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2018-08-18 18:11

I Dieci Giorni che Sconvolsero l’Europa

TRENT’ANNI DA CHERNOBYL

di: 
Roberto Mezzanotte

Sono trascorsi trent’anni da quando l’incidente nel reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl disperse quantità enormi di radioattività nell’ambiente dell’Ucraina e degli altri paesi allora parte dell’Unione sovietica, con conseguenze catastrofiche, e poi sull’intera Europa. L’evento incise profondamente nel rapporto, già non facile, delle popolazioni con l’energia nucleare, ma, pur se portò a una totale riconsiderazione dei diversi aspetti connessi alla gestione degli incidenti nucleari, non determinò, in genere, modifiche nei programmi energetici nazionali, come invece era in parte avvenuto in America dopo l’incidente di Three Mile Island e come avverrà in diversi paesi dopo Fukushima. Per le alterne vicende del nucleare italiano, Chernobyl fu invece fatale.

Fa giustamente ormai parte della tradizione giornalistica ricordare gli anniversari - quest’anno ricorre il trentesimo - dell’incidente di Chernobyl. L’evento, che iniziò nella notte del 26 aprile 1986 nella centrale ucraina da allora tristemente famosa, è stato e resta tutt’ora, anche dopo Fukushima, il più grave tra quelli avvenuti in impianti nucleari ed è entrato di diritto nell’elenco delle maggiori catastrofi causate dalle diverse tecnologie industriali. Decine furono le vittime tra le oltre cento persone che vennero colpite dagli effetti immediati delle radiazioni; seimila i casi ufficiali di cancro alla tiroide che si registrarono poi tra i bambini e gli adolescenti nella popolazione più esposta; un numero difficilmente definibile e variamente valutato, ma comunque assai rilevante, di casi di malattie, spesso letali, e di danni genetici imputabili all’incidente che si sono verificati negli anni successivi per gli effetti stocastici ritardati e che per qualche decennio ancora continueranno a verificarsi. Milioni furono infatti le persone che, solo in Ucraina, Russia e Bielorussia, allora tutte parte dell’Unione Sovietica, ricevettero dosi di radiazioni anche molto elevate (solo i lavoratori che parteciparono alle diverse operazioni di intervento sul sito furono oltre cinquecentomila). A partire dal giorno successivo all’incidente cominciò l’evacuazione della popolazione residente in zone via via più distanti dalla centrale: alla fine del 1986 le persone allontanate dalle loro case erano 116 mila; l’evacuazione proseguì negli anni successivi, con ulteriori 220 mila persone allontanate da altre aree altamente contaminate: un esodo. I centri abitati abbandonati, prima fra tutte la città di Prypiat, 45 mila abitanti a circa quattro chilometri dalla centrale, sono da allora città fantasma (figura 1).

Fig. 1 – Un immagine di Prypiat

Impatti anche devastanti di un grave incidente nucleare in un ambito locale più o meno ampio, ma comunque delimitato, erano considerati possibili, sia pure per i casi peggiori, ma nei giorni successivi a quel 26 di aprile si manifestò un fatto non previsto dalle elaborazioni teoriche che sino ad allora erano state fatte sull’evoluzione degli incidenti nucleari: estese ed elevate concentrazioni di radioattività in aria, significative sotto il profilo radioprotezionistico, si cominciarono a registrare in quasi tutti i paesi d’Europa, fino a circa duemila chilometri di distanza dal sito ove era in corso l’incidente: dalla Polonia alla Scandinavia, alla Germania, all’Austria, all’Italia, alla Grecia e ad altri ancora, con deposizioni al suolo variabili a seconda della presenza o meno di piogge. Fu anzi nella centrale svedese di Forsmark, a oltre mille chilometri da Chernobyl, che l’anomala presenza di radioattività nell’ambiente venne rivelata, quando, la mattina del 28 aprile, prima che le autorità sovietiche si decidessero a comunicare quanto stava accadendo, un lavoratore della centrale, entrando con le scarpe contaminate dalla radioattività raccolta all’esterno, provocò lo scatto dell’allarme dei sistemi di monitoraggio, facendo inizialmente pensare a un rilascio dalla centrale stessa, di cui si cercò inutilmente conferma.

In tutti i paesi dotati di impianti nucleari esistevano piani di emergenza, più o meno estesi, ma comunque riferiti a tali impianti, o al più a impianti posti in prossimità dei confini. Le autorità dei diversi stati coinvolti dalla nube radioattiva si trovarono invece a dover far fronte a una situazione di interi territori nazionali soggetti a livelli di contaminazione più o meno elevati, ma in nessun caso trascurabili, una situazione alla quale, in sostanza, nessuno era realmente preparato.

La risposta all’emergenza da parte delle autorità nazionali dei diversi paesi fu pertanto data senza precisi riferimenti predefiniti e risultò così differenziata anche a fronte di situazioni non dissimili. Vennero ovunque intensificate le attività di monitoraggio della radioattività nelle matrici ambientali e negli alimenti, ma in diversi casi furono presi provvedimenti più netti, come in Polonia, dove vennero attuate misure di iodioprofilassi, con la distribuzione tra la popolazione di tavolette di iodio stabile; come in altri paesi, tra i quali l’Italia, che introdussero limitazioni, o comunque raccomandazioni, sul consumo di particolari alimenti: latte, verdure o anche – è il caso dei paesi nordici – carne di renna.

L’Italia non disponeva allora di una vera e propria “rete” per il monitoraggio della radioattività ambientale (la rete di allarme gestita dai Vigili del fuoco era nata più specificamente per scopi di difesa civile a fronte di eventi bellici e pertanto con altri livelli di taratura). Vi erano i laboratori di misure radiometriche presso gli impianti nucleari dell’ENEL, allora in esercizio, i centri dell’ENEA e il centro Euratom di Ispra, oltre a qualche altro laboratorio come quello dell’ente di controllo del tempo, l’ENEA-DISP, e quello del PMP di Piacenza, inizialmente destinato al monitoraggio ambientale indipendente intorno alla centrale di Caorso. Per quei laboratori furono giorni (e notti) di lavoro senza sosta, come per tutti gli addetti alla radioprotezione, sulla base di un coordinamento messo in piedi in tempo reale.

I dati sull’andamento della contaminazione, diffusi quotidianamente in termini di valori medi dal Ministro per il coordinamento della protezione civile, Giuseppe Zamberletti, resero familiare tra gli italiani il termine di “nanocurie” e dettero loro la strana e sgradevole sensazione della presenza di un rischio nell’aria dolce di quei giorni di piena primavera.

Una volta conclusa la fase di emergenza, proprio per la generale impreparazione che si era potuta constatare, i primi ad essere considerati tra quelli per i quali andavano tratti gli opportuni insegnamenti furono - sia da parte dei singoli stati, sia a livello comunitario ed internazionale - gli aspetti legati alla gestione di simili eventi: l’elaborazione di piani di emergenza a vasto raggio, la definizione di livelli di intervento per le diverse misure prospettabili, l’armonizzazione di metodi di monitoraggio ambientale, l’informazione della popolazione, tema quest’ultimo che divenne poi oggetto di una specifica direttiva europea, emanata nel 1989.   

L’incidente di Chernobyl, al di là dell’entità e delle dimensioni continentali delle sue conseguenze, legate - va detto con chiarezza - a specificità dell’impianto e della dinamica dell’evento praticamente irripetibili,  aveva soprattutto dimostrato che un incidente nucleare, in particolare in un contesto come quello europeo, può sempre avere un importante impatto transfrontaliero e non può quindi essere gestito, in nessuna fase, come una questione esclusivamente interna al singolo paese ove si è verificato, tenendo conto che, per l’efficacia delle misure protettive, è di fondamentale importanza che la loro attuazione sia predisposta fin dalle prime ore. Pertanto, già dopo pochi mesi dall’incidente, nel settembre 1986, venne adottata nell’ambito dell’AIEA, l’Agenzia per l’energia atomica di Vienna, una convenzione internazionale che impegna gli stati a notificare prontamente gli incidenti nucleari che si verifichino al loro interno, insieme a una seconda convenzione, per l’assistenza tra i paesi membri in caso di incidente nucleare o di emergenza radiologica.  

Nell’ambito dell’Unione europea, per la notifica degli incidenti nucleari e per lo scambio delle successive informazioni tra i paesi membri, nel 1987 venne istituito un sistema specifico, l’ECURIE (European Community Urgent Radiological Information Exchange), al quale partecipa oggi anche la Svizzera. Il sistema prevede che in ogni paese vi sia un punto di contatto presidiato h24, che per l’Italia è l’ISPRA.

In Italia, nell’immediato post-Chernobyl, venne elaborato il primo piano nazionale di emergenza contro gli incidenti nucleari, un piano riferito, cioè, all’intero territorio e non solo alle aree circostanti gli impianti nucleari, come era per i piani provinciali o interprovinciali già allora previsti dalla legge. Venne inoltre costituito, presso l’ente di controllo, il CEVaD (Centro di Elaborazione e Valutazione Dati), una struttura tecnica formata da esperti di radioprotezione designati dai diversi organismi pubblici competenti in materia, con il compito di assicurare alle autorità di protezione civile, preposte alla gestione delle emergenze, un supporto unico e coordinato ai fini dell’individuazione delle misure protettive da adottare in funzione delle situazioni specifiche risultanti dalle attività di monitoraggio. Sia il piano nazionale, sia il CEVaD vennero in seguito formalmente sanciti con il decreto legislativo 230 del 1995, che ha aggiornato complessivamente la normativa in materia di radioprotezione.

Per quanto attiene al monitoraggio della radioattività ambientale, nel 1987 venne istituito in ogni regione un centro di riferimento, in base a una direttiva del Ministero della sanità, il quale fornì a ciascuno di essi la strumentazione necessaria per attrezzare un efficiente laboratorio radiometrico. A partire dal 1994, tali centri confluirono nelle ARPA, man mano che queste vennero costituite nelle diverse regioni.

L’incidente di Chernobyl innalzò inevitabilmente il livello della controversia che era già da tempo ampiamente sorta intorno all’energia nucleare. Può sembrare perciò sorprendente che, nella stragrande maggioranza dei casi, i paesi che avevano avviato o avevano in corso un programma per l’impiego di quella fonte di energia – parliamo qui per ovvi motivi di quelli occidentali – non modificarono le loro scelte, come invece si era verificato, almeno per gli Stati Uniti, a seguito dell’incidente avvenuto nel 1979 nella centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania, che ha certamente avuto un peso non secondario sull’ultratrentennale periodo di assenza, negli USA, di realizzazione di nuove centrali, iniziato allora e interrotto solo recentemente; o come si verificherà in diversi paesi a seguito dell’incidente di Fukushima, nel 2011.

Va peraltro detto che l’evento di Chernobyl è accaduto quando, nel mondo, lo sviluppo dell’energia nucleare era da tempo entrato in una fase calante, dopo quella di crescita e di entusiasmo che vi era stata tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 (si veda al riguardo, in figura 2, l’andamento, negli anni, dell’inizio della costruzione di nuovi reattori). Gli Stati Uniti, che erano stati la vera locomotiva dello sviluppo, si erano fermati, come detto, già in coincidenza con l’incidente di Three Mile Island, forse non tanto per l’incidente in sé, quanto per l’incertezza prima e per l’inasprimento poi delle normative di sicurezza – con il relativo aumento dei costi - che ne erano conseguiti, oltre che, certamente, per una serie di altri fattori; in Francia, dopo la decisione di puntare fortemente sull’energia nucleare, presa con lo shock petrolifero del 1973, si era ormai concluso lo sforzo che aveva portato ad avviare la costruzione, quasi in parallelo, di decine di centrali nucleari e che contribuì poi a determinare, invece, picchi di connessioni alla rete nel decennio successivo; un discorso analogo, ma di dimensioni minori, vale per la Germania federale (ma anche nella DDR vi era stato un notevole programma di costruzione di reattori pressurizzati VVER di origine sovietica, che si andava concludendo); in Gran Bretagna era terminato l’ampio programma di realizzazioni basato sui reattori a gas, la tecnologia di casa, e l’unico progetto in corso era l’interiorizzazione della tecnologia di importazione dei reattori ad acqua leggera in pressione, che porterà alla costruzione della centrale di Sizewell B, in esercizio dal 1995; la Spagna, dove erano stati costruiti, o erano in costruzione, dieci reattori (l’ultima costruzione era iniziata nel 1980) aveva già deciso, fin dal 1983, una “moratoria” sulla realizzazione di nuovi impianti nucleari: fu portata a termine la realizzazione dei reattori in fase di costruzione più avanzata, che entrarono in esercizio tra il 1987 e il 1988, mentre fu interrotta quella di altre due centrali precedentemente previste. Il contributo sostanziale alle statistiche di quei primi anni ’80 veniva dall’Asia, ed in particolare dal Giappone e dalla Corea del Sud, dove proseguivano invece programmi di costruzione di nuove centrali.

Fig. 2 – Costruzione e connessione in rete di nuovi reattori per anno (fonte AIEA)

In sintesi, salvo l’aver rafforzato le opposizioni (e questo, a più lungo termine, avrà certamente conseguenze), Chernobyl lasciò le cose più o meno immutate: chi gestiva impianti in esercizio continuò in genere a farlo; i (relativamente) pochi che stavano avviando nuove realizzazioni o avevano comunque programmi di sviluppo andarono quasi tutti avanti. Ciò potè avvenire anche in ragione delle indubbie particolarità dell’incidente e del contesto in cui si era verificato, che consentirono di classificare, non senza fondamento, il caso come a sé stante.

Innanzi tutto, le caratteristiche del reattore - appartenente a una filiera, la RBMK, utilizzata solo all’interno dell’URSS e neppure nei paesi alleati – erano molto diverse da quelle dei reattori occidentali ad acqua leggera e alcune sarebbero state inaccettabili rispetto agli standard obbligatori per questi ultimi: ad esempio, l’assenza di un vero sistema di contenimento o il coefficiente di reattività positivo (a un aumento della temperatura corrispondeva negli RBMK un aumento della potenza, risultando così il reattore intrinsecamente instabile), caratteristica questa che ebbe un rilievo decisivo nella dinamica dell’incidente.

Inoltre, al di là del fatto che l’incidente avvenne mentre era in corso un esperimento per la cui esecuzione erano stati esclusi sistemi di sicurezza dell’impianto, con gravissime violazioni delle prescrizioni, l’assetto organizzativo nei paesi dell’Est europeo era decisamente carente, in particolare per quanto riguarda le funzioni di controllo sulla sicurezza, la cui indipendenza rispetto alle esigenze dell’esercizio degli impianti – requisito fondamentale, già a quel tempo affermato – era quanto meno dubbia.

Non è un caso che, non appena la nuova situazione internazionale seguita al dissolvimento dell’Unione sovietica lo ha consentito, vennero avviati ampi programmi di assistenza da parte dell’Unione europea a favore dei paesi dell’Europa centrale e dell’ex URSS, allo scopo di migliorare in essi le condizioni di sicurezza nucleare, sia sotto il profilo tecnico, con l’adeguamento di singoli impianti, sia sotto il profilo organizzativo. Tali programmi si sono complessivamente protratti per quasi un ventennio. Ad essi, gli organismi italiani competenti, a cominciare dall’ente di controllo, hanno sempre partecipato, dando un notevole ed apprezzato contributo, tant’è che – qui come nota marginale - diversi tra gli addetti ai lavori si chiesero, con qualche perplessità, come si dovessero intendere l’assistenza e il supporto che, nel clima in cui venne definito nel 2010 l’accordo di collaborazione tra Russia e Italia in campo nucleare, il Presidente Putin aveva assicurato all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi, per il ritorno dell’Italia all’energia nucleare, a quel tempo progettato.

Ma, tornando alle vicende del post-Chernobyl, se è vero che nella maggioranza dei casi l’incidente non ebbe un impatto rilevante sui diversi programmi nazionali, sono ben noti gli effetti dirompenti che ebbe invece sul piano energetico italiano.

All’inizio degli anni ’60, l’energia nucleare aveva avuto in Italia un avvio molto deciso, con la messa in esercizio di tre centrali – Latina, Trino e Garigliano, che, per potenza installata di origine nucleare, ponevano il Paese al terzo posto della graduatoria mondiale - e anche di diversi reattori di ricerca e altri impianti sperimentali, che peraltro, per logica ed efficienza complessive dei programmi, potrebbero essere oggetto di più d’una considerazione, soprattutto alla luce di come sarebbero proseguite le cose negli anni successivi.

Vi erano state poi le vicende giudiziarie del segretario generale del CNEN, Felice Ippolito, e un netto rallentamento delle iniziative. Nel 1970 era iniziata a Caorso la costruzione della quarta centrale nucleare, che entrerà in esercizio commerciale nel 1981. Nel 1975 veniva scelto il sito di Montalto, nell’alto Lazio, per la costruzione di una nuova centrale, dotata di due reattori, unica realizzazione ad essere avviata di un programma vagheggiato al tempo della grande crisi petrolifera, quando si era parlato della costruzione di una ventina di nuove centrali.

Più concretamente, Il piano energetico nazionale varato nel 1982 prevedeva la costruzione di alcune centrali con due reattori ciascuna, basate su un unico progetto che avrebbe dovuto interiorizzare nel sistema italiano la tecnologia americana dei reattori ad acqua leggera in pressione, PWR, anche adattando i criteri di sicurezza alle esigenze specifiche del nostro Paese. In attuazione di quel piano, erano stati scelti e qualificati due siti per la realizzazione di altrettante centrali, rispettivamente in Piemonte e in Lombardia, ed era iniziata la ricerca di un terzo sito, in Puglia.

I diversi soggetti coinvolti, esercente, industria, ente di controllo, disponevano di competenze ampie e sicuramente qualificate ed avevano stabilito, nei rispettivi ambiti, la rete di relazioni internazionali necessaria per un’adeguata condivisione di esperienze e di informazioni. Carente e non curata quanto le esigenze del tempo già richiedevano era invece la qualità della comunicazione.

È questo il quadro - dove già non mancavano opinioni, anche organizzate, contrarie all’energia nucleare - in cui irrompe l’emergenza Chernobyl. Venne richiesto un referendum abrogativo di norme di legge che disciplinavano la localizzazione di nuove centrali e questa volta il referendum fu dichiarato ammissibile, diversamente da quanto era avvenuto nel 1981, quando una precedente richiesta era stata respinta dalla Corte Costituzionale, la quale, forse troppo generosamente, ritenne allora che le norme oggetto della richiesta fossero attuative di trattati internazionali (cioè del Trattato Euratom) e quindi non suscettibili di essere sottoposte alla procedura referendaria.

L’esito del referendum, che si tenne nel novembre 1987, fu scontato: tra il settanta e l’ottanta per cento dei partecipanti, a seconda del quesito specifico, votò per l’abrogazione delle norme, cioè - dato il significato politico del referendum - contro il nucleare, segnando ineluttabilmente il destino dei progetti da realizzare e quindi di una presenza non solo nominale di quella fonte di energia in Italia. Sulla giustezza di quella scelta popolare si è continuato a discutere e a polemizzare a lungo, ma anche inutilmente, dato che la radicalizzazione che si era formata sulla questione nucleare ed anche il modo in cui, in generale, le tematiche ambientali sono state via via più diffusamente percepite e intese, o in qualche caso fraintese, hanno reso presto evidente la sua irreversibilità.

Meno scontate erano le conseguenze del voto su quanto già esisteva, considerando che anche tra i proponenti del referendum vi fu chi sostenne l’opportunità del mantenimento di un “presidio” nucleare. La decisione fu invece drastica: vennero chiuse e successivamente avviate al decommissioning tutte le centrali allora in esercizio, compresa quella quasi nuova di Caorso; fu chiuso il cantiere di Montalto, dove la costruzione di un reattore era quasi terminata e anche quella dell’altro era già molto avanzata.

Non si conosce una valutazione preventiva di quanto sarebbe costato complessivamente chiudere da un giorno all’altro un intero settore produttivo. È quindi difficile non inquadrare quella decisione nella più generale impostazione delle politiche economiche di quel periodo: siamo all’interno del decennio in cui l’ascesa del debito pubblico non ha freni, e probabilmente non è avvertita neppure come un problema; è il periodo in cui il rapporto con il PIL sale dal sessanta al centoventi per cento (figura 3). 

Fig. 3 – Andamento negli anni del rapporto debito pubblico/PIL (elaborazione di dati Blia.it)

Nacque allora nella politica una particolarissima attenzione, riconoscibile per certi aspetti ancor oggi, ad assumere decisioni che potessero anche solo apparire in contrasto con la diffusa sensibilità contro il nucleare, e ciò ha avuto in qualche caso effetti paradossali e opposti alla sicurezza, come il ritardare di anni il recepimento delle direttive di radioprotezione, ad esempio quella già ricordata che disciplina l’obbligo di informazione della popolazione in caso di emergenza radiologica, emanata nel 1989 e attuata nel 1995.

Di nucleare si tornerà a parlare nel 2008, a seguito di elezioni che portarono a un governo di centro-destra che fece del ritorno alle centrali atomiche uno dei suoi cavalli di battaglia in materia di energia. Se già l’intento poteva suscitare ferme opposizioni, o riserve più o meno forti, o anche semplicemente dubbi di vario genere sull’effettiva praticabilità, la prima mossa concreta fu quanto di più preoccupante si potesse immaginare: l’istituzione di un nuovo ente di controllo su misura, che faceva arretrare di decenni il principio dell’autonomia e dell’indipendenza di quella funzione, vicenda di cui l’Astrolabio si è occupato ampiamente. Tre anni dopo un nuovo referendum chiuderà definitivamente il discorso.