato rischiano di intralciare il percorso verso l’indispensabile incremento dei nostri consumi di energia elettrica

Elemento comune a tutti gli scenari che descrivono il sistema energetico del futuro è la convinzione che una vera sostenibilità si possa raggiungere solo attraverso l’elettrificazione dei consumi finali di energia; solo così si potranno sfruttare a pieno tutti i potenziali di efficienza energetica e di impiego delle fonti rinnovabili.

Sono anni che la nostra Associazione dedica molta attenzione a tutto quanto ruota intorno a questo obiettivo; a questo sono state infatti dedicate alcune delle nostre conferenze degli ultimi anni: 

Abbiamo anche posto l’accento sul fatto che la sola disponibilità di tecnologie elettriche ad alta efficienza non è sufficiente; è anche necessario che queste siano competitive dal punto di vista economico e, preferibilmente, senza bisogno di ricorrere ad ulteriori incentivi. Un ruolo centrale è allora giocato dalle tariffe dell’energia elettrica, la cui entità e la cui struttura devono essere tali da riflettere i reali costi dei servizi che servono a remunerare. In caso contrario si genera confusione, si trasmettono segnali distorti ai consumatori, non si garantisce la sostanziale proporzionalità tra benefici economici e benefici ambientali di ogni investimento in tecnologie elettriche efficienti, tra le quali spiccano senz’altro le pompe di calore e i veicoli elettrici, alle quali in passato abbiamo dedicato parecchia attenzione anche su questa testata.

 

I DUE RECENTI INTERVENTI DEL SENATO

Proprio sul tema della struttura delle tariffe elettriche si sono concentrate tra maggio e giugno due atti parlamentari: 

  1. Il 14 maggio scorso il Senato approvava l'Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00124 (promosso dai senatori Paragone, Corbetta e altri) nella quale,  analizzando la composizione della bolletta elettrica per le famiglie italiane, si concentra sulla voce “oneri di sistema”, osservando che “una rilevante quota parte di tali oneri si applica indipendentemente dal consumo, si traducono in un ingiustificabile aggravio per le famiglie e, più in generale, per tutti quelli che consumano poca energia”.
    Alla luce di tali considerazioni, il Senato impegna il Governo a “ricondurre ad equità le spese specificate in premessa, con particolare attenzione agli utenti, che realizzano bassi consumi, applicando a tali consumatori una riduzione proporzionale della quota fissa, mediante apposite interlocuzioni con i venditori e con l'Arera, da avviarsi in tempi brevissimi”.
  2. Meno di un mese dopo, Il 6 giugno scorso, la 10ª Commissione permanente del Senato approva una risoluzione che tocca tangenzialmente temi analoghi.   
    Tale risoluzione, approvata in chiusura del lungo iter di consultazione avviato da questa Commissione sui temi dell'autoconsumo e delle comunità energetiche, impegna il Governo ad adottare una serie di provvedimenti ritenuti utili per favorire il raggiungimento degli obiettivi vincolanti in materia di energia rinnovabile; tra i molti elencati ne salta all'occhio uno che non viene espressamente motivato nella parte introduttiva della risoluzione: "adottare gli atti necessari a garantire una graduale transizione a un sistema non centralizzato di dispacciamento dei flussi di energia, riformando la struttura della nuova bolletta per gli utenti domestici ed eliminando le tariffe fisse di distribuzione;"

Entrambi gli atti del Senato qui richiamati prendono dunque di mira le parti della bolletta che sono indipendenti dalla quantità di energia consumata (il primo atto si riferisce agli oneri generali di sistema, mentre il secondo alle tariffe di distribuzione), richiedendone una netta riduzione o addirittura l’eliminazione, in virtù dei supposti impatti negativi che queste parti fisse della bolletta avrebbero sullo sviluppo del mercato immobiliare delle seconde case, sull’equità o sugli stimoli all’autoconsumo da fonti rinnovabili. 

 

L’ANALISI

Dove sta dunque il problema? Cosa può significare esattamente “riduzione della quota fissa” o "eliminare le tariffe fisse di distribuzione"?

Semplice: ridurre o eliminare le quote fisse delle tariffe implica inevitabilmente di dover alzare le quote variabili, cioè quanto si deve spendere per ogni singolo kWh consumato, e quindi - automaticamente - significa pesare sui costi di funzionamento di quelle tecnologie (efficienti) che necessitano di molti kWh, riducendone la convenienza rispetto alle soluzioni tradizionali basate su fonti fossili (caldaie a gas, auto a benzina, ecc.). 

Da dove nasce questo automatismo? Come già più volte chiarito dall’ARERA (cioè l’autorità nazionale di regolazione dei settori energetici) in diversi documenti pubblicati dal 2015 a oggi, oneri generali di sistema e costi di distribuzione rappresentano costi fissi per il nostro sistema energetico, la cui entità è quasi del tutto indipendente dalla quantità di energia elettrica che transita sulle reti elettriche. In altre parole, questi costi sarebbero da coprire anche se tutti gli interruttori delle nostre case rimanessero sempre spenti, perchè in ogni caso le reti elettriche devono funzionare, gli impianti fotovoltaici devono essere incentivati, le centrali nucleari vanno smantellate, ecc. ecc. Per questo motivo ha più senso che queste voci della bolletta vengano fatte pagare anche (o soprattutto) in quota fissa. 

Bisogna inoltre osservare che i membri del Senato paiono essere caduti nell’equivoco di voler trattare in modo omogeneo due partite abbastanza diverse tra loro: 

  • gli oneri generali di sistema, che vengono pagati in quota fissa (€/anno) solamente nel caso di seconde case;
  • le tariffe di distribuzione, che non sono proprio fisse, perchè si pagano in funzione dei kW di potenza impegnata.  

Di notte, tutti i gatti sono neri, è però anche vero che prima di legiferare bisognerebbe sempre accendere la luce e cogliere bene le distinzioni importanti: il primo atto del Senato porta di fatto ad introdurre sgravi per le seconde case (6 milioni di abitazioni) a scapito delle prime case (23 milioni di abitazioni), mentre il secondo atto spinge a rendere meno convenienti comportamenti e investimenti che sarebbero invece tanto utili in questi giorni di frequenti blackout; pagare le tariffe in proporzione ai kW di potenza impegnata, infatti, stimola proprio a gestire meglio i carichi elettrici, limitando la contemporaneità dei prelievi e riducendo così i rischi di sovraccarichi.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L’analisi appena compiuta aiuta dunque a capire che, seppur presentati sventolando le bandiere dell’equità e della promozione delle rinnovabili, atti quali quelli recenti del Senato rischiano di farci tornare indietro anziché procedere lungo il percorso verso la sostenibilità energetica. Risoluzioni di questo tipo paiono piuttosto il frutto di battaglie populistiche contro qualunque cosa possa assomigliare ai tanto detestati “canoni” assimilati a forme di tassazione iniqua. La verità è che, quando si parla di tematiche complesse come energia e ambiente, non si può andare avanti sempre solo a forza di slogan; è necessario analizzare con attenzione tutti i risvolti (economici, ambientali e sociali) di ogni decisione, come del resto è stato fatto da ARERA anche per mettere a punto la riforma delle tariffe elettriche domestiche che ora alcuni cercano di smontare.  Tuttavia, ciò che più è mancato nel processo di riforma tariffaria (e che ora sta creando problemi di “accettabilità sociale”) è stato l’aspetto della comunicazione nei confronti dei clienti finali, che non sono riusciti a cogliere i molti risvolti di questa vicenda.

Per dare un nostro contributo in questa direzione, ci riserviamo di riprendere questo tema a settembre - di ritorno dalla pausa estiva - per cercare di quantificare effetti positivi e negativi delle diverse possibili scelte tariffarie.

Per ora ci limitiamo a concludere offrendo una suggestione basata sul confronto con quanto succede negli altri paesi europei: quanto pesa davvero questo “canone elettrico” (cioè la parte fissa delle bollette) sulla spesa delle famiglie italiane con i consumi elettrici più bassi e cioè quelle che, in termini di costo medio del kWh, più risentono degli impatti dei costi fissi?

I dati Eurostat relativi ai consumatori domestici con consumi non superiori a 1000 kWh/anno (e che quindi includono anche le seconde case) consentono alcuni semplici confronti: il prezzo finale medio pagato dalle famiglie italiane nel 2018 (33 c€/kWh) risulta di quasi 10 c€/kWh inferiore a quello medio di tutta l’Area Euro e, fatta eccezione per Grecia e UK, il più basso tra tutti i paesi europei comparabili, ad esempio, di oltre 24 c€/kWh inferiore a quello della Spagna!