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2024-06-16 10:16

L’Eredità di Enrico Mattei

LA PARTNERSHIP CON L’AFRICA

di: 
Lapo Pistelli*

Malgrado la dimensione dei problemi e delle fragilità dell’Africa – anzi, delle diverse Afriche – possa sembrare soverchiante, per l’Europa il rapporto con quel continente è scritto nel destino, nella geografia e nella demografia. Dalle pagine di Aspenia** l’autore spiega perché l’Italia ha buone carte da giocare – anche grazie all’esperienza e competenza di Eni – nella costruzione della partnership con l’Africa.

Foto di Copertina: Wikimedia commons

Una riflessione intellettualmente onesta sul rapporto fra Europa e Africa, sul ruolo che l’Italia può giocare in questo contesto, sulle dinamiche economiche, demografiche e culturali che i due continenti stanno vivendo, richiederebbe una lunga lista di “disclaimer”, un po' come le controindicazioni elencate nei foglietti illustrativi dei medicinali. Le stridenti differenze interne ai due continenti mettono in dubbio la correttezza semantica di “una” Europa e di “una” Africa; le contraddizioni politiche fra buone intenzioni e povertà dei risultati raggiunti fino ad oggi devono indurre a prudenza e cautela; i numeri, la dimensione dei problemi possono scoraggiare anche il più visionario dei decisori politici. Avvisato il lettore di queste regole del gioco, proviamoci comunque.

 

Il peso dei numeri

Non si può non partire dai numeri, perché i numeri danno il senso della dimensione dei problemi. Il primo numero parla di persone. Nel 1950, l’Europa aveva un numero di abitanti doppio di quello dell’Africa; nei primi anni di questo secolo, le due popolazioni erano equivalenti; nel 2050 l’Africa avrà una popolazione tripla rispetto all’Europa, oltre 2 miliardi di persone. Tutto ciò è accaduto e accadrà in cento anni. La demografia consente di fare comparazioni analogamente sbalorditive all’interno dello stesso continente e con altri continenti ma ci limitiamo solo a questo e a un altro dato “interno”: nel 2050 la Nigeria avrà circa 500 milioni di abitanti, un numero di persone largamente superiore a quello degli Stati Uniti. Europa e Africa sono inoltre “una casa di riposo affacciata su un giardino di infanzia”, per citare l’icastica definizione data da Emma Bonino, un continente che declina e invecchia davanti a un continente che cresce.

Per dirla tutta, la nostra “casa di riposo” è meno anziana di quanto sarebbe naturalmente grazie ad un flusso costante di immigrazione che si è riversata negli ultimi 30 anni sul nostro continente (per i Paesi con una tradizione coloniale anche prima). Proprio questo contingente di “nuovi europei” ha fatto detonare più volte il dibattito politico: da un lato i fenomeni di paura, razzismo, xenofobia sono stati spesso sollecitati e poi cavalcati da certa politica trovando maggiore ascolto negli strati sociali più fragili economicamente e culturalmente, che si sono sentiti risucchiati in una guerra fra poveri; dall’altro il nostro modello economico e di welfare, per interi settori che condizionano i nostri consumi quotidiani e le nostre abitudini (i prodotti di agricoltura e allevamento, l’edilizia, l’industria pesante, il terziario alberghiero, i servizi domestici e la cura delle persone anziane), non potrebbe andare avanti un giorno solo senza questa presenza. Non mi riferisco dunque ai richiedenti asilo, alle persone sotto protezione speciale, ma proprio ai migranti economici.

Del resto, è disponibile un’amplissima letteratura che spiega come le rimesse circolari dei migranti nei Paesi d’origine muovano un flusso di denaro almeno cinque volte superiore al totale dell’aiuto allo sviluppo erogato dal nord del mondo. E che proprio queste rimesse (stante il diverso costo della vita e il valore della valuta) siano paradossalmente la leva più efficace per “un aiuto a casa loro”. In Africa sub sahariana, 50 euro di rimessa mensile sono sufficienti a garantire il sostentamento a una famiglia numerosa e permettono a qualcuno di studiare e di iniziare una attività economica propria. In Gambia, un esempio fra molti, le rimesse dei migranti costituiscono quasi il 20% del Pil.

 

Europe e Afriche

Europa, Europe. Anche se siamo sempre più integrati e Schengen, l’euro, i programmi Erasmus hanno forgiato generazioni europee, viviamo ancora in sistemi sociali molto diversi e diversamente organizzati. Scandinavia, Paesi continentali, Paesi mediterranei, Europa orientale hanno reti di protezione sociale, sistemi di accoglienza e di distribuzione che trasmettono urgenze diverse, innanzitutto geografiche. Difficile dunque invocare una risposta “europea” univoca al rapporto con l’Africa. Che bussa all’Europa perché difficilmente può bussare altrove, con oceani a sud, a est, a ovest e il piccolo lago mediterraneo a separare dall’agognata meta, specie dopo aver superato vivi il ben più grande oceano di sabbia del Sahara. E che, quando bussa, passa necessariamente dalla porta sud mediterranea, la più vicina e accessibile.

Africa, Afriche però. Almeno sei, ad essere generosi e schematici. Quella araba mediterranea, intrisa di cultura europea come noi lo siamo della loro cultura. Quella del deserto, del Sahel. Quella francofona occidentale e quella anglofona orientale. L’Africa interna, esplosiva e poverissima. L’Africa australe, dove un solo Paese pesa da solo quasi il 20% della ricchezza dell’intero continente. È un continente che cerca di dare vita ad una enorme area di libero scambio ma che intanto si integra per sub-aree regionali.

Questa Africa soffre innanzitutto di narrazioni schizofreniche. Cercando su Google le copertine dedicate negli ultimi anni all’Africa dall’Economist, possiamo trovare “Africa rising” con l’esaltazione dei tassi di crescita economica più rapida del mondo, e pochi mesi dopo “Africa hopeless” con la lista delle sciagure e delle fragilità sistemiche del continente. Ed entrambe le copertine sono vere. L’Africa contiene le più grandi riserve di qualsiasi materia prima, delle fonti energetiche del Novecento e del nuovo paradigma rinnovabile. Ma sia in economia che nell’energia, essa pesa tuttora poco meno del 3% della torta globale, della ricchezza prodotta ma anche delle emissioni di gas serra. E infatti, i circa 600 milioni di uomini e donne nel mondo che cucinano e si scaldano bruciando biomasse e che non hanno accesso all’energia – e non discutono certo di transizione - sono quasi tutti concentrate in Africa sub sahariana.

 

La nuova sfida per la “conquista” dell’Africa

La fragilità africana è innanzitutto politica, nelle istituzioni e nelle pubbliche amministrazioni. Serve – come si dice con termini eleganti – un grande investimento in “capacity building”, quel capitale umano che permette a un Paese di progettare il proprio futuro e accedere ai finanziamenti delle banche multilaterali, di tenere in ordine e in trasparenza i conti pubblici e di costruire un sistema sanitario e scolastico adeguato e via esemplificando. Inutile dire che nel concetto di Africa/Afriche è implicito che vi siano enormi differenze fra una regione e un’altra, fra un Paese e il suo vicino.

Questo tipo di fragilità ha però per lungo tempo scoraggiato gli investimenti necessari, sia pubblici che privati. Finito il tempo della retorica politica infatti, nessuna banca, nessun azionista si sentiva veramente tranquillo quando doveva scegliere questa destinazione per i propri capitali rispetto a mercati più strutturati e maturi. Così, fra punti interrogativi sulla trasparenza delle regole e la possibilità di protezione degli investimenti, e diti alzati sullo scarso rispetto dei diritti umani, lo spazio “occidentale” è stato severamente ridimensionato a vantaggio dei nuovi protagonisti della scena mondiale, Cina innanzitutto, ma anche Turchia, Russia e le diverse monarchie del Golfo.

Molte le motivazioni: che si tratti della rincorsa alle materie prime necessarie, della proiezione di potenza tramite la politica del fly the flag, della diffusione religiosa, della penetrazione militare, la mappa africana di oggi è molto diversa da quella di inizio secolo. Niente è incontrovertibile ma partire da un riconoscimento dei dati di fatto è necessario per programmare con realismo la portata delle proprie iniziative.

Chi scrive non rinuncerebbe a un centimetro quadrato di spazio democratico per niente al mondo. Le democrazie occidentali soffrono però un gap strutturale nel rapporto con le Afriche rispetto ai nuovi giocatori appena citati. I sistemi autocratici – poco condizionati dalla dinamica politica interna - si dimostrano in media più efficaci nel pianificare iniziative con un orizzonte pluriennale (per non dire pluridecennale) e con il coinvolgimento dell’intero proprio sistema, politico, finanziario, militare, industriale, tutto coordinato dal vertice. Si tratta in fondo della sfida per la “conquista” del global South, una tessera della competizione che disegna le mappe del mondo di domani.

 

Le carte dell’Italia

La nuova recente attenzione del nostro Paese verso l’Africa, il tentativo di mettere in valore il ruolo strategico del Mediterraneo è una idea giusta e positiva. Il Mediterraneo è un bacino da 500 milioni di persone, l’1% delle acque del mondo da cui passa circa il 20% dei traffici commerciali, la cerniera di connessione fra Europa e Africa e fra Oceano Atlantico e Oceano Indiano tramite Suez, uno dei punti terminali auspicati della via della Seta, un fondale che conserva i reperti dell’età greco romana ma accoglie un reticolo di gasdotti, elettrodotti e cavi di trasmissione dati.

Per dare continuità e profondità strategica a una iniziativa per l’Africa occorre partire da un censimento delle forze in campo e delle iniziative in corso. La buona notizia è che l’Italia non sarà magari il gigante dei propri sogni ma non è davvero il nano delle proprie paure. Combinando le competenze istituzionali dei ministeri potenzialmente coinvolti, le capacità di enti e associazioni di categoria, delle grandi aziende nazionali, del nostro sistema formativo, del ricchissimo panorama cooperativo di ong cattoliche e laiche, si scopre che persone, capacità, risorse economiche e proiezioni organizzative non mancano al nostro Paese. Che dovrebbe ovviamente organizzarle con una visione condivisa, in un arco temporale lungo, in raccordo con altre iniziative europee.

L’Africa è troppo grande anche per la Cina, figurarsi per l’Italia. Ma una riflessione sulle geografie e sui settori non sembra una operazione così complessa. Per quanto riguarda le geografie, è naturale che una iniziativa si concentri innanzitutto sui paesi del nostro vicinato meridionale per allargarsi poi, semmai, ai Paesi maggiormente esposti al fenomeno migratorio e più compatibili con le nostre aree di competenza e formazione.

I dati quotidianamente forniti dal Viminale forniscono una fotografia molto chiara dei flussi. Migrare è un po' come “votare con i piedi”: si scappa dalla sofferenza e dall’assenza di futuro per cercare opportunità migliori. Lo sanno gli italiani che fra il 1850 e il 1950 hanno lasciato il Paese in quasi 14 milioni. Per i settori, vengono subito in mente l’agricoltura (dalla organizzazione del mercato alla meccanizzazione, alle catene della conservazione e del freddo), il modello della piccola e piccolissima impresa di carattere familiare, il sostegno nella progettazione di infrastrutture (così critiche in quell’immenso continente), l’energia.

 

La partnership con l’Africa e la lezione di Mattei

L’Africa, dal punto di vista energetico, si presenta come il partner complementare per l’Europa e per noi italiani. Dotata di ogni risorsa (fossile e rinnovabile) e pure dei minerali critici indispensabili per la costruzione della nuova infrastruttura energetica, essa può soddisfare quel nostro bisogno di sicurezza già sperimentato con la crisi del gas russo e la necessità della sua sostituzione, mentre l’Europa può diventare il partner per l’accesso all’energia per coloro che non ne hanno e per la transizione, da avviare anche in quei Paesi.

Più volte, negli ultimi mesi, è stato evocato - e non solo per la ricorrenza dei 60 anni della sua morte – il nome di Enrico Mattei e, più in generale, l’insieme delle attività esercitate da Eni nel continente africano. L’azienda resta tuttora, nel comparto delle grandi multinazionali energetiche, la più “africana” di tutte, per mole degli investimenti e per numero dei Paesi di presenza. Si tratta di una presenza che per altro sta gradualmente modificando il suo profilo: da un lato ancora molto coinvolto nella esplorazione e produzione di idrocarburi, dall’altro però impegnato nella creazione di una nuova supply chain agricola (non in competizione col cibo) dedicata a produrre bio olii destinati alle bio raffinerie italiane ed europee per essere trasformati in biojet-fuel e bio carburanti.

L’impronta del fondatore è stata soprattutto una straordinaria lezione di metodo. Troppo breve fu infatti il tempo a sua disposizione per lasciare risultati concreti. Ciò che oggi chiamiamo “sostenibilità”, “local content”, “knowledge transfer” fu intuitivamente la scelta di Mattei: privilegiare la creazione di valore di lungo termine rispetto al profitto di breve durata, offrire accordi di co-sviluppo e partnership rispetto al tradizionale pagamento di royalties in cambio della mano libera sulle risorse del Paese ospitante.

Al tempo, quella modalità di ingresso nei Paesi africani fu percepita come dirompente dalla concorrenza internazionale e accusata di essere troppo “corsara” rispetto ai canoni della politica estera. Un giudizio storico più accurato permette oggi di vederne un altro e diverso valore: Eni fu in grado di cogliere le aspirazioni di leadership di Paesi che cercavano un rapporto paritario e non coloniale, che proprio un’azienda italiana, figlia di un Paese sconfitto e in cerca di riscatto, poteva offrire meglio di altri. Quel modo di lavorare assieme ha così permesso di addentrarsi in geografie altrimenti ostiche se trattate con i metodi tradizionali del tempo. Il mestiere di Eni è l’energia ma la presenza africana dell’azienda è fatta anche di sanità, educazione, agricoltura, formazione del capitale umano, e si proietta su un arco temporale lungo, il tempo delle generazioni, così come è lungo il ciclo industriale dell’energia.

Quella lezione di metodo può dunque essere utilmente recuperata oggi come patrimonio collettivo nazionale: continuità, profondità temporale e strategica, senso del valore della propria azione, consapevolezza del proprio limite, rispetto e conoscenza degli interessi altrui. Traslando uno slogan europeo, “partnership by example and by action”.

 

*Lapo Pistelli, già viceministro degli Esteri, è direttore Public Affairs di Eni.

**Pubblicato in Aspenia 2/2023 “Popolazione e potere”, rivista di Aspen Institute Italia, giugno 2023. www.aspeninstitute.it