TRANSIZIONE ENERGETICA
L’autore è da tempo impegnato a smentire il catastrofismo climatico distinguendo il contenuto reale dei rapporti scientifici sul clima dagli abstract confezionati dagli uffici stampa o dai titoli dei giornali che ne riassumono il contenuto. Ora, ricapitola le ragioni per un cambio di priorità nella transizione energetica europea che tenga conto delle emergenze effettive, di obiettivi realistici e della congruità della spesa per raggiungerli.
In Copertina: Immagine Amici della Terra
Il cambiamento climatico è reale e merita attenzione, ma le enfatizzazioni della devastazione sono infondate. Trasformare una problematica in una emergenza fa comodo a molti: le cifre messe a disposizione per la supposta risoluzione aumentano a dismisura e vengono spesso gestite con disinvoltura.
La nostra società si è sviluppata grazie all’abbondante disponibilità di energia a basso costo.
Questa grande disponibilità di energia, proveniente in gran parte dai combustibili fossili, ha però dei limiti intrinseci: non è illimitata ed ha un impatto ambientale non trascurabile.
Secondo la transizione energetica dobbiamo trovare un sistema di approvvigionamento che garantisca lo sviluppo della nostra società nei prossimi secoli rispettando l’ambiente. La semplicità della situazione si scontra però con la difficoltà della realizzazione di un modello energetico che rispetti tre obiettivi fondamentali ed interconnessi: la sicurezza energetica (disponibilità ed affidabilità delle forniture), la sostenibilità ambientale (impatto ecologico in tutti i suoi aspetti) e l’equità energetica (accesso all’energia a prezzi accessibili per tutti).
La transizione ecologica, invece, così come è andata connotandosi negli ultimi 20 anni, si focalizza sull’impatto ecologico inteso quasi esclusivamente come cambiamento climatico, e valuta quindi ogni intervento con la sola metrica della CO2 non immessa in ambiente. Questa modalità, caricata da un’urgenza non supportata da evidenze scientifiche, porta a storture con ricadute sociali assai negative sia sulle società “ricche”, forzate spesso a de-industrializzarsi e pagare elevati costi, sia su quelle povere a cui viene negato il modello di sviluppo che ha portato il benessere al resto del mondo.
Per il famoso Rapporto Stern del 2006, documento fondamentale che ha rimodellato il modo in cui il cambiamento climatico è stato inquadrato nelle politiche, nei media e nelle attività di advocacy, il cambiamento climatico era un'emergenza imminente che valeva la pena affrontare praticamente a qualsiasi costo. Veniva previsto un rapido aumento delle perdite a livello globale che si stimava sarebbero ammontate a circa 1,7 trilioni di dollari nel 2050. La previsione per il 2025 era di oltre 500 miliardi di dollari di perdite (media annua). In realtà, le perdite osservate nel 2025 ammontano a circa 200 miliardi di dollari, senza alcuna evidente crescita nei venti anni dalla pubblicazione del rapporto. L'errore di previsione non è piccolo.
Ciò che la più recente letteratura economica del settore prevede seguendo una transizione energetica con blanda riduzione delle emissioni, è una perdita di qualche punto percentuale di PIL pro-capite globale per la fine del secolo a causa del cambiamento climatico, perdita che in ogni caso è prevista essere sotto il 10%. Ma ciò che spesso viene taciuto è che gli enormi sacrifici economici richiesti per attuare la transizione ecologica con forte riduzione delle emissioni limitano la crescita economica globale per la fine del secolo a poco oltre la metà della crescita prevista nella transizione energetica. Di conseguenza in media il mondo avrà 26 milioni di poveri all’anno in più nello scenario a forte riduzione delle emissioni rispetto a quello a riduzioni blande, in cui il reddito pro-capite in Africa è previsto crescere di 30 volte nel 2100 rispetto al 2020.
Ciò ha importanti conseguenze poiché redditi più elevati consentono agli individui di accedere ad una maggiore istruzione ed a beni e servizi. Una ricca letteratura dimostra che essere più ricchi significa anche essere più sani: sia la società che gli individui possono permettersi di acquistare maggiori prestazioni per la riduzione del rischio e per la salute. La letteratura mostra che l'impatto di redditi più elevati si traduce in tassi di mortalità più bassi come evidenziato anche dal recente minimo storico di decessi causati da disastri climatici.
Una tecnica comunicativa efficace ma scientificamente non rilevante spesso utilizzata da chi non ha elementi per contrastare questa conclusione, consiste nell’elencare affannosamente una serie di drammatici impatti meteo-climatici. Nei costi di una transizione energetica sostenibile rientrano anche tutti i danni causati da piogge, siccità, aumento di temperatura ed ondate di calore: il punto non è enumerare impatti meteo-climatici, che ci sono sempre stati e sempre ci saranno, quanto mostrare se questi stiano aumentando in un range temporale che possa essere significativo.
A detta dell’IPCC - e qui ci si deve rifare all’ultimo rapporto “The Physical Science Basis” e non al diffuso messaggio mediatico - la maggior parte degli eventi climatici estremi non sta aumentando tanto che, grazie anche alle migliorate strategie di protezione e prevenzione, i decessi dovuti agli impatti dei disastri climatici sono in costante diminuzione da un secolo a questa parte ed hanno raggiunto un minimo proprio negli anni più caldi di tutte le serie storiche.
Per un focus specifico sull’Italia, invito ad esaminare i dati del CNR-IRPI (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) che mostrano chiaramente come frane ed inondazioni in Italia non mostrino alcun aumento dal 1951, primo anno in cui tali dati sono disponibili, ad oggi.
I cambiamenti climatici non stanno quindi inasprendo gli impatti degli eventi meteo-climatici sulle popolazioni ed i costi di una ideologica ed emergenziale riduzione delle emissioni sono assai maggiori di tali impatti: l’EPS auspica quindi un cambio di priorità nella politica energetica europea, ponendo come finalità principali il migliorare la sicurezza dell'approvvigionamento, l'accessibilità economica e la sostenibilità del sistema energetico.
Le politiche di decarbonizzazione hanno portato l’EU a ridurre le proprie emissioni di gas serra dal 1990 di quasi il 40%, arrivando ad una quota di solo il 6% delle emissioni globali, mentre il mondo le ha aumentate di quasi il 70%: insistere sulla decarbonizzazione come scopo ultimo e prioritario è come svuotare una vasca con un cucchiaio quando c’è qualcuno che la riempie con un secchio!
Politiche di decarbonizzazione per le quali si tassano le emissioni con rilevanti ricadute sui consumatori finali: le imposte sulla CO2 sul totale delle imposte sull'energia sono arrivate al 20% nel 2023, per una raccolta complessiva in Europa di oltre 50 miliardi di Euro, e queste imposte sono destinate ad aumentare significativamente col nuovo ETS2, con costi aggiuntivi per il consumatori finali sino a quasi 1000 Euro all’anno. Secondo un recente report, circa il 90% dell’aumento rispetto ai valori pre-Covid dei prezzi elettrici all’ingrosso sarebbe attribuibile ai maggiori costi delle quote ETS, il cui allentamento potrebbe ridurre fino al 25% i costi marginali di generazione elettrica.
A fronte di tutto ciò, è lecito domandarsi se riteniamo più lungimirante dedicare capitali alla CCS (il cui unico scopo è la decarbonizzazione e che secondo recenti stime non è sostenibile e necessita sussidi sino a 3 miliardi di Euro all’anno) o se sarebbe più opportuno dedicarli, ad esempio, alla manutenzione del magnifico e purtroppo assai delicato territorio del nostro invidiabile Paese per ridurre gli impatti meteo-climatici comunque presenti?
A Niscemi o in Emilia-Romagna e in tutta l’Italia afflitta da alluvioni e frane, interventi specifici per attenuare o prevenire il dissesto idrogeologico del territorio sarebbero assai più utili, efficaci e urgenti di una generica politica di decarbonizzazione incapace di raggiungere effetti globali. Gli esempi di endemiche emergenze territoriali da affrontare con interventi di adattamento sono innumerevoli, le risorse, come ben sappiamo, non sono infinite e spesso una scelta necessariamente esclude l’altra.
Gli esiti deludenti delle politiche climatiche fin qui seguite determineranno certamente un ripensamento complessivo delle strategie per la transizione energetica europea, ma saranno le nuove emergenze imposte dai conflitti internazionali ad imporre un cambiamento.
Occorre quindi lavorare per una transizione energetica sostenibile, con tutte le fonti e tecnologie a nostra disposizione, ove la decarbonizzazione sia una conseguenza e non l’unica finalità: sarà forse necessario, ad esempio, sostituire il target EU sulla riduzione delle emissioni con un target basato sulla riduzione delle importazioni energetiche, ma questa, per il momento, suona ancora come una “proposta indecente”.
*Gianluca Alimonti - INFN e Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Fisica, Milano.