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2021-11-30 20:06

Una risorsa molto costosa

ASPETTI ECONOMICI DELLA GESTIONE DEI RIFIUTI NELLE REGIONI ITALIANE

di: 
Sofia Amari

I costi di gestione dei rifiuti urbani, analizzati sulla base del Rapporto ISPRA 2012, ammontano a circa 0.63 punti di PIL. Marcate differenze sono osservabili fra nord, centro, sud e fra le regioni. In particolare, si possono osservare regioni virtuose o comunque con valori soddisfacenti, regioni intorno alla media, e regioni con problemi cronici, tra cui Lazio, Campania, Sicilia. La variabilità dei risultati e delle situazioni al contorno rende difficile i paragoni e di conseguenza le scelte univoche, ma indica che non è opportuno rinunciare alle diverse modalità di trattamento.

 

Quello dei costi associati alla gestione dei rifiuti urbani è un argomento di grande interesse per l’opinione pubblica per intuibili motivi, nei quali si mescolano aspetti personali (il cittadino paga per il servizio una cifra non trascurabile e percepita sovente come eccessiva) e attenzione verso un sistema che si configura a torto o a ragione, rispetto ad alcune aree del Paese, paradigmatico per inefficienza e sprechi, come nel caso delle varie “emergenze”, quella campana in primis.

I costi complessivi di gestione derivano dalla somma di varie componenti, alcune delle quali (costi di spazzamento/lavaggio strade) non riconducibili alla gestione dei rifiuti ma al servizio di igiene urbana nel suo complesso ed altre (costi comuni e costi d’uso del capitale) che si aggiungono ai costi “vivi” del servizio ovvero la raccolta, il trasporto e le operazioni di trattamento-smaltimento.

Quando si parla di costi di gestione ci si riferisce tanto ai costi totali pro-capite che ai costi specifici di gestione, espressi in Euro per chilogrammo o Euro per tonnellata. Di norma il primo tipo di valori appare maggiormente espressivo rispetto a valutazioni complessive e confronti tra realtà territoriali diverse, mentre il secondo lo è rispetto a valutazioni e confronti di dettaglio, tipicamente con riferimento ai costi specifici della raccolta differenziata o all’impiantistica di trattamento/smaltimento. Altra cosa sono i costi di investimento e gestione degli impianti, argomento che ci ripromettiamo di affrontare in un successivo articolo.

Il Rapporto ISPRA 2012 sui rifiuti urbani fornisce un’analisi dettagliata ed esauriente dei costi di gestione in Italia (dati di riferimento 2009), ai quali dedica due interi capitoli, il 5 “Monitoraggio, analisi e valutazioni economiche del sistema tariffario” e il 6 “Valutazione dei costi di gestione del servizio di igiene urbana in Italia – Elaborazione delle dichiarazioni MUD”, ai quali si rimanda per approfondimenti e dai quali sono tratte le considerazioni che seguono.

 Con riferimento a tali capitoli (1), l’analisi effettuata indica come pari a 143 €/abitante (ab) il costo medio pro-capite di gestione dei servizi di igiene urbana a livello nazionale nel 2009. Il grado di copertura (differenza tra costi sostenuti e proventi da tassa/tariffa) è dell’ordine del 92 %. Dei circa 8,7 miliardi di Euro spesi annualmente per i citati servizi, il 43,4% è imputabile alla gestione (raccolta, trasporto e trattamento/smaltimento) dei rifiuti indifferenziati, il 21,2 alla gestione delle raccolte differenziate, il 15,2% allo spazzamento e lavaggio delle strade e la rimanente percentuale (20,2%) ai costi generali del servizio ed ai costi del capitale investito. La cifra di 8,7 miliardi di Euro corrisponde a circa 0,63 punti di PIL.

Per quel che concerne invece i costi specifici, i valori sono dell’ordine dei 175 €/t e, rispettivamente, 270 €/t, a seconda che si considerino i costi diretti connessi alla gestione dei rifiuti differenziati e indifferenziati oppure i costi totali.

Tutti i valori citati sono fortemente lievitati rispetto all’anno precedente: del 4,1% il costo medio pro capite e attorno al 6-7% i costi specifici.

Viste le marcate differenze che caratterizzano il nostro Paese in tema di gestione dei rifiuti, c’è da chiedersi cosa sottendano i valori medi sopra esplicitati. La tabella che segue sintetizza la situazione, suddividendo i costi specifici relativamente alla parte dei rifiuti raccolti in modo differenziato o indifferenziato.

 

 

Costi pro capite annui  €/ab

Costi specifici  €/t

indifferenziati

differenziati

totale

Nord

131

185

130

250

Centro

176

170

140

280

Sud

143

200

300

290

ITALIA

143

184

151

270

 

In effetti, una tale rappresentazione non sembra evidenziare differenze eclatanti, se non per quel che concerne, da un lato, gli abnormi costi specifici delle raccolte differenziate al Sud (non giustificabile se non in parte con la loro minore diffusione) e, dall’altro, il valore decisamente più elevato del costo pro capite nel Centro Italia rispetto alla media nazionale.

La tabella successiva, dove si riportano gli stessi valori relativi ad alcune delle regioni che si discostano maggiormente dalla media (rispetto al costo pro capite o a quello specifico), è molto più interessante.

 

Costi pro capite annui  €/ab

Costi specifici  €/t

indifferenziati

differenziati

totale

Molise

85

159

270

201

Calabria

107

163

264

222

Trentino A.A

121

193

129

245

Emilia Romagna

140

157

109

213

ITALIA

143

184

151

270

Sicilia

151

187

505

298

Campania

152

268

314

345

Liguria

168

158

111

284

Lazio

197

164

159

322

Per facilità di lettura, si sono evidenziati in verde e rosso i valori rispettivamente migliori e peggiori di ciascuna colonna.

La prima cosa che si nota è la non organicità dell’insieme, ovvero il fatto che le singole regioni tendono ad eccellere -in positivo o in negativo- rispetto ad alcune voci-colonne, pur presentando valori sostanzialmente “in media” rispetto ad altre. L’altra è che il posizionamento nella parte alta della tabella, dove prevale il “verde”, non è assolutamente indice di virtuosità nella gestione dei rifiuti, come nel caso eclatante del Molise, “maglia nera” della raccolta differenziata assieme alla Sicilia (rispettivamente 10,3 e 7,4%) e che smaltisce in discarica l’88% dei rifiuti urbani.
Al di là di ciò, saltano agli occhi i costi spropositati della raccolta differenziata in Sicilia e Campania, che in quest’ultima si accoppiano con il valore più alto d’Italia per quel che concerne la gestione del rifiuto indifferenziato.

Il triste primato della Campania, in termini di costi specifici totali, è insidiato solo dal Lazio, dove questi sono chiaramente “disaccoppiati” dai costi specifici di gestione relativi a indifferenziato e differenziato, assolutamente nella norma.

L’analisi “per colonne” è per certi versi più interessante. Partendo dall’ultima, quella relativa ai costi totali per tonnellata di rifiuto, i dati –soprattutto nel momento in cui si guardi all’insieme delle 20 regioni e si trascurino le eccezioni Molise, Campania e Lazio- confermano la sussistenza di una sostanziale uniformità sul territorio nazionale del costo specifico totale, uniformità che, anche se in misura minore, si ritrova poi nel dato relativo ai costi di gestione dell’indifferenziato; e ciò nonostante le marcate differenze territoriali (morfologiche, urbanistiche e socio-culturali) e le altrettanto marcate diversità nei cicli tecnologici adottati. E’ questo un dato che si presta ad una doppia lettura, una decisamente negativa (alcune regioni spendono tanto per gestire i rifiuti senza aver fatto nulla per migliorare il sistema sul piano della sostenibilità ambientale) e l’altra decisamente positiva: gestire bene i rifiuti, con elevate percentuali di raccolta differenziata e contenendo la quantità smaltita in discarica non costa più che gestirli male.

I dati della colonna relativa ai costi specifici connessi alla gestione delle raccolte differenziate (e al successivo conferimento a impianti di compostaggio e piattaforme di selezione/recupero) sono al contrario tutt’altro che uniformi, passando dal minimo dell’Emilia Romagna al valore cinque volte superiore della Sicilia, una disuniformità che in effetti permane anche eliminando le eccezioni e valori anomali. Si tratta però a ben vedere di una disuniformità apparente: se si considerano infatti le sole regioni dove la raccolta differenziata è assestata su valori significativi (oltre il 30%) i valori si distribuiscono su un arco molto più ristretto, tra 110 e 160 €/t.

Rimane comunque il fatto che per entrambe le voci-colonne relative ai costi specifici per differenziato e indifferenziato, anche all’interno delle regioni complessivamente riguardabili come “avanzate” sul piano della gestione dei rifiuti urbani, si hanno differenze dell’ordine del 50%.

Infine, il dato relativo al costo annuo pro-capite. Anche qui, non considerando i valori estremi, le differenze sono dell’ordine del 50%. Indubbiamente, al di là della buona o cattiva gestione complessiva, gioca un ruolo importante sui costi la specificità territoriale, con riferimento non tanto alla diversa densità di popolazione ma alla dimensione comunale.

Il rapporto ISPRA osserva a questo proposito come un’analisi condotta sullo stesso insieme di 5.317 Comuni, distinti in quattro classi per dimensione della popolazione, mostra che i costi pro-capite aumentano con essa, passando dai 106,4 €/ab per i Comuni con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti ai 162,7 €/ab per i Comuni con più di 50.000 abitanti. Questo dato sembra contraddire la logica delle economie di scala, tuttavia va tenuto conto della maggiore produzione pro capite al crescere della dimensione cittadina, potenzialmente legata  sia alle diverse abitudini di vita che alla fluttuazione giornaliera della popolazione.


(1) A parte alcune differenze non essenziali tra i due capitoli stessi e le varie tabelle elaborate, originate dalle complesse problematiche relative alla metodologia ed al campione. L’analisi ha riguardato 5.317 Comuni, corrispondenti a c.a. 41 milioni di abitanti.