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2026-10-28 23:46

L’Informazione sul Suolo Sotto i Nostri Piedi c’è. La Prevenzione Manca

NUOVA MAPPA ISPRA

di: 
Mario Pileggi

L’Urban Geo-climate Footprint rende confrontabili le pressioni geologiche, climatiche e antropiche sui sistemi urbani. Ma quanto di ciò che conosciamo entra davvero nelle scelte che trasformano il territorio?

In Copertina: Frana di Niscemi 26 Gennaio 2026. Foto Wikipedia

 

Le Città non poggiano su territori immobili

Siamo abituati a osservare le città attraverso edifici, strade e infrastrutture. Molto meno spesso rivolgiamo lo sguardo al terreno su cui sorgono, alla circolazione delle acque sotterranee, alla stabilità dei versanti, alle pianure alluvionali o ai processi che continuano a modificare il paesaggio. Eppure, dalla relazione fra questo ambiente fisico e le trasformazioni prodotte dall’uomo dipende una parte rilevante della sicurezza della funzionalità degli insediamenti.

A richiamare l’attenzione su tale rapporto è l’Urban Geo-climate Footprint (UGF), messo a punto dal Servizio Geologico d’Italia di ISPRA nell’ambito di una ricerca condotta con EuroGeoSurveys, la rete europea dei servizi geologici. Presentato al pubblico da ISPRA in occasione della Giornata internazionale per la riduzione del rischio dei disastri del 13 ottobre 2026, lo strumento propone una sorta di “carta d’identità geologica” delle città, sintetizzando informazioni spesso disperse in banche dati specialistiche.

La prospettiva è particolarmente interessante: non si limita a misurare gli effetti delle attività umane sull’ambiente, ma considera anche quanto le caratteristiche e i processi geologici e climatici condizionino la città. In un Paese dalla straordinaria diversità geologica come l’Italia, questo significa riportare il territorio fisico al centro delle decisioni urbanistiche, non trattarlo come uno sfondo immobile.

 

Che cosa misura davvero l’indice UGF

La ricerca pubblicata nel luglio 2026 su Urban Science da Francesco La Vigna e colleghi applica il metodo a 21 capoluoghi di regione e di provincia autonoma. La metodologia riunisce 22 parametri in cinque gruppi, denominati driver: assetto geologico (GEO), processi geologici profondi (DEE), processi superficiali (SUP), processi esogeni e climatici (EXO) e pressioni antropiche sul sottosuolo (SAP).

Il primo gruppo prende in esame, fra l’altro, litologie, terreni superficiali, complessità del contesto geologico e interferenze delle falde con il tessuto urbano; il secondo considera fenomeni come terremoti e vulcanismo; il terzo riguarda frane, alluvioni, subsidenza e dinamiche costiere. Le pressioni climatiche comprendono anche siccità e innalzamento marino, mentre quelle antropiche includono interferenze prodotte dall’urbanizzazione, contaminazioni e altre modificazioni del sottosuolo.

Dati quantitativi, cartografie e valutazioni specialistiche vengono normalizzati e combinati in un punteggio sintetico, l’UGF Score Index (UGF-SI). Nel comunicato istituzionale ISPRA lo descrive con una scala indicativa fra 0 e 500; la pubblicazione scientifica precisa che, nella formulazione del metodo, l’intervallo può estendersi oltre 500. All’aumentare del punteggio cresce la complessità delle pressioni e delle interazioni considerate, non la probabilità calcolata di subire un disastro.

Questa distinzione è decisiva. La pericolosità naturale non coincide con il rischio, che dipende anche dall’esposizione di persone e beni e dalla loro vulnerabilità. L’UGF non sostituisce le carte di pericolosità, la microzonazione sismica o le valutazioni di rischio e non permette di prevedere tempi e luoghi degli eventi. Serve piuttosto a riconoscere le componenti che richiedono maggiore attenzione, offrendo una base comune per il confronto tra città.

 

Dati diversi, problemi diversi

I risultati mostrano una notevole varietà di situazioni. Napoli registra un UGF-SI di 359, Genova 304, Palermo 265, Bari 255 e Catanzaro 250; tra i valori più contenuti figurano Trento con 94, Bolzano con 144 e Milano con 155. Sono numeri riportati da ISPRA, ma diventano davvero utili soltanto se si legge ciò che li compone.

Nel caso di Napoli pesa in modo particolare il contesto dei processi geologici profondi, compresa la componente sismica e vulcanica. A Genova assumono rilievo i processi superficiali, coerentemente con la morfologia dei versanti e con le criticità idrogeologiche. Due punteggi vicini, dunque, possono corrispondere a combinazioni di pressioni molto differenti e richiedere risposte diverse.

Catanzaro è un caso istruttivo. Il suo valore complessivo di 250 rientra nella classe UGF-3; il contributo maggiore proviene dai processi superficiali, con 94,4 punti, seguito dalla componente geologica, con 60. È un profilo che richiama l’attenzione sul ruolo della morfologia, delle incisioni vallive, dei versanti e delle diverse caratteristiche dei terreni. Il dato non autorizza a dedurre automaticamente quale fenomeno causerà danni, ma suggerisce dove indirizzare ulteriori analisi.

Non avrebbe dunque senso trasformare la graduatoria UGF in una classifica delle città “più pericolose”. Né un punteggio basso significa assenza di rischi: l’indice rappresenta una sintesi territoriale e non sostituisce la verifica delle condizioni, anche molto differenti, dei singoli quartieri e delle infrastrutture.

 

La conoscenza che già possediamo

Il nuovo metodo arriva in un Paese che non parte da zero. Da decenni servizi geologici, università, Autorità di bacino, Regioni ed enti di ricerca producono cartografie e studi sulle pericolosità geomorfologiche, idrauliche e sismiche. Il contributo dell’UGF consiste soprattutto nel rendere leggibili insieme pressioni che abitualmente vengono considerate in strumenti separati.

Lo conferma il Rapporto ISPRA 415/2025, “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Edizione 2024”. Le aree a pericolosità da frana perimetrate nei Piani di Assetto Idrogeologico raggiungono circa 69.500 chilometri quadrati, il 23% del territorio nazionale; quelle a pericolosità elevata e molto elevata interessano il 9,5%. In queste ultime risiedono circa 1,28 milioni di persone e ricadono oltre 742.000 edifici. Nelle aree allagabili nello scenario di pericolosità idraulica media vivono circa 6,8 milioni di abitanti.

Queste cifre hanno un significato preciso e richiedono cautela. L’ampliamento delle aree perimetrate per frana rispetto al 2021 deriva in larga misura da studi più dettagliati e aggiornamenti delle cartografie: non corrisponde automaticamente a un identico incremento dei fenomeni. Inoltre, gli indicatori delle alluvioni richiamati nell’edizione 2024 utilizzano il quadro cartografico disponibile in attesa degli aggiornamenti previsti nel 2026.

Il Rapporto documenta anche gli sforzi compiuti: dal 1998 al 2024 censisce 25.539 interventi di mitigazione finanziati per complessivi 19,2 miliardi di euro. È una misura dell’impegno programmato e finanziato, non una dimostrazione automatica della riduzione del rischio conseguita da ciascun intervento. Proprio la distinzione fra risorse impiegate, opere concluse ed efficacia verificata merita maggiore attenzione nel dibattito pubblico.

 

Il clima non cancella le responsabilità del territorio

L’inclusione dei fattori climatici nell’UGF aiuta a comprendere come variazioni delle precipitazioni intense, siccità e innalzamento del livello marino possano interagire con versanti, acquiferi, corsi d’acqua e coste. Non significa, però, che ogni danno debba essere attribuito genericamente al cambiamento climatico.

In un bacino urbanizzato, gli effetti di una pioggia intensa dipendono anche dall’impermeabilizzazione, dalla capacità del sistema di drenaggio, dalle sezioni di deflusso e dalla manutenzione. Su un versante contano la struttura geologica, la permeabilità, le pressioni interstiziali, le piogge antecedenti e le modificazioni introdotte da scavi, riporti e infrastrutture. Le trasformazioni antropiche possono accrescere l’esposizione e la vulnerabilità e, in specifiche condizioni, alterare anche la pericolosità stessa.

Quando dopo una frana o un’alluvione sentiamo ripetere che “in poche ore è caduta la pioggia di un mese”, il dato meteorologico, pur importante, non basta a spiegare il danno. Occorre verificare quale fenomeno si sia verificato, come abbia risposto il territorio e quale ruolo abbiano avuto le scelte insediative. Un evento naturale non produce ovunque le stesse conseguenze: è la combinazione di processi, esposizione e vulnerabilità a determinare gli impatti.

Il cambiamento climatico rende queste valutazioni ancora più necessarie; non attenua l’importanza della pianificazione, del controllo delle trasformazioni e della manutenzione.

 

Dalla carta d’identità alle scelte concrete

La “City Geo Factsheet” proposta da ISPRA può aiutare amministratori e cittadini a riconoscere non solo criticità, ma anche risorse del sottosuolo, fra cui acque sotterranee e caratteristiche geologiche favorevoli a determinati utilizzi. In questa capacità di sintesi risiede il valore divulgativo e operativo dell’iniziativa.

Il passaggio decisivo, tuttavia, è successivo alla costruzione dell’indice: integrare le informazioni negli strumenti urbanistici, confrontarle con i Piani di Assetto Idrogeologico e i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni, con gli studi di microzonazione sismica e con i dati di monitoraggio disponibili. Quindi scegliere dove non costruire, quali infrastrutture proteggere prioritariamente, dove ripristinare il drenaggio naturale e come conservare le funzioni del suolo e degli acquiferi.

La situazione di molte città italiane, e in particolare dei territori appenninici e costieri, dimostra quanto siano importanti analisi a scala adeguata: l’indice sintetico descrive il contesto urbano, ma le decisioni operative richiedono conoscenze di dettaglio. Per la Calabria, ad esempio, i dati di Catanzaro non possono essere trasferiti per semplice analogia a Reggio Calabria, Cosenza, Crotone o Lamezia Terme, dove differenti condizioni geologiche, geomorfologiche e idrogeologiche richiedono valutazioni specifiche.

Sarebbe utile affiancare alla nuova carta d’identità anche un sistema trasparente di verifica delle azioni intraprese: criticità documentate, interventi programmati, lavori realizzati, monitoraggi e risultati ottenuti. Non si tratterebbe di chiedere all’UGF ciò che non è stato progettato per misurare, ma di collegare meglio le conoscenze che fornisce alle responsabilità e alle priorità del governo del territorio.

 

Il vero banco di prova della prevenzione

Lo studio ISPRA segna un passo in avanti nella geologia urbana: mostra in modo accessibile che le città non sono entità separate dall’ambiente fisico, ma sistemi che convivono con processi naturali in continua evoluzione. Il metodo può migliorare la comparabilità dei dati e aiutare a riconoscere per tempo le pressioni più significative.

Resta però una domanda che precede questa ricerca e che la rende ancora più attuale: se conosciamo sempre meglio dove si concentrano le criticità, perché è tanto difficile trasformare le informazioni disponibili in programmi continuativi di prevenzione? Le risposte chiamano in causa risorse, competenze amministrative, priorità di investimento, eredità delle urbanizzazioni passate e capacità di coordinamento.

Già la Commissione interministeriale De Marchi, istituita dopo le alluvioni del 1966, aveva richiamato il valore di una difesa del suolo fondata su conoscenza, pianificazione e interventi coordinati. Oggi gli strumenti scientifici e tecnologici sono incomparabilmente più avanzati. È dunque ancora più importante misurare non soltanto la qualità delle mappe, ma anche la continuità e l’efficacia delle scelte che ne derivano.

La nuova ricerca offre un’occasione preziosa per fare proprio questo salto: dalla descrizione delle pressioni geologiche e climatiche alla riduzione verificabile dell’esposizione e della vulnerabilità. Perché non basta sapere su quale territorio abbiamo costruito le nostre città. Dobbiamo dimostrare di saper utilizzare quella conoscenza per governarle meglio.

 

Fonti principali

- ISPRA (2026), “Città, ora sappiamo quanto è fragile il sottosuolo su cui sorgono”, comunicato del 13 ottobre 2026. https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/an...

- La Vigna F. et al. (2026), “Assessing Geological and Climatic Pressures on Human Settlements Through the Urban Geo-Climate Footprint (UGF): Application to 21 Regional Capital Italian Cities”, Urban Science, 10(7), 400. https://doi.org/10.3390/urbansci10070400

- ISPRA (2025), Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Edizione 2024, Rapporti 415/2025. https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/dissesto-idrog...