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2026-05-18 02:11

Gli Ambientalisti Perseguitati dal Regime Iraniano

DIRITTI CIVILI

di: 
Nathan Greppi *

Arresti, repressione e violenze contro chi difende l’ambiente: nel Kurdistan iraniano attivisti, giornalisti ed esperti finiscono nel mirino delle autorità. Tra accuse mai chiarite, censura e uso della forza, emerge un quadro di sistematica pressione contro ogni forma di dissenso legata alla tutela del territorio. Tratto da Inoltre.

In Copertina: Immagine Filippo Piperno, InOltre

 

A gennaio, in molti hanno denunciato il silenzio di Greta Thunberg su quello che stava succedendo in Iran; in particolare, all’attivista svedese è stato contestato il fatto di essere rimasta in silenzio sul massacro di decine di migliaia di manifestanti da parte del regime, nonostante voglia sempre dire la sua su argomenti che spaziano dall’emergenza climatica alla guerra tra Israele e Hamas.

Eppure, da molto prima delle proteste scoppiate nel dicembre 2025, in Iran anche diversi attivisti ambientalisti sono stati arrestati dalle autorità, spesso nel silenzio dell’Occidente. Tra i pochi che hanno denunciato le loro condizioni vi è l’organizzazione per i diritti umani “Hengaw”.

 

Arresti nel Kurdistan

Il 17 gennaio, cinque ambientalisti curdi (Mahan Azami, Yahya Darvishi, Aram Saeidian, Kamran Moradi e Mohammad Hajerani) sono stati arrestati a Javanrud, nella zona ovest dell’Iran, e trasferiti in una località ignota. Nel momento in cui scriviamo, non è ancora stato reso pubblico quali sarebbero le accuse nei loro confronti.

In precedenza, il 27 dicembre 2025, è stato arrestato in casa sua da uomini dell’intelligence iraniana anche Sarok Abolghasemi, capo del Gruppo di Alpinismo Arez a Sanandaj, capoluogo della provincia iraniana del Kurdistan. Di Abolghasemi non sono state rese pubbliche né le accuse né le condizioni di detenzione. Aveva partecipato alla campagna “Zagrosaneh”, che consisteva nel piantare numerosi alberi di quercia in diverse città del Kurdistan iraniano, al fine di sensibilizzare la società sulla tutela dell’ambiente.

Sempre il 27 dicembre, a Sanandaj sono stati arrestati anche altri due attivisti curdi che avevano partecipato alla “Zagrosaneh”: il 39enne Ramin Salehi e suo cugino Sabah. Prima ancora, il 23 dicembre, le autorità avevano arrestato anche il fotografo e naturalista Shirko Kanisanani, mentre rientrava da un evento legato alla stessa campagna.


Attivisti uccisi

Oltre agli arresti, ci sono anche casi di attivisti uccisi dalle autorità iraniane. Il 15 settembre 2025, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco su manifestanti che si opponevano a un progetto di scavi per una miniera d’oro nell’area di Saqqez, nel Kurdistan iraniano. Uno dei manifestanti, Mohammad Rashidi, è rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti.

Secondo il KHRN (Kurdistan Human Rights Network), i manifestanti erano perlopiù contadini provenienti dal villaggio di Pir Amran, che protestavano contro la costruzione abusiva di una strada che avrebbe attraversato i loro campi, diretta verso la miniera.

Secondo il sito di notizie iracheno “The New Region”, le province occidentali dell’Iran, come il Kurdistan o l’Azerbaijan occidentale, sono le più ricche di giacimenti auriferi del Paese. Tuttavia, gli scavi nelle miniere spesso hanno effetti inquinanti sull’ambiente circostante, alimentando la deforestazione e la contaminazione del suolo e dell’acqua. Un fenomeno che, nel lungo termine, comporta rischi per la salute di coloro che vivono nelle vicinanze.

 

Giornalisti ed esperti presi di mira

Quando, a novembre, si è aggravata la crisi idrica che ha colpito la città di Baneh, tanto che ad alcuni quartieri è stata tolta l’acqua per tre giorni, le autorità hanno impedito ai media di pubblicare qualunque informazione in merito alla situazione.

Alcuni reporter e dirigenti dei giornali locali hanno ricevuto minacce telefoniche o sono stati portati in questura affinché non riportassero quanto stava accadendo. Una fonte interpellata da “Hengaw” ha riferito che gli agenti di sicurezza avrebbero costretto i giornalisti a firmare documenti in cui si impegnavano a non pubblicare nulla sulla crisi delle risorse idriche.

Come riporta “Iran International”, un provvedimento giudiziario è stato preso anche contro Esmail Kahrom, ex consulente del Ministero dell’Ambiente iraniano, il quale ha puntato il dito contro il governo per la malagestione dell’inquinamento.

In un’intervista rilasciata il 30 novembre al sito di notizie “Jamaran”, Kahrom ha affermato che ogni missile sviluppato dall’Iran costa circa due milioni di dollari e ha sostenuto che, se la salute pubblica fosse importante per i funzionari, potrebbero reindirizzare l’equivalente di 10 missili per migliorare la qualità del carburante. Ha aggiunto che le autorità si sono rifiutate perché “le loro priorità sono altrove”.

Per tutta risposta, la magistratura iraniana ha intentato una causa nei suoi confronti, accusandolo di “false dichiarazioni” e azioni “contro la sicurezza nazionale”.

*Nathan Greppi è fra i collaboratori fissi di Inoltre