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2024-07-23 09:45

Attacca l’Asino Dove Vuole il Padrone

REGOLAMENTO EUROPEO IMBALLAGGI

di: 
Antonio Massarutto

Sono gli studi di impatto a dirigere le politiche, le politiche a indirizzare gli studi di impatto, o le ideologie a ispirare entrambi? Massarutto, docente di Economia Pubblica all’Università di Udine, autore del saggio “Un mondo senza rifiuti?” analizza per noi la proposta di nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e, oltre alle critiche specifiche, pone all’attenzione dei lettori anche considerazioni generali sui meccanismi di formazione delle normative europee e sulle singolari caratteristiche dei consulenti dell’Unione, a cominciare dal fatto che sono sempre gli stessi.

In copertina:  Immagine da “Yes Man” di Peyton Reed, 2008

 

L’economia circolare è uno slogan che negli anni è dilagato nel dibattito pubblico, andando a cementarsi nell’opinione comune come una specie di mantra. Circolare è “bene”, lineare è “male”. Il marketing insegna: uno slogan efficace può più di migliaia di pagine di trattati. Il messaggio è vincente se è semplice da capire e se riesce a scavalcare la cortina difensiva del ragionamento logico, colpendo direttamente al cuore.

Ben venga la semplicità, se è utile a veicolare i concetti e a tradurli in politiche e comportamenti, a patto che non degeneri in semplicismo, e a patto che al momento della traduzione sia ben chiara la differenza fra ciò che vogliamo – un’economia prospera, sana, in pace con gli equilibri dell’ecosistema e con il clima – e gli indicatori che utilizziamo per guidare le strategie e misurare i risultati raggiunti.

Altrimenti finisce che, come nel gioco del telefono senza fili, ad ogni stadio la qualità del messaggio si degrada fino a risultare irriconoscibile. Così, il principio – in sé valido, o per lo meno intuitivo – secondo cui il nostro sistema economico dovrebbe abbandonare il dissipativo modello lineare dell’usa e getta per rendersi simile ai cicli chiusi naturali viene dapprima tradotto in indicatori che misurano il grado di circolarità in termini di puro rapporto di massa – dove, per capirci, una tonnellata di macerie da demolizione, una di cartone e una di residui chimici contenenti metalli pesanti valgono sempre uno – e poi su questa base si costruiscono classifiche e si danno pagelle; e si ispirano politiche il cui successo si misura sulla base dei medesimi indicatori.

 

Circolarità, sostenibilità, resource efficiency: tre termini che non sono sinonimi

Invece, sebbene “circolarità”, sostenibilità e neutralità climatica spesso vadano assieme, ciò non è scontato e non sempre vero. Misurare la “resource efficiency” (quanto impatta il nostro modello di economia sulle risorse del pianeta e sulla loro riproducibilità) con il grado di circolarità (quanta materia entra nel sistema economico e ne fuoriesce sotto forma di rifiuto) può finire per darci indicazioni sbagliate.

Prendiamo, come esempio paradigmatico, la cosiddetta “gerarchia dei rifiuti”, stabilita a livello europeo già nella prima edizione della Waste Framework Directive (dir. 2008/98). Questa prevede che lo smaltimento stia all’ultimo posto (discarica, incenerimento senza recupero di energia), preceduto nell’ordine da recupero energetico, recupero di materia secondaria (“downcycling”), recupero di materia vero e proprio (riciclo), riuso, prevenzione, e su su fino alla sostituzione dei prodotti con servizi e alla dematerializzazione dei consumi. Il rifiuto che impatta meno è quello che non viene generato, seguito da quello fatto di materiali facilmente riciclabili, quello la cui vita utile è più lunga prima di diventare rifiuto, e così via. Più stiamo in basso lungo la scala, più sprechiamo.

In linea di principio, non fa una grinza. La gerarchia però non si deve intendere in modo dogmatico e rigido. In primo luogo perché non è affatto detto che risalirla sia privo di costi. Se una maggiore efficienza energetica e materiale fosse sempre anche superiore in termini economici, si tratterebbe di una soluzione “win-win”, vincente su tutti i fronti: far del bene all’ambiente farebbe bene anche alle nostre tasche. E se per qualche ragione questo non accade, se risulta evidente dai dati che il mercato non va spontaneamente in quella direzione, ciò rappresenterebbe la prova provata di un “fallimento del mercato” da correggere a suon di Direttive e Regolamenti.

Ma il più delle volte, e sempre quando si va oltre una certa soglia, è vero il contrario: risparmiare risorse si può solo con un costo economico crescente. Ciò perché costano le attività di trattamento, raccolta selettiva, sistemi di gestione separati, trattamenti di preparazione per il riciclo, e questo costo è tanto più elevato quanto più i materiali sono compositi, impuri e difficili da selezionare. Ma anche perché, in nome del risparmio di risorse, rinunciamo ad altre cose che hanno per noi valore, non possiamo più soddisfare certi desideri, o siamo costretti a fare a meno di certe comodità. Si può mostrare che il trade-off che ne risulta molto spesso va risolto a favore dell’ambiente – il costo sociale dell’inquinamento è superiore ai benefici derivanti dalle attività che inquinano. Oltre un certo livello, però, voler mantenere in vita il materiale a tutti i costi equivale all’accanimento terapeutico.

 

Differenziare humanum, dissezionare diabolicum

Abituarci a fare la differenziata, ad esempio, è stato relativamente facile. Già passare in città da sistemi collettivi al “porta a porta” individuale implica non pochi disagi in più: conferire solo in certi giorni, solo nelle ore notturne, recuperare i propri bidoncini al mattino e pulirli. Raccogliere in modo separato 4 o 5 frazioni non comporta particolari problemi, a patto di disporre in casa dello spazio sufficiente. Ma con 10 o 15 frazioni le cose cambiano. Andare a far la spesa portando da casa i contenitori vuoti può risultare complicato (io faccio la spesa uscendo dal lavoro, per esempio, e non posso certo andarci al mattino portandomi da casa cassette di contenitori; o preferite che, invece della bicicletta, per andare a lavorare, usi la macchina?).

Molti imballaggi compositi – e quindi difficili o impossibili da riciclare – sono tali per esigenze di migliore conservazione del contenuto, perché questo si possa vedere dall’esterno, per proteggerlo dagli urti, per porzionarlo in modo anche da ridurre gli avanzi e il food waste (non ci sono solo imballaggi nei nostri rifiuti).

Dove, esattamente, si deve porre il confine tra un gradino e l’altro della scala? Come si misura il “trade-off” tra i diversi livelli? È meglio avere il 20% dei materiali sul quarto gradino e l’80% sul secondo, oppure il 90% sul terzo e il 10% sul primo? È meglio produrre 50 t di rifiuti che poi vengono bruciati, oppure produrne 100 che però saranno riciclati? Qual è un costo socialmente accettabile per un incremento del riciclo del 10%, o per ridurre del 10% la produzione di rifiuti?

 

La proposta di nuovo Regolamento sugli imballaggi

La proposta di nuovo Regolamento sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio, proprio in nome della suddetta gerarchia, mette in campo una variegata batteria di misure (tabella 1). Esse vanno dall’obbligo di etichettatura a quello di includere una frazione di materiali di riciclo nei prodotti nuovi, dall’obbligo di rendere riciclabili o compostabili tutti gli imballi alla definizione di precisi standard di riciclabilità, fino alle misure più controverse che mettono al bando gli imballaggi monouso “non necessari” e fissano target quantitativi di riuso e riutilizzo, con l’introduzione obbligatoria di sistemi di vuoto a rendere e di vendita di prodotti sfusi.

Addentrarsi nella lunghissima serie di azioni specifiche è impossibile in questa sede, ma prendiamo proprio quest’ultima misura, la M8b, come esempio (tabella 2, prime due colonne; le altre due si riferiscono alla M8c, poi scartata). Essa stabilisce per una lunga lista di attività obblighi da assolvere entro il 2030-2040 di impiego di contenitori ricaricabili (dallo stesso consumatore) o riutilizzabili (previo ricondizionamento, lavaggio etc) per chi somministra bevande calde e fredde o cibo da asporto, per chi mette in vendita bibite di vario genere (dalla Coca Cola allo Chateau Lafite), nonché per una serie di imballi intermedi (spiccano i target del 90% di contenitori riutilizzabili per i venditori di elettrodomestici o per i pallet e le intercapedini antiurto).

Tabella 1 – Le misure contenute nella proposta di nuovo Regolamento – “Opzione preferita”

INTERVENTION AREA

MEASURES INCLUDED IN THE “PREFERRED OPTION”

Prevention and reuse

M2b

Mandatory target of 5% reduction of packaging waste per capita in 2030 compared to 2018, supplemented with a reduction targets for 2035 and 2040

M1

Update of Essential Requirements to minimize over-packaging

M5

Minimization of empty space in packaging in selected sectors, incl e-commerce

M7

Phase out avoidable / unnecessary packaging

M8b

Mandatory targets to increase the reuse of packaging by 2030/2040 in selected sectors

M10a

Revision of CEN standard for defining reusable packaging

M10b

Definitions and mandatory requirements for reusable packaging formats set in EU legislation and standards for some formats

M10c

Definition and mandatory standards for reuse systems

M19

Clarification of reuse activity versus a “preparing for reuse” activity

Reclyclability and compostability

M21a

All packaging shall be reusable or recyclable by 2030- clarification of Essential Requirements and recyclability definition

M21b

All reusable packaging must be recyclable as of 2030

M22a

Qualitative definition of recyclable packaging

M22b

Definition of recyclable packaging based on design for recycling (DfR) criteria complemented by the recyclability assessment procedure and a negative list of non-recyclable packaging characteristics

M23

Harmonisation of EPR Fee Modulation Criteria based on recyclability assessment

M28

Clarification of biodegradability and compostability and updates of respective Essential Requirements & standard EN 13432

M29d+

Mandatory compostability for certain out of the selected plastics packaging types and requirement of material recyclability for the remaining biodegradable plastic packaging

Recycled content

M35em

High ambition targets for recycled content in plastic packaging based on contact-sensitivity for 2030 and 2040

M37

Definition of Recycled Content and measurement method

Enabling measures

Ma&b+

Mandatory DRS for plastic bottles and beverage cans (waiver if Member States can prove 90% collections targets achieved by other means) and minimum requirements for all DRS

M27c-y

Harmonised labelling of products and waste receptacles to facilitate consumers´ sorting

M12-u

Harmonised, mandatory labelling for reusable packaging

M38-j

Labelling criteria for Recycled Content

Mx

Update of current material-based labelling: Removal of alphanumeric codes for waste sorters

Mk

Restrictions on use of confusing labels

M31

Update of definitions concerning hazardous substance

M32a

Expanding the information on hazardous substances

M32b

Notification of substances of concern in packaging

M33a

Restrictions of hazardous substances under REACH

M40b

Minimum GPP criteria for packaging of priority products and services

M42b

Harmonization of EPR reporting system

MPCB

Extended reporting obligation on PCB

 

Tabella 2 – Obblighi minimi di impiego di contenitori riutilizzabili o ricaricabili, Misure 8b e 8c

SECTOR

PACKAGING TYPE

BUSINESS MODEL

PACKAGING GROUPS AND PRODUCTS

MEASURE 8b

MEASURE 8c

2030

2040

2030

2040

Food and Beverage - HoReCa

Primary

B2C

Beverage (cold and hot) filled into a container at the point of sale for take-away, to be sold in packaging within a system for re-use or refill

20%

80%

30%

95%

Primary

B2C

Food for take-away, to be sold in packaging within a system for re-use or refill

10%

40%

20%

75%

Food and beverage - Retail

Primary

B2C

Alcoholic beverages other than wine and spirits, and products based on wine, spirits or other fermented beverages mixed with non-alcoholic beverages, to be sold in packaging within a system for re-use or refill

10%

25%

20%

75%

Primary

B2C

Wine, sparkling wine, spirits and other spirituous beverages, to be sold in packaging within a system for re-use or refill. 

5%

15%

10%

30%

Primary

B2C

Non-alcoholic beverages, such as water, soft drinks, juices, to be sold in packaging within a system for re-use or refill

10%

25%

20%

75%

Tertiary

B2B

Large household appliances e.g., washing machines or fridges, to be sold in reusable packaging

90%

90%

90%

90%

Commercial and industrial

Tertiary

B2B

Goods sold using pallets, crates, foldable boxes, pails and drums for the conveyance or packaging of the goods, to be sold in reusable packaging

30%

90%

50%

90%

Tertiary

B2B

Non-food goods sold via e-commerce using packaging for transport and delivery, to be sold in reusable packaging

10%

50%

20%

80%

Tertiary

B2B

Pallet wrappings and straps for stabilization and protection of goods during transport, to be sold in reusable packaging

10%

30%

20%

75%

Tertiary

B2B

Grouped packaging boxes used for wholesale (excluding
cardboard) e.g., pack of larger quantities of packaging units used, outside of sales packaging to group a certain number of goods to create a stock-keeping packaging unit is classified as reusable packaging within a system for re-use

8%

25%

15%

50%

Secondary

B2B

Grouped packaging boxes, e.g., pack of 6 bottles of water or
pack of 4 bottles/cans of beers used outside of sales packaging to group a certain number of goods to create a stock-keeping packaging unit is classified as reusable packaging within a system for re-use.

8%

25%

15%

50%

Fonte: European Commission, 2022

Il riuso viene inteso in senso lato, ossia non necessariamente dallo stesso esercizio commerciale; per favorire l’interscambiabilità, è prevista una vasta opera di standardizzazione. Dopo le misure delle banane e quelle dei preservativi, insomma, altri standard europei sono in arrivo per bottiglie, bicchieri, flaconi, cassette per la frutta e vasetti per lo yogurt.

Ma, attenzione, cito testualmente: “This measure introduces targets for reuse systems and refill operations as a percentage of sales with reusable/refillable packaging and aim to reflect both: the proportion of reusable items sold and their durability, i.e., the number of uses/rotations of a multiple use (MU) packaging. The targets will be imposed on the economic operator placing the respective products on the market” (corsivo mio). Ossia, ogni operatore commerciale dovrà tenere registri per quantificare il prodotto complessivamente erogato (es. gli ettolitri di caffè somministrato da un bar in un anno, o di vino venduti da un’enoteca), e quanto di questo è stato venduto utilizzando involucri riutilizzabili, tenendo conto di quante volte ciascun contenitore verrà effettivamente riutilizzato.

Bontà sua, in considerazione dell’onerosità degli adempimenti burocratici (che vengono menzionati ma non quantificati), la proposta apre alla possibilità di esentare gli operatori al di sotto di una certa dimensione (per bar e ristoranti si parla di micro-aziende e punti vendita con superficie inferiore ai 100 mq).

Il rivenditore x potrà quindi assolvere al suo obbligo anche se l’imballo viene riconsegnato all’operatore y. Non è chiaro come si farà a verificare che ciascuno abbia assolto al suo obbligo, se non ipotizzando un sistema centralizzato di raccolta di queste informazioni, complesso, costoso e vulnerabile agli abusi.

Detto di cosa si tratta, perché il 20 e non il 2 o il 90%? La Commissione afferma di aver voluto ricercare un compromesso tra la necessità di assicurare una massa critica ai settori economici che nasceranno intorno a queste nuove misure – aziende specializzate nel raccogliere e ricondizionare bottiglie, tazze e bicchieri, ad esempio, o nel produrre contenitori ricaricabili e dispenser – e la necessità di tener conto anche di quelle attività economiche che non possono prescindere dalla somministrazione in involucri monouso.

 

Imballare necesse?

Un altro esempio è costituito dalla misura M7, relativa alla messa al bando degli imballaggi “non necessari”. Cosa ciò significhi di preciso non si dice, salvo elencare a titolo esemplificativo una serie di casi: dalle boccette di shampoo degli hotel alle bustine di salsa di soia del take away cinese, e in generale tutte le intercapedini vuote “tese a suggerire che l’involucro contenga più prodotto di quanto ve ne è realmente” – a meno che ciò non serva a mantenere integro il prodotto salvandolo dagli urti, a nessuno infatti piace mangiare biscotti sbriciolati e mele ammaccate.

Chi stabilisce cosa sia o non sia “necessario”, ovviamente, non è dato di sapere; il timore è che davvero si intenda procedere con un lungo elenco di divieti ad hoc per questo o quel particolare prodotto monouso, con elevato rischio che nell’elenco, come avviene spesso in questi casi, finiscano soprattutto alcuni prodotti emblematici ma non risolutivi, nella classica logica del capro espiatorio.

La misura è associata e complementare alla M2b, che prevede un target nazionale di riduzione del 19% rispetto alla baseline (ossia, rispetto al valore che il modello “inerziale” prevede per il 2030, cfr. oltre), o equivalentemente del 5% rispetto al 2018. Misura che la stessa Commissione ritiene “ambitious”, ma giudica imprescindibile, e per questo appunto intende facilitarla fornendo esempi di imballi monouso da mettere al bando, o rendendo obbligatoria l’adozione da parte delle grandi imprese di piani per la gestione dei propri rifiuti, inclusi quelli generati nella fase post-consumo.

 

In medio stat virtus

Il pacchetto è stato variamente contestato, sia per la rigidità dell’approccio – che propone di estendere a tutti gli stati membri una soluzione unica, modellata sui paesi del Nord Europa – sia per il dirigismo nemmeno tanto latente, in contrasto stridente con i principi della concorrenza sottostanti il mercato unico.

Ma le critiche, anche dure, non hanno finora scalfito le certezze della Commissione, che le restituisce al mittente trincerandosi dietro al ponderoso “studio di impatto” che è stato realizzato per argomentare la scelta di questo rispetto ad altri scenari possibili, dal “do nothing” alla dittatura gretathumberghiana.

Lo “studio di impatto” (IA) che la Commissione ha effettuato – rectius: fatto effettuare, su questo torneremo dopo – non è una di quelle letture che uno di solito si tiene sul comodino. Migliaia di pagine scritte in un gergo ostico, pieno di sigle e di numeri, con un apparato monumentale di riferimenti e fonti, che scoraggerebbero anche i più motivati. Eppure vale la pena di analizzarlo, perché estremamente rivelatore.

L’approccio ricorda un po’ il metodo del “poliziotto buono e del poliziotto cattivo”. Vengono esaminati tre scenari, uno inutilmente blando e fatto solo di misure soft (“opzione 1”), uno severo ai limiti del visionario (“opzione 3”), cosicché emerge la superiore saggezza dell’aurea mediocritas, “the preferred option”. In parallelo viene svolta un’approfondita consultazione degli stakeholder, dalla quale la Commissione emerge nuovamente come saggio mediatore tra le istanze radicali dei talebani (quelli per cui le misure non sono mai abbastanza) e quelle dei settori economici coinvolti, che immancabilmente ne lamentano l’irrealizzabilità, il velleitarismo, le ricadute sui posti di lavoro e sul PIL.

Trattandosi di un provvedimento il cui fine è accelerare la transizione verso la neutralità climatica, il primo e più importante impatto da considerare dovrebbe essere quello ambientale. Quanto, e in che modo, le misure previste nel nuovo Regolamento impatteranno sulle emissioni climalteranti e su altre matrici di impatto ambientale? Quali sacrifici vengono richiesti, e a fronte di quali benefici? La risposta è sorprendentemente fumosa.

 

Zero virgola

Già chi si fosse cimentato nell’analisi del precedente “circular economy package” del 2018 avrebbe potuto scoprire, ben nascosto dentro migliaia di pagine di supercazzole con scappellamenti variamente orientati, che il beneficio ambientale marginale – aggiuntivo, cioè, rispetto alla piena attuazione delle norme già in vigore – era quantificabile in circa il 5% in meno di emissioni di gas serra dell’UE. Meglio che niente, ma certo un po’ pochino rispetto ai trionfalistici annunci, anche senza considerare che l’UE da sola conta solo l’8% delle emissioni globali.

Qui, invece, si inizia con l’identificare un “baseline scenario” – il mondo come diventerebbe se l’UE non intervenisse. Ovviamente, sarebbe un mondo fosco e sull’orlo del precipizio climatico. Le ipotesi alla base di questa previsione lasciano invero perplessi: si basano su una semplice estrapolazione lineare delle tendenze osservate dal 2006 a oggi nella generazione di rifiuti, con una complessa ricostruzione imballaggio per imballaggio, senza ulteriori ipotesi a sostegno e ignorando tutti gli studi effettuati finora da qualsivoglia soggetto: una scelta che viene motivata con il desiderio di essere imparziali rispetto alle fonti di questi studi, spesso prodotti da associazioni di categoria o imprese, certamente legittima, altrettanto certamente arbitraria.

Niente di male ad utilizzare ipotesi arbitrarie – qualunque modello lo fa – ma sarebbe necessario quanto meno svolgere un’analisi di sensibilità rispetto a possibili ipotesi alternative. Si aggiunga che molti studi indipendenti mostrano che, in realtà, la dinamica della produzione di rifiuti non è affatto lineare, e almeno nei paesi sviluppati si è progressivamente “disaccoppiata” dalla crescita economica, tant’è che da tempo la produzione pro-capite si è stabilizzata. Se gli imballaggi conosceranno una crescita nei prossimi anni questo potrebbe essere dovuto, semmai, a modificazioni strutturali dello stile di vita, ad esempio per via di una crescente diffusione del commercio elettronico o del food delivery.

Cosicché, il modello prevede che la quantità di rifiuti da imballaggio pro-capite, che dal 2006 al 2018 è passata da 161 a 174,5 kg/anno, aumenti a 208,5 nel 2030 e addirittura a 244,6 nel 2040. Aumenterebbero in particolare carta e cartone (+43,7%), plastica (+98,6%) e legno (+40,3%). Come quantità totale si passerebbe dagli attuali 78 a 107 Mt/anno; sono cresciuti dell’11% dal 2006 al 2018; secondo il modello, crescerebbero al 2040 addirittura di un altro 37% rispetto al 2018.

Per tradurre la quantità totale di rifiuti da imballaggio in emissioni si tiene conto di un certo aumento del riciclo e di una certa diminuzione del ricorso alla discarica, in ossequio alle norme varate nel Circular Economy Package del 2018 (che richiede un riciclo minimo del 65% del totale dei rifiuti urbani, un ricorso alla discarica non superiore al 10%, e target più sfidanti per determinati flussi prioritari, imballaggi inclusi). Le ipotesi dell’IA sono che, per gli imballaggi, si passi dall’attuale 66,5% al 69,6% di riciclo, sebbene il CEP preveda obiettivi molto più alti per ciascuna delle varie frazioni. Alla base di questa ipotesi conservativa c’è la previsione che non tutti gli stati membri raggiungeranno gli obiettivi già fissati – un’ipotesi plausibile, ma certo discutibile.

Nel 2018, le emissioni stimate dovute agli imballaggi erano 59 Mt di CO2. Da allora hanno conosciuto una riduzione nel 2020 (causa pandemia) e si sono poi attestate più o meno sul valore precedente. Il modello prevede tuttavia che da qui al 2030 esse si incrementeranno a 66 Mt, per raggiungere addirittura 93 Mt nel 2040 – altra previsione che sembra esagerata. Ad ogni modo, per avere un ordine di grandezza, si ricordi che le emissioni totali dell’intera UE nel 2018 ammontavano a 3.065 Mt: come dire che gli imballaggi causano solo l’1,6% delle emissioni totali.

Grazie alle misure contenute nella “preferred option”, queste si ridurrebbero a 43 (16 in meno di oggi, ma 23 in meno rispetto all’ipotetico valore previsto per il 2030). Si ipotizza in questo caso che le misure adottate siano pienamente efficaci, e che i target fissati verranno raggiunti. Si noti che queste sono le riduzioni dovute all’intero pacchetto; isolando solo quelle relative al riuso e riutilizzo (misure M2b. M7 e M8b), queste pesano per circa il 57% del totale, poco più di 9 Mt.

 

“Come se fosse antani”

È tanto? È poco? Con un tarapia tapioco prematurato degno del Conte Mascetti, l’IA tenta di convincerci che è tanto, evidenziando che si tratta “del 42% delle emissioni totali dell’Ungheria”: ma che c’entra l’Ungheria? Che senso ha comparare un dato alla scala continentale con quello di un Paese scelto a caso e che rappresenta l’1,66% delle emissioni totali dell’UE? Forse serve a nascondere il fatto che i 16 Mt corrispondono allo 0,52% delle attuali emissioni dell’intera Unione? Che i 9 Mt in meno dovuti alle misure su reuse/refill pesano solo per lo 0,29%?

Disaggregando ulteriormente, si scopre poi (European Commission 2022, pag. 50) che buona parte della riduzione di emissioni dovute al primo gruppo di misure (M2b, M7, M8b) derivano in realtà dagli imballaggi secondari e terziari – quelli utilizzati nelle fasi “all’ingrosso”, che da soli fanno circa il 73% della riduzione complessiva. Dei 18 Mt di imballaggi in meno rispetto alla baseline (dato teorico, come si è detto), ben 7,6 Mt sono dovuti agli imballi di cartone per il trasporto, altri 4 Mt ai pallet e 1,5 Mt ai rivestimenti in plastica: fanno 13,1 Mt in totale. Solo 1,7 Mt sono dovute alla riduzione di contenitori per bevande (9,4%), e 3,2 Mt al resto (17,8%). Cioè, dalle misure relative alla prevenzione dei rifiuti urbani (contenitori per bevande riutilizzabili, bando alle plastiche monouso) il modello si attende il 27% di quello 0,29%, ossia una riduzione delle emissioni complessive a livello europeo pari allo 0,08%.

Ci si chiede, in buona sostanza, di rivoluzionare le nostre abitudini, scardinare un’industria del riciclo che ha raggiunto livelli invidiabili di efficienza, dedicare un tempo imprecisato a lavare contenitori, restituire bottiglie vuote, stoccare in casa imballaggi usati, rinunciare a tutte le comodità che l’imballaggio consente (fare la spesa meno spesso, conservare i cibi più a lungo, proteggerli da urti e ammaccature, ordinare pasti a domicilio); si chiede agli esercenti commerciali la messa in opera di una rendicontazione kafkiana e un apparato di controllo orwelliano: tutto questo per ridurre le nostre emissioni di un misero 0,08%, che sarebbe ancora meno se, in realtà, il trend fosse stato sovrastimato, i livelli di riciclo sottostimati, il successo delle misure inferiore al previsto?

È tanto? È poco? Pare che in un’intervista il Conte Mascetti abbia dichiarato che è pur sempre pari al 24% delle emissioni totali del Lussemburgo. Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus.

 

Pecunia non olet

Come in ogni “analisi multicriterio” che si rispetti, le questioni ambientali sono separate da quelle economiche, cosicché l’analisi costi-benefici vera e propria fa riferimento solo alle grandezze effettivamente e direttamente riconducibili alla sfera economica (tabella 3). Tra i costi vengono considerati quelli per mettere in opera i sistemi di riuso; tra i benefici il risparmio di spesa per la produzione di imballaggi e le materie prime, oltre alla minore “contaminazione” dei flussi, in particolare quelli dei rifiuti organici. Dei circa 53 miliardi di € di benefici netti, ben 51 sono dovuti al “risparmio per il minor consumo di imballaggi”, mentre i minori costi per lo smaltimento sarebbero equivalenti ai maggiori costi per realizzare i sistemi di riuso e di riconsegna.

Qui il ragionamento non torna: ci si sta dicendo, in buona sostanza che coscientemente stiamo buttando via ogni anno 51 miliardi di €, che la saggia Commissione Europea ci farà invece risparmiare, costringendoci a fare a meno di qualcosa che non ci serve, e che finora abbiamo quindi utilizzato per pura pigrizia mentale. La quintessenza dello spreco. Un comportamento stupido, nel senso di Cipolla: nuociamo all’ambiente nuocendo pure alle nostre tasche.

Non sarà per caso che quei 51 miliardi di € corrispondono ai servizi che ciascuno di noi ottiene da quegli imballaggi – dalla conservazione e porzionamento del cibo al poter fare acquisti da casa, dall’ordinare la cena a domicilio a comperare la frutta senza doverla pesare indossando quei fastidiosi guanti da supermercato – e quindi li spendiamo volentieri perché vi è associato un valore? Siamo proprio certi che gli imballaggi siano sempre e del tutto inutili?

Intendiamoci, la nostra esperienza quotidiana è piena di esempi in cui in effetti si eccede in imballaggi non necessari: ma come si fa a distinguere, e soprattutto a chi spetta di farlo? È immaginabile che un Regolamento unico da Capo Nord a Lampedusa possa stabilire una volta per tutte cosa è “necessario”?

Ad ogni modo, se le cose stessero davvero così, perché allora scartare il terzo scenario – quello che contiene misure ancora più radicali – visto che, come mostra la tabella 3b, esso consentirebbe ulteriori riduzioni di costo (per 8,5 Mdi) e benefici ambientali (per altri 2 Mdi)? Forse perché l’IA non ce lo dice, ma in realtà ci sono un sacco di altri costi che andrebbero considerati, e invece restano fuori dal conteggio?

Tabella 3 – Valutazione monetaria dei costi e dei benefici: opzione 2 e opzione 3 (M€)

Tabella 3a: Opzione 2

Prevention and reuse

Recyclable and compostable

Recycled content

Enabling measures

TOTAL

 

M2b, M5, M7, M8b

M21, M22a, M22b

M29d

M35em

Ma&b

 
             

Sistemi di riuso (a)

4.090

       

4.090

Contaminazione del rifiuto organico (b)

   

-122

   

- 122

Sistemi DRS (c)

- 429

13

   

939

523

Riduzione degli imballaggi nuovi (d)

- 52.218

-426

734

232

- 51

- 51.729

di cui: materie prime

- 11.078

290

380

231

- 51

- 10.228

di cui: gestione RU

- 4.221

93

- 79

   

- 4.207

IMPATTO ECONOMICO NETTO (a+b+c+d)

- 48.557

-413

612

232

888

- 47.238

IMPATTI AMBIENTALI

- 3.662

- 1.533

-175

- 710

- 309

-6.389

IMPATTI TOTALI

- 52.219

- 1.946

437

- 478

579

- 53.627

 

Tabella 3b: Opzione 3

Prevention and reuse

Recyclable and compostable

Recycled content

Enabling measures

TOTAL

 

M2b, M5, M7, M8b

M21, M22a, M22b

M29d

M35em

Ma&b

 
             

Sistemi di riuso (a)

 4.765

       

 4.765

Contaminazione del rifiuto organico (b)

   

-188

   

- 188

Sistemi DRS (c)

- 160

11

   

932

783

Riduzione degli imballaggi nuovi (d)

- 59.911

-982

 948

700

- 49

- 59.294

di cui: materie prime

- 12.875

- 613

542

700

 

- 12.246

di cui: gestione RU

- 4.852

 143

- 171

 

- 49

- 4.929

IMPATTO ECONOMICO NETTO (a+b+c+d)

- 55.306

-971

 760

700

883

- 53.934

IMPATTI AMBIENTALI

- 4.902

- 1.334

-546

-1.225

- 299

-8.306

IMPATTI TOTALI

- 60.208

- 2.305

 214

- 525

584

- 62.240

Fonte: Proposta di Regolamento, Studio di impatto

Un’altra ipotesi discutibile è quella di considerare come semplice partita di giro – quindi da elidere nel calcolo – il fatto che dalle misure proposte alcuni settori economici guadagneranno (in termini di occupazione e valore aggiunto) mentre altri perderanno terreno: scelta che nasconde in realtà profonde implicazioni distributive, penalizzando in particolare quei paesi – come l’Italia – che negli anni passati hanno investito, con successo, nell’industria del riciclo e dovrebbero smantellare sistemi consolidati e ormai entrati a pieno regime per sostituirli con sistemi di vuoto a rendere tutti da inventare.

La DG Ambiente rivela qui la natura dirigista del suo approccio alla politica industriale, incrinando i principi di “neutralità tecnologica” che ispirano i trattati europei (Portonera, 2022). La Corte di Giustizia europea ha già da tempo consolidato il principio secondo cui è ammesso derogare ai principi della libera concorrenza, a patto che venga dimostrato il superiore beneficio ambientale – su questa base, ad esempio, una celebre sentenza stabilì il diritto dei danesi a istituzionalizzare l’obbligo di vuoto a rendere per le bottiglie di birra, anche se ciò obiettivamente avvantaggiava il produttore nazionale, Heineken, la cui quota di mercato consentiva maggiori economie nella gestione del take-back. Occorre però che di vantaggio ambientale si tratti, con assoluta evidenza; mentre considerazioni legate agli ipotetici risparmi economici o nuovi posti di lavoro generati non dovrebbero avere peso. Nulla infatti legittima lo stato membro – e ancor meno la Commissione – a privilegiare la tecnica o il prodotto x rispetto a y, solo per il fatto che (in teoria) x fa risparmiare.

A parte, viene offerta anche una valutazione in termini monetari dei miglioramenti ambientali, stimati con un approccio standardizzato (“benefit transfer”) utilizzando parametri monetari desunti da precedenti studi: così per CO2 e per gli inquinanti locali.

I miglioramenti ambientali valgono circa 6,3 miliardi di €. Poco più della metà (3,3 Mdi) sono conseguenza dei target di riuso e riutilizzo, la restante parte è l’effetto delle misure volte a rendere riciclabili o compostabili tutti gli imballaggi (1,7 Mdi) e i target di contenuto di materiali riciclati (0,7 Mdi).

 

L’”European reference model” per la valutazione delle politiche dei rifiuti

Ora, premesso che se una cosa mi fa risparmiare davvero lo decido io sulla base dei prezzi effettivi con cui mi confronto giornalmente, e non un modello pieno di ipotesi ad hoc, cerchiamo di conoscere un po’ meglio questo “modello di riferimento” (reference model) sulla cui base vengono elaborati gli scenari discussi nello studio.

Il “reference model” fu commissionato a un pool di società di consulenza e centri di ricerca, e fu utilizzato in particolare per analizzare gli impatti del “circular economy package” del 2018. Da allora la Commissione ha smesso di finanziarne l’aggiornamento, ritenendolo non più meritevole del notevole investimento richiesto. Essendo incaricate del nuovo studio di impatto le medesime società di consulenza che lo avevano costruito, il modello è stato tuttavia adattato per quest’occasione e impiegato per computare i costi delle diverse opzioni.

Non esiste una pubblicazione che ne descriva la struttura, le ipotesi sottostanti, le formule. Per lo meno io, dopo lunghe ricerche, ho dovuto arrendermi. Circola sotto forma di foglio excel, scaricabile da internet, unitamente a un manuale che assiste l’utilizzatore nell’uso, per il resto è una “black box”. A parte qualche lavoro accademico, non mi risultano studi ufficiali che se ne siano serviti, se non nell’ambito di consulenze attribuite al medesimo consulente che lo ha sviluppato.

Per ricostruirne il funzionamento un bravo hacker dovrebbe districarsi tra fogli nascosti, formule invisibili, parametri contenuti in tabelle con centinaia di righe e colonne.

 

Riciclo europeo, anzi belga

Ma, qua e là, qualche informazione si trova. In una delle corpose appendici, per esempio, si trova che il costo delle attività di riciclo viene ipotizzato essere pari a “quello attualmente sostenuto dai sistemi di filiera già consolidati”, salvo poi, per semplicità, sceglierne uno soltanto, quello belga. Il valore medio del costo per tonnellata (raccolta? effettivamente riciclata? riciclata come? al lordo o al netto dei ricavi ottenuti vendendo i materiali riciclati e l’energia eventualmente recuperata?) viene preso per buono per tutta l’Europa, il che già lascia perplessi. Ma soprattutto, si ipotizza che questo costo per tonnellata riciclata sia invariante rispetto alle quantità raccolte ed effettivamente riciclate. Il costo è lo stesso, cioè, se si ricicla il 10%, il 50% o il 90% degli imballaggi, ignorando il fatto che anche questa, come molte altre attività economiche, è fatalmente soggetta a rendimenti decrescenti.

Quanto ai sistemi di vuoto a rendere e all’utilizzo di imballaggi ricaricabili, la metodologia impiegata (descritta solo in termini qualitativi) consiste in un modello costruito a tavolino, e applicato caso per caso. Vengono calcolati i costi di gestione della raccolta e del ritiro (es. bicchieri e bottiglie utilizzate nei luoghi pubblici), trasporto al centro di ricondizionamento, operazioni di ricondizionamento (rimozione etichette, lavaggio, verifica integrità) e reimmissione sul mercato. Complessivamente, il modello stima un costo pari a 4-7 €C per contenitore, che si suppone vengano internalizzati nel prezzo di mercato, per un totale di poco più di 4 miliardi di €. Una bottiglia di plastica vuota costa all’imbottigliatore circa 50 €C o meno, dunque l’incidenza sarebbe almeno di un 10% circa.

Ma sono ipotesi tutte da verificare sul campo, richiedendo questi sistemi una complessa logistica, presumibilmente site-specific, che dipende dalle distanze, dalla densità urbana, dalle dimensioni dei punti vendita e da una miriade di altri fattori. Su questa stessa base sono misurati i nuovi posti di lavoro creati e le emissioni associate alle fasi di ricondizionamento e, soprattutto, trasporto.

Nulla viene poi detto dei costi impliciti, ma non per questo meno concreti, cui i cittadini andranno incontro per provvedere a tutte le operazioni di lavaggio, stoccaggio e restituzione dei contenitori, se non che si ipotizza siano “minimali” e pertanto non modellati.

Lo studio presenta una cospicua indagine svolta consultando vari operatori, stakeholder e addetti ai lavori, ma omette di chiedersi se per caso una simile rivoluzione degli stili di vita sia gradita ai cittadini, se i cittadini la seguiranno obbedienti oppure – verosimilmente – la boicotteranno. Eppure per accertarsene bastava svolgere un banale choice experiment – tecnica largamente utilizzata in tutto il mondo per conoscere la “disponibilità a pagare” dei cittadini per questo o quel miglioramento della qualità dei servizi pubblici o dei beni ambientali, del costo di poche migliaia di euro.

Similarmente, non vengono computati i costi che gli operatori dovranno sostenere per le pratiche burocratiche connesse – ma per lo meno, gli addetti alle medesime non vengono conteggiati come “nuovi posti di lavoro”.

 

Per andare dove vogliamo andare, da che parte dobbiamo andare?

A conclusione dell’immane lavoro, out of the blue, arriva la sintesi, la cui apoditticità risulterà più evidente riportandola per esteso:

“Moving towards a more circular economy within packaging would deliver benefits such as empowering consumers, reducing negative impacts on the environment and human health, improving the security of the supply of raw materials (including a reduction in using fossil resources), increasing competitiveness, stimulating innovation and boosting economic growth. The proposed measures will stimulate the creation of jobs linked to the circular economy, including those that involve e.g., the creation of new business models for reuse systems, better recycling and sorting management as well as reverse logistics, R&D and innovation, sustainable product design, digitalisation, but also education, government and professional services, that all support the transition towards circular economy by reducing packaging and waste generation. Furthermore, the preferred option will reduce hazardous chemicals in packaging and phase out unsustainable packaging such as single use hotel ‘miniatures’ for liquid hair shampoo or single use multi-item collation packaging for fresh vegetables. Finally, it will change consumer behaviour, allowing citizens to make sustainable choices by providing them with relevant information and affordable options. It will also nudge consumers towards more environmentally friendly purchases by correcting market failures”.

Si noti che, a parte la stima dei posti di lavoro (circa 1,3 milioni di posti “full time equivalent” nei sistemi di riuso, stimati con il modello a tavolino descritto poc’anzi, ai quali andrebbero tuttavia sottratti quelli perduti nelle industrie degli imballaggi, non conteggiati) nessuna di queste affermazioni trova riscontro nelle migliaia di pagine di simulazioni e studi a supporto. Nulla che dimostri la maggiore sicurezza degli approvvigionamenti (non mi sembra che gli imballaggi contengano litio e cobalto, del resto), nulla che permetta di sostenere che l’economia europea sarà più competitiva, né che le “sostanze pericolose” contenute nel packaging spariranno o che vi saranno miglioramenti per la salute umana. È semmai evidente l’intento maieutico intriso di paternalismo, la crociata contro l’odiata boccetta dello shampoo (lo porteremo da casa, ammesso che ce lo lascino nel bagaglio a mano), il fideismo da mantra religioso, la smania di raddrizzare il legno storto.

Se qualcosa viene evidenziato dall’analisi, necessariamente rapida, svolta in questo articolo, è semmai che i benefici delle misure del “pacchetto” sono ampiamente aleatori. Le misure più controverse, come i target quantitativi di riuso, sono anche le più aleatorie, ma pur con le incertezze di cui si è detto il loro impatto aggiuntivo sembra poco più che trascurabile.

Se proprio la Commissione ritiene indispensabile facilitare il riuso e ridurre l’”usa e getta”, sarebbe preferibile per lo meno adottare approcci più flessibili e meglio adattabili alle singole realtà. L’obiettivo nazionale potrebbe essere declinato in termini di risultato finale (riduzione complessiva delle emissioni legate al ciclo degli imballaggi), lasciando gli stati membri liberi di decidere se farlo attraverso la prevenzione, il riciclo o finanche il recupero energetico.

 

Standard per i dati, libertà per le scelte

Andrebbero standardizzati piuttosto i metodi di calcolo dei risparmi, e certamente favorita la diffusione delle informazioni (ben venga la standardizzazione delle etichette, ad esempio). Ben venga la spinta verso l’impiego di materie seconde (contenuto minimo di materiali riciclati nel prodotto immesso sul mercato; green procurement). Ben venga anche rafforzare il potere di scelta del consumatore, premiando chi è nelle condizioni di utilizzare contenitori ricaricabili o raccogliere e restituire bottiglie. Lo si faccia pure rendendo obbligatorio offrire l’opzione per chi lo desidera, o penalizzando economicamente chi non se ne avvale, ma all’insegna della maggiore libertà di scelta, e non dell’uniformità.

Un sistema di tassazione delle emissioni legate al packaging potrebbe utilmente supportare queste misure, anche se è utile ricordare che le filiere del packaging sono già assoggettate al sistema di emission trading (ETS); eventualmente si potrebbe aggiungervi provvedimenti ad hoc per penalizzare – anche con accise appropriate – gli imballaggi “non necessari” – sebbene qui sia in agguato il rischio del “capro espiatorio” sopra richiamato.

Può essere utile armonizzare i criteri per calcolare i contributi che le imprese pagano ai vari sistemi di filiera, in modo che siano proporzionali all’effettiva riciclabilità e riutilizzabilità, integrandoli con una tariffa inversamente proporzionale al riciclo effettivo. Si facilitino, laddove possibile, ma senza renderli obbligatori, i sistemi di deposito cauzionale per incoraggiare la restituzione dell’imballo integro – sarebbero le varie filiere a valutare l’opportunità di istituire propri sistemi “duali” alimentati dal deposito cauzionale.

Si istituisca pure un meccanismo di multe automatiche per gli stati membri inadempienti, proporzionale al gap tra i risultati raggiunti e il target assegnato.

Dopodiché, la necessità di “armonizzare” comportamenti, stili di vita e modelli commerciali dell’intero continente appare quanto meno dubbia; ancor più dubbio è che il modello cui guardare sia per forza sempre quello nordico.

 

Specchio delle mie brame

Senza addentrarci oltre nell’analisi, rimane forse da dire qualcosa di più sostanziale sul metodo. Da 25 anni, le politiche ambientali europee in materia di rifiuti vengono decise sulla scorta di studi che la Commissione affida a consulenti esterni. Sempre gli stessi. Tra questi spiccano la britannica Eunomia, la danese COWI, l’olandese Arcadis, la francese Milieu. La prima soprattutto. Italia non pervenuta, ma questo sarebbe il meno.

Lungi da me esprimere giudizi meno che lusinghieri sulla qualità e sulle competenze di questi soggetti. Si tratta di vere e proprie multinazionali della ricerca applicata, con una massa critica di contratti che permette loro di assoldare professionisti preparati e di investire tempo e risorse nello sviluppo di modelli.

È anche per certi versi comprensibile che i rapporti tendano a cristallizzarsi, non fosse altro che per le evidenti “economie di apprendimento” che i consulenti possono ottenere, sviluppando e raffinando progressivamente i propri strumenti di analisi, formando persone, raccogliendo e sistematizzando basi di dati, consolidando expertise. Onestamente, se dovessi raccomandare qualche nome alternativo avrei non poche difficoltà.

Purtuttavia, siccome a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina, è difficile non essere rosi da qualche dubbio. Non è che il “modello di riferimento” finisce per dirci quello che discende dalle ipotesi su cui è basato, che a loro volta sono figlie dei presupposti – diciamo pure dei pregiudizi, delle ossessioni, delle ideologie, quando non dei precisi interessi – del committente? Da molto prima che si conoscessero i risultati dell’IA, la Commissione non aveva fatto mistero dei suoi orientamenti – basta scorrere i documenti di lavoro, le comunicazioni e le prese di posizione dei funzionari europei, che almeno da 20 anni richiamano costantemente il dogma della “gerarchia”. La “strategia sulla plastica”, che conteneva tra l’altro la messa al bando dei prodotti monouso, era già stata delineata nel 2018, ben prima quindi che l’IA potesse validarla (European Commission, 2018).

La complessità dell’IA, mentre stordisce l’interlocutore con la quantità e la meticolosità del lavoro svolto, non può anche non intimidirlo, sommergendolo sotto una valanga di numeri che scoraggiano ogni critica: chi mai potrà rispondere nel merito con argomenti altrettanto solidi e fondati e con analisi altrettanto approfondite e accurate?

 

Il punto di equidistanza tra l’industria e il minestrone

Il fatto poi che il consulente rimanga sempre il medesimo lo “condanna”, in un certo senso, ad assecondare il committente, dicendogli quello che vuole sentirsi dire; e quando il dato sostanziale – quello 0,08% di cui si parlava poc’anzi, ad esempio – non è onestamente esaltante, lo si abbellisce diluendolo dentro un mare di altre informazioni. Lo si presenta sotto una luce che ne ingigantisca l’importanza – come il riferimento alle emissioni dell’Ungheria. Si esagerano ad arte i temuti effetti del “do nothing”, in modo da far risaltare i benefici dell’agire. Oppure ancora, si aggregano i pacchetti di misure, lasciando nell’ombra il contributo addizionale di ciascuna, e presentandole come un tutto unico e inscindibile. O, infine, si eleva al rango di “stakeholder”, con diritto di essere ascoltata nel processo di consultazione, ogni tipo di istanza, compresa quella dei lanciatori di minestrone, in modo che risalti la superiore saggezza del punto di mezzo. Qualche ribelle in via d’estinzione, per cui il cilicio non è mai abbastanza stretto, si troverà sempre.

Se poi si aggiunge che tra i committenti abituali di Eunomia troviamo Zero Waste Europe, ossia una delle più influenti e agguerrite ONG ambientaliste, che hanno fatto ad esempio della guerra agli impianti di termovalorizzazione uno dei principali cavalli di battaglia, si rafforza il sospetto che, sotto sotto, ma nemmeno tanto sotto, a guidare l’approccio della Commissione ci sia un “imprinting” ben chiaro. Quello stesso imprinting che finora ha fatto sì che la Commissione si opponesse con tutte le sue forze all’inclusione del waste to energy nella tassonomia degli investimenti sostenibili,  col risultato di cristallizzare un mercato in cui vi è un eccesso di capacità in Nord Europa e un deficit nel sud e nell’est, e quindi creando le condizioni per un flusso continuo di rifiuti destinati all’incenerimento verso gli impianti tedeschi, svedesi e soprattutto olandesi, con somma gioia degli operatori di quei Paesi (l’ultimo dei quali solo per pura casualità, ne sono certo, coincide con il Paese di origine del Vicepresidente Esecutivo per il Green Deal Europeo).

 

Il catalogo è questo

Cosa direbbe il lettore se, poniamo, la politica macroeconomica del governo venisse guidata da “studi di impatto” realizzati da un unico consulente privato, fosse pure il migliore del mondo, sempre lo stesso, che opera con modelli proprietari e opachi, e magari pure di parte? O se le sue scelte su temi come la salute o la scuola venissero sistematicamente indirizzate dalle indicazioni fornite da studi realizzati da un unico centro di ricerca?

Potremmo dire, a mo’ di conclusione: madama, veramente … in questo mondo … conciossiachequandofosseché … il quadro non è tondo ...

 

 

Riferimenti bibliografici