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2026-09-09 12:25

I Rischi del Potere Cinese sull’Acqua nel Tibet

LA CATASTROFE IN NEPAL

di: 
Gianni Vernetti*

Il fattore naturale racconta solo metà della storia: i grandi progetti idroelettrici di Pechino in Tibet, lo sfruttamento minerario e la totale assenza di trasparenza sono fra le cause del disastro. Dalle pagine de Linkiesta del 29 agosto 2026.

In copertina: Alcune persone camminano tra i danni provocati dalle inondazioni improvvise a Devighat, nel distretto di Nuwakot, in Nepal, giovedì 27 agosto 2026.(AP Photo/Niranjan Shrestha) Associated Press / LaPresse

 

Le violente inondazioni che hanno colpito le valli del Trishuli e del Koshi, in Nepal, non sono solo l’ennesima tragedia himalayana, sono il segno di come i grandi progetti infrastrutturali nel Tibet occupato da Pechino e la mancanza di trasparenza della Repubblica Popolare Cinese possano trasformare un evento naturale in un disastro molto più grave.

All’origine c’è stato senza dubbio un fenomeno naturale: una valanga di ghiaccio e di roccia staccatasi da un ghiacciaio a cinquemila e duecento metri, al confine tra Tibet e Nepal, che, precipitando in una gola stretta, ha creato uno sbarramento temporaneo che, collassando, ha scatenato un’ondata di acqua, fango e massi tale da generare onde sismiche scambiate all’inizio per un terremoto di magnitudo 5,2. L’inondazione ha travolto villaggi, ponti, strade e centrali idroelettriche, causando morti, distruzione e blackout.

Ma il fattore naturale racconta solo una parte della storia. Secondo molti osservatori indiani, e anche secondo molte fonti ascoltate nel governo tibetano in esilio a Dharamsala, sono principalmente tre gli elementi legati all’azione umana che hanno amplificato l’impatto della catastrofe.

Primo, l’espansione cinese di argini, strade e infrastrutture lungo il confine ha ristretto la valle a monte, trasformando il torrente in una colata carica di detriti, macerie e macchinari, un “ariete” capace di distruggere tutto ciò che incontrava.

Secondo, opere come dighe di derivazione e argini hanno creato colli di bottiglia nelle gole himalayane, generando ondate di piena secondarie che hanno colpito le comunità a valle più volte in rapida successione.

Terzo, e forse più grave, è la mancanza di qualsiasi comunicazione tempestiva: la Cina dispone di stazioni di monitoraggio idrologico in Tibet, ma non ha mai istituito con il Nepal (né con altri Paesi a valle) meccanismi di condivisione dati e allerta in tempo reale. Pechino non ha avvertito tempestivamente le autorità del Nepal sui picchi del livello dell’acqua e sull’accumulo di detriti, che avrebbero permesso di ridurre in modo significativo le vittime fra la popolazione civile.

A tutto ciò si aggiunge un problema di trasparenza informativa: come già avvenuto durante l’epidemia di Covid-19 a Wuhan, la Cina sta censurando le notizie sul disastro, promuovendo una narrazione patriottica e di negazione di ogni responsabilità, molto simile a quanto accaduto ai tempi della pandemia. In più, in tutto il Tibet occupato è stato bloccato l’accesso ai media internazionali.

Il regime di Pechino, anche in questa tragedia, dimostra di non essere un attore responsabile sulla scena globale.

L’altopiano tibetano, occupato da oltre settant’anni dalla Repubblica Popolare Cinese, possiede in enormi quantità una risorsa sempre più rara e sempre più strategica: l’acqua. La regione tibetana viene infatti spesso definita il «Terzo Polo» o l’Asia Water Tower (la «torre dell’acqua dell’Asia»), alla luce della grande quantità di ghiacci e acqua dolce ospitati nel proprio territorio.

Dopo l’Antartide e la Groenlandia (insieme alle altre terre artiche), è proprio il Tibet a ospitare la maggiore concentrazione di ghiacciai della Terra: circa quindicimila ghiacciai, che custodiscono decine di migliaia di chilometri cubi di acqua dolce.

È proprio dal Tibet che nascono i fiumi più grandi e vitali di tutta l’Asia, che condizionano la vita di oltre tre miliardi di esseri umani: lo Yangtze e il Fiume Giallo, che scorrono interamente in Cina; il Gange e il Brahmaputra, arterie vitali di India e Bangladesh; l’Indo che attraversa il Pakistan; l’Irrawaddy, che scende verso il Myanmar, e il Mekong, che condiziona in modo determinante la vita di Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam.

Il Tibet ha un clima molto secco, con precipitazioni estremamente limitate e la maggior parte dell’acqua disponibile proviene dallo scioglimento stagionale dei ghiacciai, che alimentano i grandi fiumi e le falde acquifere sottostanti. Negli ultimi decenni, però, i cambiamenti climatici stanno alterando questo equilibrio delicato: i ghiacciai del Tibet si stanno ritirando a un ritmo elevato, alterando in modo significativo la portata dell’acqua che scende a valle.

Poi c’è ciò che potremmo definire l’idrogeopolitica. Il Tibet occupato dalla Repubblica Popolare Cinese è stato oggetto negli ultimi cinquant’anni di uno sviluppo intenso, totalmente incurante della delicatezza e della fragilità del suo ecosistema: sfruttamento minerario, colonizzazione forzata, grandi progetti infrastrutturali. Sono proprio i recenti e giganteschi progetti idroelettrici sui grandi fiumi come il Brahmaputra e il Mekong che rischiano di mettere a repentaglio la sicurezza idrica di un intero continente.

Lungo questi fiumi, Pechino sta costruendo decine di dighe e invasi che rischiano di consegnare in mani cinesi il «rubinetto» dei grandi fiumi che scendono in tutto il subcontinente indiano: lungo il corso del Brahmaputra, per esempio, è in fase di realizzazione il progetto della diga di Motuo, con il quale verrà realizzato il sistema di dighe in alta quota con una potenza installata di oltre sessantamila MW e una capacità produttiva di trecento miliardi di kWh, con un costo stimato fra i centotrenta e i centosettanta miliardi di dollari. La nuova diga sarà tre volte più grande della diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze nella provincia di Hubei in Cina.

Nel 2021, la Cina ha ridotto il flusso del fiume Mekong del cinquanta per cento per tre settimane senza preavviso, per avviare una serie di interventi di manutenzione delle linee elettriche, provocando un forte impatto su tutti i Paesi a valle, condizionando la vita di milioni di persone fra Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam.

In più, la Cina non ha mai firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’uso dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione, nota come UN Watercourses Convention.

La Convenzione è stata adottata nel 1997 dall’Assemblea Generale dell’Onu, e il suo obiettivo principale è promuovere una gestione equa e sostenibile dei fiumi e dei corsi d’acqua che attraversano più Paesi. È entrata in vigore nel 2014, dopo che un numero sufficiente di Stati l’ha ratificata. I principi su cui si fonda sono piuttosto semplici e ragionevoli: ogni Paese ha il diritto di usare le proprie acque e i propri corsi fluviali, ma ha anche il dovere di non causare danni significativi agli altri Stati interessati dal corso dei fiumi e di collaborare apertamente, soprattutto prima di iniziare grandi progetti idroelettrici che potrebbero avere un impatto sul territorio di altri Stati.

«La Cina non solo non ha mai firmato né ratificato questo accordo, anzi è uno dei pochissimi Paesi che hanno addirittura votato contro», come mi fa notare Srikanth Kondapalli, rettore della School of International Studies della Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi, «ma agisce unilateralmente su questioni relative ai fiumi transfrontalieri che hanno origine nel suo territorio e questo aumenta inevitabilmente le tensioni con gli altri Paesi della regione».

 

*Gianni Vernetti è editorialista e scrittore. Già senatore e sottosegretario agli Affari Esteri