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2021-06-21 03:52

Dimenticare Fukushima?

NUCLEARE E TRANSIZIONE ENERGETICA

di: 
Rosa Filippini

L’impostazione emergenziale delle politiche energetico climatiche sta riaprendo la strada al nucleare. Saremmo più contenti se le scelte energetico climatiche fossero prese a partire da un confronto razionale, civile e prudente. Non per supposti obblighi fondati sul catastrofismo ideologico e dettati da interessi paradossalmente convergenti.

La solerzia del nostro collaboratore ing. Sepielli che, in altro articolo, ci spiega quali sono dal suo punto di vista i pregi della “nuova” proposta tecnologica del nucleare da fissione - ovvero i piccoli reattori SMR di cui si parla sempre più spesso e che sembrano conquistare quote di mercato internazionale dell’energia- mi costringe ad intervenire su un argomento, quello della rinascita del nucleare, che dopo l’incidente di Fukushima, avevamo dato per archiviato.

Per la verità, devo ringraziare lui e tutti coloro che ci sollecitano a mantenere il nostro sguardo aperto su tutto quanto accade visto che, a differenza di quel che appare, a fronte degli obiettivi fissati a livello europeo in tempi ravvicinati per fronteggiare il cambiamento climatico, gli scenari futuri dell’energia non sono affatto definiti. E non sono in discesa. L’unica cosa certa è che la transizione energetica, anche a causa della scelta di tecnologie che non sono (ancora?) in grado di sostituire i combustibili fossili, costerà cara alle nostre società, in termini economici, sociali, culturali e, paradossalmente, ambientali (non solo per la collocazione degli impianti nella natura fuori dalle zone industriali, ma anche per la enorme quantità di materiali non rinnovabili da tirar fuori, per la loro costruzione, dalle miniere del Sud del mondo).

Per chi non conosce la storia e le posizioni degli Amici della Terra, occorre premettere che questa associazione è stata convintamente al centro delle mobilitazioni antinucleari fin dalla sua fondazione negli anni ‘70, che non è affatto pentita di aver contribuito ad evitare all’Italia il modello francese del “tutto nucleare”. Ciononostante, non ha mai ceduto alla tentazione di ideologizzare questa scelta, non ha mai voluto trasformare il nucleare in un nuovo tabù. Più generale, siamo distanti da un approccio di rifiuto della ricerca tecnologica e da ogni posizione aprioristicamente antiscientifica e antindustriale. Negli anni, le nostre iniziative hanno sempre avuto lo scopo di far prevalere scelte consapevoli attraverso il confronto delle proposte, l’esame dei dati, la valutazione degli scenari.

Ecco perché ci appare, ora, una buffa legge del contrappasso che l’ambientalismo più integralista e conformista, quello del “tutto eolico e fotovoltaico subito” e anche quello, parallelo, della decrescita felice, quelli, per capirci, del NO alle trivelle del gas casalingo, si trovino nell’imbarazzante situazione di chi, consapevolmente o no, sta determinando le condizioni per una riapertura delle porte al nucleare in un paese che, per ben due volte, le aveva chiuse attraverso il voto popolare.

D’altra parte, ora che si cominciano a fare i conti, se davvero dovremo arrivare a una decarbonizzazione totale entro il 2050 assicurando, allo stesso tempo, l’uscita dalla crisi pandemica, la ripresa economica e la restituzione del debito pubblico senza sequestrare i beni privati dei cittadini, se cioè avremo bisogno di energia totalmente priva di emissioni climalteranti, abbondante, a basso costo e mantenendo la rete elettrica in sicurezza, non si comprende come si possa pretendere ancora che il nucleare resti un tabù.

Certo, c’è ancora da risolvere il problema delle opposizioni locali e quello dell’”emotività delle masse”. A differenza di quello che pensano i nuclearisti, anche la possibilità di opporsi delle comunità fa parte dei meccanismi base della democrazia e l’idea di passarci sopra con le ruspe non è buona.  

Soprattutto, come faranno i nostri amici ambientalisti integralisti ed “eolicisti” a spiegare loro che, per imporre pale eoliche a piccole comunità montane e grandi estensioni di pannelli fotovoltaici a isolati comuni agricoli, hanno dovuto chiedere e ottenere dai governi lo smantellamento dei sistemi di tutela del paesaggio (quelli che sarebbero garantiti dalla Costituzione) e della biodiversità, che hanno dovuto pretendere di ridurre le procedure per la valutazione dell’impatto ambientale e le possibilità di ricorso amministrativo? Che, oltre alle pale, ora, le comunità designate, dovranno beccarsi senza discutere anche il nucleare? Sarà dura.

Anche per i nuclearisti dovrebbe esserci qualche imbarazzo a motivare la rinascita dei propri programmi principalmente grazie al prevalere degli appelli di Greta Thumberg nelle sedi internazionali. E, invece, con un tentativo un po’ patetico di captatio benevolentiae, si affannano già a chiarire che il nucleare, in particolare i piccoli reattori SMR, sono il complemento ideale per sistemi energetici basati sulle rinnovabili elettriche intermittenti.  Fuor di metafora, era chiaro già da qualche anno che l’unica possibilità di resurrezione del nucleare sarebbe stata l’impostazione emergenziale degli accordi sul clima.

Mario Signorino diceva (10 anni fa) che, nell’ambito della campagna per il clima, si è creata un’alleanza tra filonucleari e ambientalisti fondamentalisti che si sostengono a vicenda sulla base di un teorema ideologico: “magari non tutti ci badano, ma il succo di questo teorema è la condanna di quello che viene presentato come il distruttore del pianeta: il modello di vita occidentale con le sue istituzioni economiche.”

Oggi, che l’impostazione emergenziale della crisi climatica ha travolto tutto, il teorema è predicato dal Papa e fatto proprio dai capi di stato e dalle grandi aziende multinazionali. Non sembra più possibile opporvisi.

Siamo destinati a rimanere in minoranza? Può essere. Ma, come Amici della Terra, vorremmo mantenere aperta la strada delle scelte su base razionale e di confronto. In tema di ricorso al nucleare cerchiamo un’interlocuzione civile, fondata di certo su fatti razionali e non su opposte e convergenti suggestioni, ma anche sul rispetto delle esigenze di partecipazione democratica in una società evoluta. In questo senso, vorrei avanzare alcune riflessioni preliminari (modeste e parziali) all’attenzione di chi sta già meditando di ripartire con una campagna mediatica di promozione del “nuovo” nucleare.

La dimensione dei reattori SMR - piccoli e modulari - e la motivazione di un programma per la loro promozione – la salvezza del pianeta dai cambiamenti climatici – non risolveranno da soli la diffidenza verso l’opzione nucleare in un paese che l’ha già rifiutata più volte e, soprattutto, non esimono dal confronto con i principali problemi rimasti irrisolti. Vediamone alcuni.

Problemi di accettazione sociale. Se ne parla molto a sproposito. Mi riferisco all’atteggiamento fra il paternalista e il sarcastico delle campagne di stampa contro l’ambientalismo del No che non entrano mai nel merito e che ottengono l’effetto opposto a quello che si propongono. Fra chi dice sempre No e chi dice Si a prescindere, i cittadini non si schierano e preferiscono farsi i fatti propri. Oppure non si fidano. Questo atteggiamento è spesso aggravato dai partiti politici che non prendono posizione e si riservano di decidere sulle singole questioni sulla base dei sondaggi. L’invito è a non procedere per blitz ma ad esporre con coraggio i propri programmi.

Problemi di autorizzazione e di localizzazione di impianti sgraditi. Rispetto a trent’anni fa, si sono aggravati e coinvolgono più settori produttivi.  Tradizionalmente, vengono affrontati in emergenza, tramite progetti di “semplificazione” burocratica che il più delle volte falliscono o finiscono per complicare di più. Oppure, limitando le tutele paesaggistiche, ambientali, ecc. estendendo il silenzio assenso, abbreviando i tempi per la valutazione dei progetti; limitando la possibilità dei ricorsi. Come sta facendo ora il Governo in favore dell’eolico. Ma i problemi, soprattutto quelli difficili, si risolvono facendo osservare le regole, non aggirandole o eliminandole.  

L’esempio del deposito dei rifiuti nucleari. Esaminare le cause del grave ritardo sulla tabella di marcia stabilita dalla legge per la costruzione del deposito aiuterebbe a capire che le responsabilità non ricadono sul dissenso ma sui decisori. L’ultimo rinvio è stato deciso appena un mese fa dal Parlamento a grande maggioranza e da un Governo che, in teoria, si propone di sveltire tutto. Se il paese, la sua classe politica e dirigente, da 50 anni non è in grado nemmeno di risolvere il problema di una struttura indispensabile alla sicurezza delle attività di ricerca e sanitarie, di che stiamo parlando?

Autorità di Controllo. Vecchia nota dolente del sistema italiano. Dal passaggio dall'Enea-disp all'Anpa in poi, in occasione di ogni tentativo di rilancio di programmi nucleari, anziché rafforzare l’autonomia, la stabilità, il patrimonio di conoscenze e di competenze degli organismi di controllo sulla sicurezza nucleare, anche in quanto garanti presso l’opinione pubblica, i governi italiani li hanno destabilizzati, quasi che il problema fosse quello di controllare i controllori prima ancora che esista l’oggetto da controllare.

Proliferazione e sicurezza internazionale. Qui l’Italia non c’entra. Ovvero, è solo parte della voce in capitolo. Ma, appunto, impensierisce l’assenza di ruolo dell’Europa intera difronte all’aggravarsi del problema della proliferazione degli armamenti nucleari e delle tensioni politiche internazionali. Rispetto a questo problema, la diffusione di un gran numero di piccoli reattori SMR in un gran numero di paesi anche privi di sistemi di controllo adeguati, non contribuisce certo ad abbassare l’allarme.

Sicurezza. Sepielli ci spiega, nell’articolo citato, che la probabilità di un incidente severo con rilascio di radioattività all’esterno dell’impianto SMR è talmente trascurabile che molti di questi sistemi non prevedono più l’esistenza di una Emergency Planning Zone (EPZ), cioè una zona di rispetto intorno alla centrale in caso di emergenza. Non ho le competenze per dubitarne. Tuttavia, non mi sembra tranquillizzante che, per impianti destinati a una maggiore diffusione sul territorio, si possa considerare una riduzione dei sistemi di prevenzione e sicurezza.  

Dimenticare Fukushima? Sono fra coloro che non credono che ingigantire i problemi serva a qualcosa. Ma anche volendo considerare al minimo l’impatto della centrale nell’ambito del disastro provocato dallo tsunami, rimane un fatto: da dieci anni, e chissà per quanti altri, un’ampia porzione di territorio del Giappone è abbandonato e confinato e ogni azione di bonifica e di recupero è oggetto di accese polemiche internazionali. Non parliamo nemmeno di Chernobyl dove sono passati più di 30 anni.

Qualcuno sostiene che le misure di confinamento delle aree sarebbero eccessive. È possibile. Tuttavia, non risultano pressioni popolari o dei mercati per rioccupare quelle aree. Che si tratti di realtà o suggestione, poco cambia: quei territori sono persi alla vita sociale e allo sviluppo. Almeno per quanto mi riguarda, questo aspetto continua ad essere quello più significativo e dirimente quando si valuta il rischio nucleare.

Si dirà che il rischio di incidente rilevante non riguarda solo il nucleare, né per la probabilità né per la gravità delle conseguenze in termini di perdita di vite umane (molto meno gravi rispetto, ad esempio, a quelle della filiera delle fonti fossili). Vero. Tanto che stiamo qui a considerare, come sciagura più importante degli ultimi 80 anni, quella provocata da un virus. A differenza di altri tipi di incidente rilevante e dello stesso virus però, l’incidente nucleare grave provoca, non solo il confinamento dei luoghi, ma l’evacuazione della popolazione, e non per qualche mese, ma per parecchi decenni.

Ecco perché Fukushima non si può archiviare. Chi vuole riproporre il nucleare in Italia, non deve rimuoverne il ricordo, anzi, dovrebbe farne la propria bandiera perché deve sapere che, se vuole ottenere fiducia, non può che ripartire da lì.

Carissima Rosa, complimenti

Carissima Rosa,
complimenti per l’onesta’ e la chiarezza con cui sintetizzi argomenti scottanti ed imbarazzanti.

La lettura di Mario Signorino, che sosteneva 10 anni orsono “magari non tutti ci badano, ma il succo di questo teorema è la condanna di quello che viene presentato come il distruttore del pianeta: il modello di vita occidentale con le sue istituzioni economiche” risulta purtroppo oggi essere quanto mai attuale.
Il fatto che oggi “l’impostazione emergenziale della crisi climatica (inesistente, come mostrano i dati, n.d.a.) ha travolto tutto, il teorema è predicato dal Papa e fatto proprio dai capi di stato e dalle grandi aziende multinazionali” fa pensare, augurandoci di prendere un grande abbaglio, che dietro ci sia il grande capitale.

E la cosa e’ organizzata talmente bene che opporvisi sta diventando “pericoloso”.