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2021-05-09 04:05

Tanti Motivi per Fare, Subito, il Deposito Nazionale

RIFIUTI RADIOATTIVI

di: 
Massimo Sepielli

Tra tanti progetti a lungo termine e soluzioni tecnologiche difficili da realizzare o da rendere economicamente disponibili, una cosa invece è certa, deliberata, tecnicamente “semplice”, indispensabile per l’ambiente e la sicurezza: dobbiamo al più presto dotarci del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.

Il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi è un progetto di oggi, necessario per il Paese e da realizzare in tempi brevi, per molti buoni motivi.

Il primo motivo è che in Italia il quantitativo di rifiuti radioattivi è modesto, circa 95.000 metri cubi. Altri paesi come la Francia, il Regno Unito, la Germania hanno a che fare con quantitativi ben maggiori, di milioni di metri cubi. Il nostro stock complessivo è infatti interamente collocabile in un edificio largo quanto tre campi di calcio e alto qualche decina di metri.

Di questi 95.000 metri cubi, i rifiuti ad alta attività e lunga vita, derivanti dalle centrali elettronucleari oggi in disattivazione (decommissioning), ammontano a circa 17.000 metri cubi e non aumenteranno, a meno di un cambio di strategia energetica. Una parte di questi rifiuti è attualmente in lavorazione presso centri nucleari specializzati in Francia ed Gran Bretagna per il trattamento e condizionamento (vetrificazione), dove rimarrà fino a che non sarà disponibile il nostro deposito nazionale. Un'altra parte è ancora custodita all’interno degli impianti del ciclo del combustibile nucleare dislocati sul territorio ed ora affidati in gestione alla Società SOGIN e presso i centri di ricerca (vedi fig.1).

Quindi, un primo motivo per realizzare il deposito nazionale è che dobbiamo assolutamente riprenderci i nostri rifiuti nucleari perché, oltre al costo della lavorazione, stiamo pagando anche lo stoccaggio e deposito temporaneo all’estero che durerà finché non avremo appunto realizzato il deposito. Ricordiamo che questi costi sono a carico dei cittadini italiani attraverso le componenti tariffarie A2 della bolletta elettrica, alla voce oneri di sistema. È una vicenda per alcuni versi analoga a quanto avviene per le “eco-balle” dei rifiuti convenzionali spediti agli inceneritori del nord Europa: noi paghiamo per disfarcene, loro sono pagati per riceverli e, con i nostri rifiuti, producono anche energia. Anche dai rifiuti radioattivi, durante il trattamento, si ricavano materiali utili per produrre energia negli impianti nucleari.

Peraltro, i rifiuti radioattivi ad alta attività saranno collocati solo temporaneamente nel deposito nazionale, perché, in un tempo variabile tra 50 e 100 anni, saranno successivamente trasferiti  per il loro smaltimento definitivo in un deposito di tipo geologico (sotterraneo), anch’esso ancora  da realizzare, quasi certamente  all’estero, nell’ambito di un accordo europeo interregionale che, presumibilmente, si dovrà trovare con altri Stati che hanno quantitativi e esigenze analoghe alle nostre. L’Italia partecipa all’iniziativa ERDO (European Repository Development Organization), finalizzata proprio a questo scopo.

Figura 1 – Siti nucleari in decommissioning del ciclo del combustibile nucleare (SOGIN) 

Quanto ai rifiuti a bassa attività, essi ammontano a circa 78.000 metri cubi, ma, attenzione, tali rifiuti sono sempre in crescita perché derivano da attività di tipo ospedaliero-sanitario (diagnostica e terapia medica), industriale e dai laboratori di ricerca. Tali rifiuti devono essere, invece, smaltiti a titolo definitivo nel deposito nazionale e, in attesa del deposito, giacciono presso gli ospedali, i centri di ricerca e le industrie o presso depositi temporanei gestiti da operatori autorizzati che non possiedono le caratteristiche richieste ad un deposito di smaltimento finale e definitivo (vedi Fig.2).

Figura 2 – Stima dei rifiuti radioattivi in Italia da conferire al deposito nazionale (SOGIN) 

Quindi, questi rifiuti radioattivi, oggi, sono sparsi sul territorio nazionale (vedi Fig.3), in una ventina di siti provvisori non idonei ad isolarli per i tempi necessari al loro totale decadimento radioattivo (300 anni).

Figura 3 - Siti con depositi temporanei per stoccaggio rifiuti a bassa attività   

Il deposito nazionale va quindi fatto perché questi rifiuti vanno sistemati in modo idoneo.  Ma anche perché, come spesso accade, “ce lo chiede l’Europa”. Infatti, la Direttiva europea n.70/2011/EURATOM recepita con D.L. n. 45 del 4 marzo 2014, che istituisce un quadro comunitario per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, prevede ed impone a tutti i Paesi UE di gestire i propri rifiuti radioattivi e smaltirli sul territorio nazionale (a meno di accordi internazionali specifici per cui altri Paesi se ne facciano carico). Inoltre, l’Europa richiede ad ogni Paese di redigere un Programma nazionale di gestione dei rifiuti radioattivi dove deve indicare con precisione come e dove intende smaltirli. Bene, l’Italia non lo ha fatto ed è finita, come spesso accade, in procedura di infrazione. Il deposito nazionale rappresenta quindi una prima ed imprescindibile risposta a quanto chiede l’Europa. Il deposito geologico internazionale è poi la seconda risposta da fornire.

Ma il deposito nazionale italiano va realizzato, anche perché gli altri Paesi europei hanno provveduto e l’Italia è in grave ritardo. In Francia, Spagna, UK, Finlandia, Svezia, Svizzera esistono già depositi (e altri sono in ulteriore costruzione) sia di tipo superficiale sia di tipo sotterraneo, anche molto grandi, capaci di ospitare in sicurezza milioni di metri cubi di rifiuti radioattivi come, ad esempio, la Manche in Francia (vedi fig.4).

Figura 4 – Mappa dei depositi in Europa e deposito di La Manche (Francia). 

Del resto, sono 11 anni che è uscita la legge n.31 /2010 che prescrive all’operatore nazionale SOGIN di realizzare il deposito e fornisce le regole da seguire. Dopo l’infausta esperienza di Scanzano Ionico, agli inizi degli anni 2000 (tra l’altro un ottimo sito, ora “perduto” a causa della pessima gestione politica con cui fu indicato), si è giustamente arrivati a creare un percorso condiviso fra Stato e comunità locali per arrivare ad una scelta condivisa e consapevole.

Questo percorso di procedura autorizzativa, il cosiddetto “serpentone”, è finalmente partito con la pubblicazione della mappa dei siti potenzialmente idonei, CNAPI (vedi figura), cui seguiranno la fase di consultazione (120 giorni), il seminario nazionale e la mappa dei siti idonei (CNAI) su cui verrà effettuata la selezione finale (con l’autocandidatura o l’assegnazione governativa), l’approfondimento per il progetto esecutivo e la costruzione.  Tutto il processo impiegherà comunque diversi anni, e perciò va iniziato subito e non va più interrotto.

Figura 5 – Procedura di autorizzazione e mappa dei siti potenzialmente idonei (CNAPI) 

La carta dei siti CNAPI è basata sui criteri “di esclusione” adottati dall’autorità di controllo ISIN (Ispettorato per la Sicurezza Nucleare) per evitare aree in zone sismiche, zone con falde acquifere e vicinanza di corsi e bacini d’acqua, territori con problemi idrogeologici e orografici, zone densamente popolate, aree protette, ecc. Quindi i 67 siti potenzialmente idonei identificati sono quelli che rispettano tutti i criteri di esclusione e, fra questi, sarà alla fine selezionato il sito per la costruzione.

L’area identificata ed il territorio ospiteranno non solo il Deposito Nazionale, ma anche il Parco Tecnologico (nome complessivo DNPT), quindi non solo il deposito in sé, ma anche laboratori di ricerca, impianti sperimentali, centri di formazione e informazione. Il che significa, per la comunità locale, ospitare un polo scientifico e tecnologico internazionale importante con le relative ricadute economiche, sociali, occupazionali e di sviluppo del territorio.  

Il deposito nazionale è una struttura veramente semplice da realizzare in quanto è un’opera statica, non viva e pulsante come un impianto di potenza e produzione. Quindi, dal punto di vista ingegneristico, è un’opera “facile”, sicura, non può esplodere, è facilmente sorvegliabile, monitorabile e ispezionabile.  Come mostrato in fig.6, si tratta di inserire i fusti che contengono i rifiuti (i manufatti) all’interno di moduli di calcestruzzo e questi a loro volta dentro celle riempite con cementi speciali. Queste strutture modulari affiancate costituiscono quindi la struttura di deposito, isolata dall’ambiente e monitorata.

Figura 6 – Manufatti, moduli, celle e struttura del deposito nazionale

Come detto, il deposito ospiterà in via definitiva i rifiuti radioattivi a bassa attività, quelli la cui radioattività dura circa 300 anni, mentre ospiterà temporaneamente quelli ad alta attività, destinati poi ad essere conferiti in un deposito geologico europeo. Per questo, il progetto già adesso prevede tre zone distinte: l’area per lo smaltimento finale dei rifiuti di bassa, l’area per lo stoccaggio dei rifiuti di alta, ed il parco tecnologico. Solo quando il sito finale sarà identificato, questo schema funzionale (Fig.7) verrà tradotto in progetto costruttivo esecutivo. Tempi e costi del deposito sono al momento di 3-4 anni e di circa 1 miliardo di Euro. ll Deposito Nazionale e Parco Tecnologico sarà costruito all’interno di un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al Deposito e 40 al Parco Tecnologico.  

All’interno dei 110 ettari del Deposito Nazionale, in un’area di circa 10 ettari, sarà collocato il settore di smaltimento per i rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e in un’area di circa 10 ettari i quattro edifici di stoccaggio per i rifiuti radioattivi a media e alta attività. I rimanenti 90 ettari sono destinati alle aree di rispetto, agli impianti per la produzione delle celle e dei moduli, all’impianto per il confezionamento dei moduli, agli edifici per il Controllo Qualità, Analisi radiochimiche, e per i servizi a supporto delle attività.

Figura 7 – Schema di lay-out del deposito nazionale 

In conclusione, abbiamo sottolineato tanti motivi per realizzare il deposito e già troppo tempo è passato per un Paese come l’Italia che, oltre ad aver scoperto, con Enrico Fermi, la radioattività artificiale e la fissione nucleare, è stato un Paese pilota nel settore, con scuole e imprese di ingegneria all’avanguardia. Non è possibile che, ora, non riesca a costruire un deposito di rifiuti radioattivi.

Come si è visto, il bilancio rischi-benefici è totalmente dalla parte della realizzazione della infrastruttura centralizzata per lo stoccaggio dei materiali radioattivi, rispetto al mantenimento dei numerosi depositi temporanei sparsi sul territorio nazionale, che presentano requisiti di sicurezza validi solo per situazioni provvisorie.

E anche i cittadini e le popolazioni locali possono comprendere queste ragioni, approfondendo le problematiche, documentandosi, partecipando alle scelte, rifiutando le posizioni ideologiche e pregiudiziali che portano solo ad un immobilismo controproducente e all’inadempienza verso le normative europee.

I Paesi pragmatici, che affrontano e risolvono le situazioni, sono quelli che, inevitabilmente, riescono a imporre le proprie condizioni e prodotti e, alla fine, anche il proprio stile di vita, piaccia o non piaccia.