Oggi:

2022-12-02 04:45

La Transizione Verde Mette a Rischio gli Oceani

ESTRAZIONI MINERARIE

di: 
Giovanni Brussato

Le isole del Pacifico Nauru, Tonga e Kiribati strumentalizzate dalle compagnie minerarie per accelerare l’emanazione degli atti che consentiranno il rilascio delle concessioni minerarie negli oceani, in cambio di qualche briciola che deriverà loro dai contratti stipulati.

L’estrazione mineraria sui fondali oceanici oggi è realtà.

Mentre osservo i noduli polimetallici sul nastro trasportatore della Hidden Gem mi rendo conto che la vorace fame di metalli dell’energia verde ha superato anche l’ultima frontiera: quella dei fondali marini. Quando entro il prossimo anno verrà rilasciata la prima licenza mineraria per lo sfruttamento del mare profondo non ci sarà più modo di tornare indietro.

I noduli polimetallici raccolti dal fondo marino, dopo 12 minuti sono su un nastro trasportatore a bordo della Hidden Gem che li trasporta alla stiva della nave per lo stoccaggio.

 

Un passo indietro

Ci eravamo lasciati circa due anni fa con le spiegazioni di Gerard Barron, allora CEO di DeepGreen Metals, circa l’ineluttabilità dell’estrazione mineraria sui fondali oceanici per salvare il pianeta. Perché, sosteneva Barron, in un pianeta con un miliardo di automobili, la conversione in veicoli elettrici richiederebbe molto più metallo di tutte le riserve terrestri esistenti. Bontà sua, Barron taceva sui metalli necessari a costruire quelle tecnologie, eoliche e fotovoltaiche, necessarie a produrre l’energia elettrica “verde” per alimentare le automobili “verdi” che diversamente perderebbero buona parte della loro (presunta) ecocompatibilità.

Con questi nobili intenti, la nave di perforazione Hidden Gem della The Metals Company (TMC) si è posizionata nella zona Clarion-Clipperton (CCZ), una vasta pianura abissale nelle acque internazionali dell'Oceano Pacifico le cui dimensioni sono pari a circa la metà del Canada.

L'obiettivo della spedizione è verificare il corretto funzionamento delle attrezzature minerarie che aspirano i noduli polimetallici dal fondale oceanico. I noduli contengono minerali fondamentali alla “transizione ecologica” come cobalto, nichel, rame e manganese. Un test decisamente probante se, come annunciato, verranno aspirate 3.600 tonnellate di noduli ma poca cosa se confrontate con la produzione prevista a regime: 1,3 milioni di tonnellate di noduli all’ anno.

 

Aspetti contraddittori.

Così mentre si organizzano le COP per salvare il pianeta, i governi si interrogano su come contrastare i cambiamenti climatici stanziando trilioni di dollari per raggiungere irrealizzabili obbiettivi di “emissioni zero”, mentre quotidianamente veniamo sommersi con previsioni di catastrofi imminenti dalla stampa mainstream, a livello globale, in un oscuro ufficio della Giamaica, si compie il destino del più grande ecosistema del Pianeta. La sede dell’International Seabed Authority (ISA), l'Autorità per i fondali marini, questa dimenticata agenzia delle Nazioni Unite che regge le sorti del pianeta, occupa un ufficio con 50 dipendenti a Kingston, in Giamaica. I fautori di questa brillante operazione sono essenzialmente due: Gerard Barron, oggi CEO della “The Metals Company”, società quotata al Nasdaq, nata dalle ceneri di DeepGreen Metals, e Michael Lodge segretario generale dell’ISA.

Ad accelerare i tempi, che sembravano destinati protrarsi per anni, visto l’enorme compito che gravava su una struttura ridotta come quella dell’ISA, ci ha pensato una minuscola isola del Pacifico, Nauru, invocando una disposizione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) che impone, di fatto, che l’intero iter si concluda entro il prossimo anno. Iter che prevede di emanare le prime normative ambientali al mondo sull'estrazione mineraria nei fondali oceanici in acque internazionali, un codice minerario, e un sistema di royalty su cui basare il rilascio delle concessioni.

C’è anche chi osserva che “The Metals Company” ha visto crollare il suo prezzo delle azioni da un massimo di $ 15,39 dell'anno scorso a un minimo di 81 centesimi di queste ultime settimane: era evidente che non c’era tempo da perdere.

Il collettore di noduli installato a bordo della Hidden Gem.

 

Una scappatoia legale.

Quello che ha fatto Barron è stato stipulare accordi con delle nazioni povere ed in via di sviluppo del Pacifico come Nauru, Tonga e Kiribati, che non avrebbero avuto né le possibilità economiche né le competenze per intraprendere un’impresa di tale portata, per ottenere l’accesso alle stanze dei bottoni. Infatti, l’esplorazione e lo sfruttamento dei fondali oceanici può essere effettuato solo in base a un contratto stipulato con l'ISA, che può essere aggiudicato solo grazie alla formale sponsorizzazione di uno Stato parte dell'UNCLOS, fondamentale per garantire che la responsabilità ultima delle attività degli enti che stipulano contratti con l'ISA sia di uno Stato parte dell'UNCLOS. Va da sé che i contratti che Barron ha stipulato lasciano, a quelle piccole economie insulari, le briciole.

Il ruolo del signor Lodge, invece, è stato quello di agevolare la messa a disposizione di Barron delle informazioni riservate dell’ISA: infatti qui assistiamo al ribaltamento delle tradizionali logiche dell’esplorazione mineraria. I dati sulle riserve sono classificati: storicamente, fanno parte degli asset di una compagnia mineraria, e anche se l’ISA non è una struttura privata, sarebbe stato opportuno, prima di divulgarli, valutare la domanda di concessione di prospezione della società nelle aree riservate.

 

Ambientalisti propagandisti.

Ma il problema di fondo è che il signor Lodge (quindi l’ISA) condivide la visione del signor Barron: entrambi sostengono, infatti, che l'estrazione mineraria nel mare profondo sarà a "beneficio dell'umanità", come richiesto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che ha istituito l'Autorità dei fondali marini, e hanno previsto che causerà meno danni ecologici rispetto all'estrazione a cielo aperto.

Peccato che a condividere la loro visione non ci sia nessun altro: né la comunità scientifica né le associazioni ambientaliste e nemmeno le aziende automobilistiche, spaventate delle ripercussioni sulla loro immagine se venisse reso pubblico che i metalli delle loro batterie mettono a rischio il più grande ecosistema del pianeta.

Secondo Lodge i suoi oppositori, ossia i gruppi di ambientalisti che in questi anni hanno denunciato le opache attività dell’organismo che dirige, sono dei propagandisti. Sarà quindi fondamentale, in futuro, riuscire a discriminare tra le categorie di ambientalisti quelli per i quali c'è una catastrofe climatica incombente e prevenirla è più importante di qualsiasi altro valore, oceani inclusi, ed i propagandisti…