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2024-02-25 05:35

Il Catastrofista Dimezzato

DEEP SEA MINING

di: 
Giovanni Brussato

Il futuro dei veicoli elettrici sarà a spese degli oceani? Gli oceani rappresentano un ecosistema pressoché sconosciuto: conosciamo meglio la superficie di Marte. Ma proprio sui fondali oceanici, sta per avviarsi la più grande speculazione mineraria della storia i cui impatti sono ben più estesi di quelli dovuti alle estrazioni petrolifere e gli effetti ambientali ignoti. È più irragionevole ed estremista l’ambientalista che chiede cautela o quello che, quando si tratta di favorire l’auto elettrica, smette di prevedere catastrofi e chiude un occhio?

In Copertina: Locandina del film “The North Sea” di John Andreas Andersen, 2021

Qualche giorno fa un articolo del New York Times ci spiegava come in Norvegia il futuro dei veicoli elettrici sia già oggi una realtà. Aria pulita, strade silenziose e Tesla in ogni dove che hanno sostituito marchi come Renault e Fiat. Il tutto senza la temuta disoccupazione di massa e crolli della rete elettrica. Insomma, il Times illustra come i veicoli elettrici portino solo benefici senza le terribili conseguenze previste da alcuni profeti di sventura.

Il Times, però, dimentica qualche dettaglio significativo. Come il fatto che su una superficie grande quanto la California si sono 5,5 milioni di persone invece di 40 milioni. Che in Norvegia il 95% dell’energia elettrica viene prodotta da fonte idroelettrica, rispetto al resto del mondo dove è solo il 17%. E questo solo grazie alla morfologia ed al clima che rendono il paese ideale per lo sviluppo di centrali idroelettriche: oggi la potenza installata è di 33 Gigawatt (GW).

Quindi non proprio un modello su cui basare considerazioni di carattere generale sulle potenzialità della mobilità elettrica ma piuttosto un caso, più unico che raro, di un paese che può permettersi di viaggiare con automobili costose, come le Tesla, grazie ai colossali profitti dell’industria dei combustibili fossili. A rovinare la visione bucolica del Times sulla Norvegia ci ha pensato la televisione che in questi giorni propone “The North Sea”, un blockbuster catastrofista che racconta come dal 1969, il governo norvegese stia coltivando, con centinaia di piattaforme nella piattaforma continentale, i più grandi giacimenti petroliferi del mondo nel Mare del Nord.

Nodulo polimetallico prelevato sul fondale oceanico. Credits: James St. John 

La resa dei conti, in senso cinematografico, avviene quando dopo mezzo secolo il fondale marino comincia a cedere aprendo sul fondo del mare una profonda voragine in grado di far collassare uno degli impianti di perforazione ancora attivi.

 

Il deep sea mining

Ed è proprio sui fondali marini che si stanno concentrando gli appetiti economici dei nostri amici norvegesi che si stanno rivolgendo sempre più verso l’estrazione mineraria in acque profonde, deep sea mining, come prossima frontiera dello sfruttamento minerario.

Hans Olav Hide, presidente della norvegese Loke Marine Minerals, ha spiegato come l’estrazione mineraria nei fondali oceanici potrebbe aiutare l’Occidente a contrastare il dominio cinese sulle supply chain globali dei metalli critici per la mobilità elettrica e, nella sua ansia di far progredire il Green Deal, a marzo ha acquistato la UK Seabed Resources dalla Lockheed Martin, uno dei più grandi produttori di armi al mondo, per una somma che si è scelto di non rendere nota.

Qualche anno fa UK Seabed Resources aveva spiegato il suo interesse per i fondali marini per garantire la sicurezza delle forniture “per applicazioni dell’energia pulita come i veicoli elettrici”. Ed all’uopo dispone di concessioni di esplorazione per circa 133.000 chilometri quadrati (poco meno della metà della superficie dell'Italia) nell'Oceano Pacifico dove ritengono essere presenti rame, nichel, cobalto e terre rare. Interrogata davanti alla Environmental Audit Committee del Parlamento Inglese, la società ha ammesso che le "operazioni causerebbero l'estinzione, all'interno dell'area mineraria, di organismi primari nella catena alimentare, con il rischio di danni irreversibili oltre alla distruzione dell'habitat."

Loke Marine Minerals, con sede nella capitale petrolifera norvegese Stavanger, condivide questa visione con altri: dall'appaltatore norvegese della difesa Kongsberg Grupper, alla britannica Technip FMC ed al gruppo navale norvegese Wilhelmsen. La Norvegia è tra i paesi che propongono una posizione più morbida a favore dello sfruttamento minerario, opponendosi, non tanto alle proposte di sfruttamento, quanto a quelle che propongono il veto al deep sea mining. Perché il governo norvegese sta esplorando la possibilità di estrarre metalli critici dalle profondità delle acque artiche. Se la Norvegia procederà, le licenze di esplorazione potrebbero essere assegnate quest'anno a società private, segnando l'inizio di una corsa per una nuova industria estrattiva in acque vulnerabili. D’altra parte, la Norvegia è anche uno dei pochi paesi al mondo ad adottare, quello che viene definito Deep Sea Tailings Disposal, DSTD, cioè lo smaltimento dei rifiuti minerari, spesso tossici, in acque profonde.

Però se ritenete che non sia il caso che i norvegesi ci dispensino lezioni di ambientalismo aspettate: perché siamo anche noi della partita. Qualche giorno fa c’è stata la visita, a Roma, di Michael Lodge, il controverso segretario dell’International Seabed Authority (ISA), l'Autorità per i fondali marini, una dimenticata agenzia delle Nazioni Unite che regge le sorti del più grande ecosistema del pianeta, in un oscuro ufficio con 50 dipendenti a Kingston, in Giamaica. Invitato dal presidente della Fondazione Leonardo, Luciano Violante, si è incontrato con i ministri Musumeci e Pichetto Fratin per valutare le possibilità tecnologiche offerte dal know how di Leonardo e della Marina Militare all’estrazione mineraria nei fondali oceanici.

 

Gli estremisti ecologisti.

E così, mentre molte delle più note associazioni ambientaliste italiane fanno - è proprio il caso di dirlo -  “il pesce in barile” anche il nostro paese si accoda alla già lunga lista, tra cui Russia, Cina, India, Regno Unito e Francia, di paesi che condividono le visioni di Lodge. Convinzioni espresse pubblicamente circa un anno fa, quando ha attribuito l'opposizione all'estrazione in acque profonde a un "crescente estremismo ambientale e a un dogmatismo che in alcuni casi rasenta il fanatismo".

In precedenza, aveva detto che la moratoria per fermare l’estrazione mineraria, richiesta da oltre 700 esperti di scienze marine provenienti da oltre 44 Paesi, dal Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, dal Forum Economico Mondiale, dal Parlamento Europeo, da The Ocean Foundation e molti altri, sarebbe stata "contro la scienza, contro la conoscenza, contro lo sviluppo e contro il diritto internazionale".

Quindi, secondo Lodge, sono “estremisti ecologisti” coloro che temono che gli impatti ambientali dell’estrazione mineraria nell’ambiente marino profondo  possano  mettere a rischio il più grande ecosistema planetario la cui biodiversità è nota solo per l’1% e dove circa il 90% delle specie che vi risiedono non è stato nemmeno identificato dalla scienza. Un ecosistema pressoché sconosciuto: conosciamo meglio la superficie di Marte che i fondali oceanici, su cui sta per avviarsi la più grande speculazione mineraria della storia ed i cui effetti, per gli oceani, sono ignoti.

Sono quindi estremisti ecologisti coloro che temono che l’enorme quantità di minerali, come manganese, rame, nichel e cobalto, stimata in circa 21 miliardi di tonnellate nella sola Clarion-Clipperton Zone, una pianura abissale ampia quanto gli Stati Uniti continentali e punteggiata da montagne sottomarine che si estende per 4,5 milioni di chilometri quadrati tra le Hawaii e il Messico, possa svegliare i peggiori istinti di tutti quegli ambientalisti per i quali c’è una catastrofe climatica incombente e prevenirla è più importante di qualsiasi altro valore, oceani inclusi.

 

The Metals Company

In realtà la competizione verso le risorse minerarie degli oceani si presenta con molti distinguo: c’è chi spinge, come The Metals Company, TMC, perché vengano rispettate le tempistiche previste dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) che prevedono l’avvio delle attività minerarie già quest’anno. TMC ha fretta. I conti sono in profondo rosso e la compagnia di navigazione Maersk, un partner storico, sta vendendo la sua partecipazione nella società.

 

TMC ha recentemente reso pubblici i risultati di un’analisi del ciclo di vita (LCA), commissionata a Benchmark Mineral Intelligence, che dimostrerebbero come le performance ambientali del test effettuato l’anno scorso con l’estrazione di 3.600 tonnellate di noduli polimetallici siano migliori rispetto all’estrazione terrestre. Per esempio, il Global Warming Potential (GWP) è risultato essere tra il 54 ed il 70% inferiore rispetto alla metodologia estrattiva tradizionale.

E d’altra parte c’è chi, come la Cina, che pur disponendo di più licenze di esplorazione di chiunque altro, rischierebbe di vedere compromesso il suo controllo sul futuro della mobilità elettrica se l'estrazione in acque profonde procedesse prima che Pechino fosse pronta ad assumerne il controllo.

Perché, in realtà, nessuno vuole bandire l’estrazione mineraria dai fondali marini ma, chi più chi meno, stanno tutti cercando di guadagnare tempo, formalmente per approfondire le conoscenze scientifiche sul ruolo dei fondali marini nell'immagazzinare il carbonio atmosferico e più in generale sull’intero ecosistema, ma anche aspettando che nel frattempo gli allarmi sulla catastrofe climatica incombente inducano le case automobilistiche e i clienti ad accettarla come una “male necessario”.

Più della metà del PIL totale del mondo dipende in percentuali diverse ma significative dalla natura e dalle risorse offerte dal più grande ecosistema del Pianeta: gli oceani. Tuttavia, il valore dei "servizi ecosistemici" viene in gran parte ignorato sia dalle aziende e dai loro investitori che dai comuni cittadini. Di qui il rischio che venga lasciato spazio alle iniziative dell’ISA che potrebbero comportare il collasso dei sistemi alimentari, la perdita di mezzi di sussistenza e rappresentare un rischio sistemico per l'economia globale, perché a differenza dei cambiamenti climatici, in cui vengono misurate le emissioni di anidride carbonica, la perdita di biodiversità, altrettanto urgente, non ha un sistema così efficace per misurare e confrontare gli impatti dispersi lungo le catene di approvvigionamento.

Una comprensione globale dell'ambiente e degli impatti delle attività minerarie è necessaria per valutare se le operazioni di estrazione mineraria rispettano gli obblighi dell'Autorità internazionale dei fondi marini di prevenire "gravi danni" e garantiscono l'"efficace protezione dell'ambiente marino dagli effetti nocivi" conformemente alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Una sintesi della letteratura sottoposta a revisione inter pares e le consultazioni con le parti interessate hanno rivelato che colmare le lacune scientifiche legate all'estrazione mineraria nei fondali marini profondi è un compito di enorme complessità e impegno ma essenziale per adempiere all'obbligo generale di prevenire gravi danni e garantire una protezione efficace e richiederà una visione globale, risorse sostanziali e un solido coordinamento e collaborazione.

Facciamo pertanto nostro il quesito del Professor Christoph Frei del Politecnico federale di Losanna, un paladino della transizione energetica, che si chiede: mettereste un macellaio a capo dell’ente per la protezione degli animali? Per quanto sembri una domanda ovvia è esattamente ciò che sta accadendo alla governance dell'estrazione mineraria in acque profonde. La duplice missione dell'Autorità internazionale dei fondali marini, ISA, manifesta un enorme conflitto di interessi, in quanto è demandata sia alla concessione che al controllo dello sviluppo delle operazioni minerarie nei fondali marini internazionali considerati "patrimonio comune di tutta l'umanità".