Oggi:

2019-05-21 21:48

Invasione Micro

DISPERSIONE DELLE PLASTICHE

di: 
Carlotta Basili

L’autrice ha compilato un quadro dei termini del problema delle microplastiche e una rassegna di ciò che si è scoperto e di ciò che ancora non si sa.

Le microplastiche (MP), secondo la definizione dell’ECHA (Agenzia Europea per le sostanze Chimiche), sono dei polimeri solidi con forma e contorni definiti e dimensioni inferiori ai 5 millimetri.

In base alla loro origine, possono essere suddivise in due categorie principali, le microplastiche primarie, ossia quelle rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle e le microplastiche secondarie, prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi, come buste, bottiglie o attrezzi da pesca.

Le MP della prima categoria derivano da tre fonti principali: il lavaggio di capi sintetici, l’abrasione degli pneumatici durante la guida e i prodotti in cui le MP vengono inserite intenzionalmente, come prodotti cosmetici, detergenti, vernici, fertilizzanti e prodotti fitosanitari.

La recente attenzione verso le microplastiche è il risultato dell’aumento di consapevolezza riguardo alla grande quantità di rifiuti immessi dall’uomo in ambiente marino, il “marine littering”, e delle sue possibili conseguenze.

Nel 2017 l’ONU ha dichiarato che ci sono 51.000 miliardi di particelle di microplastiche nei mari. Secondo uno studio recente realizzato per la Commissione europea sono oltre 176.000 tonnellate le microplastiche rilasciate nell’ambiente da prodotti in cui non sono aggiunte intenzionalmente.

Questi numeri sono tuttavia solo stime in quanto i metodi per l’individuazione e la quantificazione delle microparticelle non sono ancora armonizzati e standardizzati. L’EFSA (European Food Safety Authority), già in un report del 2016, aveva evidenziato la necessità di un’adeguata standardizzazione che potesse rendere confrontabili i risultati dei vari studi e valutare i rischi per l’ambiente, gli organismi e l’uomo.

Attualmente il Joint Reasearch Centre (il servizio scientifico interno della Commissione europea che fornisce consulenze scientifiche) sta lavorando all’individuazione di metodi standard per la quantificazione delle microplastiche, un lavoro fondamentale al fine di verificare l’attuale flusso di esposizione e prevedere specifiche strategie di intervento, ma che richiederà ancora diversi anni per la messa a punto.

La mancanza di informazioni per la valutazione è ancor più evidente per quanto riguarda la matrice suolo che è invece uno dei recettori principali delle MP, sia attraverso i fertilizzanti chimici in cui vengono aggiunte intenzionalmente, sia attraverso gli ammendanti provenienti dal recupero dei fanghi di depurazione che contengono microparticelle originate da altri fonti (prodotti cosmetici, detergenti, fibre prodotte dal lavaggio di capi sintetici).

Un interessante studio dell’Università di Milano, dell’Università Politecnica delle Marche, e del Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare condotto su uno dei più grandi impianti di trattamento delle acque reflue in Italia ha valutato il flusso di MP in ingresso e in uscita dal depuratore. I dati raccolti indicano un’efficienza di rimozione intorno all’84%, il che implica che per i 400.000.000 di litri di acque reflue trattate giornalmente, il potenziale rilascio di MP sarebbe di circa 160.000.000 di MP al giorno. Una grande quantità di MP rimosse dalle acque reflue trattate rimane invece depositata nei fanghi di depurazione, circa 3.400.000.000 di MP depositati nelle 30 tonnellate di fanghi prodotti ogni giorno dall’impianto.

Le preoccupazioni riguardo alla presenza di microplastiche nell’ambiente derivano dalle proprietà che queste particelle hanno, soprattutto:

  • le piccole dimensioni, che possono renderle soggette ad ingestione da parte di animali,
  • la possibile frammentazione in particelle ancora più piccole,
  • la resistenza alla biodegradazione, le MP saranno presenti nell’ambiente per anni,
  • la tendenza all’accumulazione ambientale che comporta l’esposizione a quantità sempre maggiori.

Una volta disperse nell’ambiente quindi, queste particelle possono essere ingerite da vari organismi, inserendosi così nella catena alimentare fino ad arrivare ai mammiferi e all’uomo.

Studi condotti in tutto il mondo hanno rinvenuto microplastiche negli organismi di pesci, molluschi e altri specie marine, ma anche in altri alimenti e bevande di uso quotidiano compresi birra, miele, acqua e sale.

Uno studio pilota austriaco ha rinvenuto microparticelle plastiche anche nelle feci umane dimostrando, nonostante l’esiguità del campione, che le MP sono entrate nell’alimentazione umana.

L’aspetto che più preoccupa riguardo l’ingresso delle microplastiche nella catena alimentare è la presenza di additivi nella plastica stessa e la capacità delle MP di assorbire dei contaminanti ambientali quali idrocarburi, PBC, diossine.

Non è chiaro quali siano i reali effetti sulla salute umana, molti studi stanno cercando di valutarli. Nel suo report del 2016 l’EFSA dichiarava che non erano ancora disponibili dati sufficienti per valutare la tossicità e il rischio che queste microparticelle possono comportare, evidenziando la necessità di ulteriori studi.

L’ipotesi principale è che le microplastiche immesse nell’organismo fungano da vettore per sostanze inquinanti e nocive, ma c’è anche chi sostiene la teoria che possano diminuire la tossicità dell’organismo funzionando come una sorta di spugna.

Nel 2018 la Commissione europea ha adottato la nuova strategia per la plastica nell’economia circolare, in cui si tratta anche il problema delle MP. Per valutare possibili restrizioni all’utilizzo delle microplastiche aggiunte intenzionalmente ai prodotti, la Commissione ha incaricato l’ECHA di valutare i rischi della loro dispersione nell’ambiente.

L’Agenzia ha elaborato una proposta di restrizione al fine di ridurre il rilascio di MP nell’ambiente di circa 400.000 tonnellate in 20 anni, prevendo un periodo transitorio per ogni settore interessato in modo da garantire la sostituzione delle microplastiche con prodotti biodegradabili. Nella proposta è stata inoltre sottolineata l’importanza di un lavoro comunitario al fine di ridurre efficacemente le emissioni di microplastiche e garantire un elevato ed armonizzato livello di protezione dell’ambiente.

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione e già a fine del 2017, con l’approvazione della Legge di Bilancio 2018, è stata vietata la vendita di prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche a partire dal 1° gennaio 2020.

Ma questa azione risolve solo parte del problema. Considerando lo studio precedentemente citato sulle emissioni di microplastiche dei depuratori e il fatto che l’attuale normativa a riguardo risale al 1992, è il caso di metter mano a una riforma che faciliti una maggiore efficienza degli impianti e un miglior controllo sulle emissioni di microparticelle.