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2018-02-22 19:20

E pur Non si Move

VERSO IL DEPOSITO NAZIONALE DEI RIFIUTI RADIOATTIVI

di: 
Roberto Mezzanotte

Le vicende della Sogin, sfociate nelle recenti dimissioni dell’amministratore delegato, complicano ulteriormente un problema già di per sé assai delicato, la scelta del sito ove realizzare il deposito nazionale, problema reso difficile anche dall’intrecciarsi di ritardi su altre questioni connesse: la nascita del nuovo ente di regolamentazione e la definizione del Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi. Su tutto sembra ormai calato un generale silenzio, come se il tema della chiusura dell’eredità nucleare fosse uscito dall’attenzione del Governo.

Dopo che alcuni segnali avevano fatto sperare, sia pure tra qualche incertezza e qualche dubbio di merito, che potesse comunque essere giunta la volta buona per vedere concretamente avviati a soluzione il problema dei rifiuti radioattivi italiani e, più in generale, per veder procedere un po’ più speditamente le sin qui lentissime operazioni di chiusura dell’eredità lasciata dal nostro nucleare, stiamo assistendo all’ennesima fermata. Per meglio dire, quel che è avvenuto alle diverse iniziative che sembravano aver finalmente smosso l’acqua nello stagno assomiglia, più che a una fermata, a una sparizione dai radar: non se ne sa più niente e non vi è al momento alcuna notizia che consenta di fare una qualche previsione su una loro ripresa.

Vediamo le cose con ordine, cominciando dal deposito nazionale.

Nel giugno 2014 l’ISPRA, emanando con la Guida tecnica 29 i criteri per la localizzazione del deposito, aveva compiuto il primo atto della procedura indicata dalla legge (il D.lgs. 31/2010). Era seguita, nel gennaio 2015, la trasmissione all’ISPRA e ai Ministeri competenti, da parte della Sogin, della prima proposta della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (la cosiddetta CNAPI). In marzo, con sostanziale puntualità rispetto ai tempi di legge, l’ISPRA aveva a sua volta trasmesso ai Ministeri la propria relazione sulla rispondenza della CNAPI proposta ai criteri definiti nella guida tecnica. A quel punto, era atteso entro il termine dei successivi trenta giorni, quindi intorno alla metà di aprile, il nulla osta dei Ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente a che la Sogin pubblicasse la CNAPI. In luogo del nulla osta, dai Ministeri venne invece la richiesta di approfondimenti, da produrre entro il nuovo termine di sessanta giorni. La richiesta poteva certamente essere connessa a rilievi eventualmente formulati dall’ISPRA nella propria relazione, ma, in mancanza di ogni accenno circa l’effettiva esistenza di simili rilievi, era assai più diffusa una lettura “dietrologica” nella quale tale richiesta veniva posta in relazione a una scelta del Governo, vera o presunta, di non far entrare pesantemente nella campagna per le elezioni regionali e amministrative che si sarebbero svolte il 31 maggio lo scomodo tema del deposito, un tema che avrebbe necessariamente coinvolto, in modo anche diretto, diverse comunità chiamate alle urne. È verosimile che questa interpretazione - per così dire - maliziosa della richiesta di approfondimenti avrebbe avuto meno spazio se all’intera materia non fosse stato dato un carattere di estrema riservatezza e se, in particolare, l’esistenza di rilievi dell’ISPRA fosse stata dichiarata apertamente, con l’indicazione della loro eventuale natura.

Comunque sia, in giugno, la Sogin consegnava la CNAPI revisionata e il 20 luglio l’ISPRA comunicava di aver trasmesso ai Ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente la propria relazione su tale revisione, questa volta aggiungendo di non aver “formulato ulteriori rilievi”.

Sembrava ovvio a questo punto ritenere che, sciolta ogni riserva tecnica, nei successivi trenta giorni previsti dalla legge, cioè intorno al 20 agosto, i due Ministeri avrebbero dato il nulla osta alla pubblicazione della Carta delle aree potenzialmente idonee, e quindi il via al passaggio procedurale successivo: la formulazione delle osservazioni delle parti interessate e l’organizzazione di un seminario nazionale da parte della Sogin, da tenere entro centoventi giorni. Ma ciò non è avvenuto, né vi è a questo punto alcun elemento su cui basare una qualsiasi previsione su quando la pubblicazione della CNAPI potrà avvenire. La Carta continua ad essere un documento segreto e, come sempre in questi casi, intorno ad essa sono nate voci dove al plausibile si sommano la fantasie ed i timori più disparati, contrastanti anche con i pochi elementi noti: i criteri dell’ISPRA o il tipo di opera da realizzare. L’unica cosa che si è vista in questi mesi è la campagna pubblicitaria con la quale la Sogin, con una tempestività rivelatasi forse eccessiva, ha cercato di sensibilizzare il pubblico sul problema del deposito nazionale e magari preparare un terreno più favorevole (o meno sfavorevole) alla sua accettazione.

Immagine tratta dalla campagna pubblicitaria Sogin

A rendere ancor meno prevedibili i tempi di pubblicazione della Carta sono intervenuti i più recenti accadimenti in casa Sogin.

I problemi di gestione in cui si era imbattuta l’azienda di Stato nel condurre il decommissioning degli impianti nucleari italiani - che rappresenta, oltre alla realizzazione del deposito nazionale, il suo fondamentale incarico - si erano già manifestati pubblicamente, in modo piuttosto clamoroso, intorno alla fine dello scorso anno, a seguito di un’audizione del suo amministratore delegato dinnanzi alla Commissione industria del Senato. In quella occasione era emerso che, a causa di tali problemi, si era reso necessario ridimensionare drasticamente il piano delle attività di decommissioning per il prossimo triennio. In particolare, per quanto attiene al solo 2015, la previsione degli investimenti per quelle attività era passata da un importo di 137 milioni di euro (a sua volta già ridotto rispetto a precedenti pianificazioni) alla cifra decisamente minore di 80 milioni di euro. La Commissione aveva stimato che i tagli alle attività avrebbero comportato nel complesso, a causa del correlativo allungarsi della durata delle operazioni, un aumento di 150 milioni dei costi totali del decommissioning, ed aveva inoltre rilevato la contraddizione tra i ritardi evidenziati e gli annunci con i quali, solo pochi mesi prima, la Sogin aveva celebrato risultati considerati eccellenti.

Alla luce di quanto emerso e di tali valutazioni, il presidente della Commissione senatoriale e dodici suoi componenti avevano sottoscritto e trasmesso ai Ministri dell’Economia e dello Sviluppo economico una lettera nella quale si chiedevano rapide ed incisive iniziative per assicurare alla Sogin una gestione in grado di recuperare i ritardi, altrimenti onerosi per i consumatori, e di attuare gli obiettivi industriali nei tempi previsti.

Al di là delle voci su un commissariamento dell’azienda che per un po’ di tempo si sono rincorse sui mezzi di informazione, nessun provvedimento è stato adottato dal Governo, anche se dalla Sogin continuavano a provenire echi di contrasti crescenti all’interno degli organi di vertice e se i consuntivi trimestrali presentavano risultati deludenti rispetto al raggiungimento del pur ridimensionato budget 2015, tanto che il consuntivo annuo finale difficilmente potrà superare di molto i 40 milioni di euro, circa la metà degli 80 milioni programmati.

Il 26 ottobre scorso, giocando di anticipo sull’apertura di ogni discussione sui risultati della sua gestione e a pochi giorni dal termine per la presentazione del nuovo piano quadriennale, l’amministratore delegato Riccardo Casale, con una lettera ai Ministri Padoan e Guidi, ha rimesso il mandato. Nella lettera attribuisce in pratica ogni responsabilità della situazione deficitaria sul piano dei risultati conseguiti dalla Sogin al consiglio di amministrazione e, ancor più, al presidente Giuseppe Zollino.

Sembra peraltro che l’amministratore delegato non abbia però presentato le dimissioni al consiglio di amministrazione, il quale, riunitosi il 28 ottobre, le avrebbe formalmente richieste, ricevendo dall’AD un rifiuto, in attesa di istruzioni da parte del Governo.

Quest’ultimo si è per ora limitato a comunicare, all’indomani della ricezione della lettera dell’amministratore delegato, di aver preso atto della situazione che si è determinata negli organi societari della Sogin, a riaffermare il ruolo fondamentale che la società è chiamata a svolgere per l'attuazione del programma di decommissioning e a impegnarsi a garantire quanto prima una governance adeguata alle funzioni strategiche della Sogin.

Vi è da sperare che in questo caso i tempi di attesa non finiscano col somigliare a quelli per la pubblicazione della CNAPI, e d’altra parte appare plausibile pensare che, fino a quando la Sogin non sarà dotata della governance adeguata, difficilmente potrà essere autorizzata a pubblicare la Carta.

Oltre agli effetti sulla procedura per il deposito nazionale, la situazione in cui versa la Sogin non potrà non avere impatto anche sulle non certo semplici attività di decommissioning degli impianti nucleari, ricordando al riguardo che le previsioni sui tempi di conclusione del loro smantellamento continuano ad allungarsi di anni ad ogni nuova formulazione del “programma a vita intera” che la Sogin elabora.

Veniamo a un altro desaparecido, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, ISIN. Istituito con il D.lgs. 4 marzo 2014, n. 45, per affidargli le funzioni di controllo oggi svolte dall’ISPRA, l’ISIN avrebbe dovuto cominciare a funzionare con la nomina dei suoi organi - il direttore e la consulta - e con il trasferimento del personale e delle relative risorse finanziarie dal dipartimento dell’ISPRA competente per quelle funzioni.

Nell’ottobre 2014 il Governo ha designato, per l’incarico di direttore, il dott. Antonio Agostini, segretario generale del Ministero dell’Ambiente, ed ha sottoposto la designazione al parere delle commissioni parlamentari competenti, secondo la procedura prevista dal decreto legislativo. Esattamente un anno fa, le commissioni parlamentari hanno dato il loro parere, favorevole, ma solo a maggioranza, con opposizioni decise che hanno trovato riscontro anche nelle opinioni fortemente contrarie espresse in ambienti esterni al Parlamento. All’adeguatezza della designazione veniva contestata la mancanza di corrispondenza tra le caratteristiche del candidato e i requisiti specifici, dettagliatamente fissati dalla legge, nonché la sua inopportunità, in considerazione di non risolte pendenze giudiziarie del candidato stesso in relazione a suoi precedenti incarichi.

Che sia dipeso dai forti contrasti o da altro, sta di fatto che da allora la situazione dell’ISIN è ferma e silente.

È un impasse che si intreccia con la procedura per la localizzazione del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi. La decisione di istituire un nuovo ente di regolamentazione, interamente dedicato alle funzioni di controllo, contiene infatti un sia pur implicito giudizio di inadeguatezza, e quindi una sostanziale delegittimazione, dell’assetto preesistente, dove quelle funzioni sono affidate all’ISPRA – assetto ancora oggi in atto, nelle more dell’operatività dell’ISIN – e c’è chi obietta che le valutazioni tecniche su una materia tanto delicata, come la localizzazione del deposito nazionale, non possano essere svolte da un soggetto in posizione precaria di supplenza, ma solo da chi sia nella pienezza delle proprie funzioni.

C’è da dire che, in questo caso, il problema il Governo se lo sia proprio andato a cercare. Dell’istituzione di un nuovo ente di controllo non vi era infatti alcuna necessità e non si comprende quali motivazioni abbiano potuto spingerlo a prendere quella decisione. Sarebbe stato sufficiente adeguare le troppo scarse risorse che nell’ISPRA sono oggi dedicate a quelle funzioni (cosa che dovrà essere comunque fatta anche nel nuovo ente e che, anzi, la sua istituzione non semplifica). Per il resto, l’assetto istituzionale dei controlli sulla sicurezza nucleare e la radioprotezione, con l’ISPRA posta al suo centro, era ed è pienamente rispondente ai requisiti stabiliti dalle direttive comunitarie in materia e dai trattati internazionali ai quali l’Italia ha aderito; certamente non meno rispondente di quanto con l’ISIN potrà mai essere.

Ultimo elemento nel panorama dei ritardi e dei silenzi è il Programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi. Anch’esso è previsto, come l’ISIN, dal D.lgs. 45/2014, ma, a differenza dell’ISIN, il Programma nazionale costituisce per tutti i paesi dell’Unione europea un preciso requisito posto dalla direttiva 2011/70/Euratom, che stabilisce l’obbligo della sua presentazione alla Commissione europea entro il termine, ormai trascorso, del 23 agosto 2015. In considerazione di quella scadenza comunitaria, il decreto legislativo prevedeva che il Programma nazionale fosse adottato, con buon anticipo, entro il 31 dicembre 2014, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dello Sviluppo economico e del Ministro dell'Ambiente, sentiti il Ministro della Salute, la Conferenza unificata e l’ISIN. Ma ciò non è avvenuto.

Anche senza tener conto della necessità che il Programma, prima della sua approvazione, sia sottoposto a valutazione ambientale strategica ed auspicando che un documento sia già comunque pronto per essere avviato alla fase di approvazione, i ritardi già accumulati e quelli che inevitabilmente ad essi si sommeranno fanno comunque temere l’inizio della procedura di infrazione da parte della Commissione europea.

A parte quest’aspetto, a rendere più complesso l’intreccio c’è chi vorrebbe che anche l’approvazione del Programma nazionale fosse un passaggio obbligato nella procedura di localizzazione del deposito, sin dalla sua fase attuale.

Nel frattempo i rifiuti già prodotti continuano a rimanere dove sono, senza una prospettiva definita; quelli nuovi, che si producono soprattutto negli ospedali, continuano a confluire in capannoni provvisori; la data per il rientro dall’estero dei rifiuti derivati dal riprocessamento del combustibile irraggiato continua ad avvicinarsi; la fine del decommissioning e il rilascio dei siti nucleari continuano ad essere come è, nei cinodromi, la lepre per i levrieri che la rincorrono: sempre un po’ più avanti.

la ricerca strada inevitabile per uscire dal nucleare pregresso

Credo che sia inevitabile cambiare strategia sul nucleare. Dalla sua scoperta, a fine anni trenta del secolo scorso, non è ancora stata scoperta, e forse nemmeno studiata una tecnologia che riduca drasticamente la vita delle scorie. Stante la situazione attuale dobbiamo "custodire in sicurezza per un'era geologica questi materiali. Non mi sembra una cosa sensata. Quante guerre si sono combattute solo negli ultimi mille anni, quante barbarie gli uomini si sono perpetrati, quali cataclismi sono avvenuti. Non credo che in questo come in quasi tutti i campi siano esaurite le scoperte dell'uomo. Sarebbe un futuro per tanti nostri ricercatori che sono costretti ad emigrare per averne uno. Si spendono centinaia di milioni di euro per mantenere l'esistente che sta comunque inesorabilmente invecchiando. Se il 15% di queste risorse venisse investito in ricerca molto probabilmente la storia cambierebbe prospettiva. Esiste un grande ostacolo a questo, la pletora di personaggi che vivono del nucleare pregresso. Spesso usano la pessima fama che fino ad oggi si è guadagnato per mantenere alcuni privilegi. Agli impianti dispersi sul suolo Italiano, ai cittadini dei luoghi, sarebbe utile quanto proposto, ma all'apparato è più utile razziare la bolletta e continuare ad andare avanti così. Mi dispiace pensarla in questo modo ma da l 1977 vedo cosa accade al nucleare dall'interno e francamente oltre a preoccuparmi mi rattrista. La prima volta che ho sentito parlare della necessità di un deposito erano i primi anni 80 e oggi non se ne parla nemmeno più, diventa un segreto perfino sapere quali sono i luoghi più adatti ad ospitarne uno ed intanto questi materiali sono custoditi negli impianti generalmente lungo ai fiumi o sul mare. Quando ci sarà un'emergenza forse nasceranno una selva di polemiche su chi ha le responsabilità, questo modo di fare è decadenza pura. Accettare tutto come ineluttabile specie quando pochi saccheggiano tanti chiude ogni prospettiva di un futuro migliore.

analisi puntuale

Cpisco che il nucleare non sia una priorità per il Governo ma allora tagliamo i contributi versati dai cittadini con la bolletta elettrica

concordo

Assai apprezzabile l'articolo che fa il punto sulla situazione della gestione rifiuti radiattivi in Italia, nel mio piccolo ci avevo provato anche io tempo fa http://geologiaproletaria.blogspot.it/2015/08/scorie-di-civilta.html
Risulta preoccupante che la politica non abbia ancora compreso della strategicità di tale questione per il nostro paese.