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2022-07-06 21:30

Clima: Leggere i Dati, Diffidare delle Interpretazioni

ASTROLABIO SCIENZE

di: 
G. Alimonti, L. Mariani, F. Prodi, R.A. Ricci

“Gli eventi meteorologici estremi dovuti ai cambiamenti climatici di origine antropica sono in drammatico aumento per intensità e per frequenza”. Siamo talmente abituati a quest’affermazione, ripetuta dai media e posta alla base di ogni politica pubblica nazionale e internazionale, da dare per scontato che essa sia stata dimostrata scientificamente. In realtà, non è la prima volta che il significato dei rapporti scientifici realizzati dagli scienziati dell’IPCC, il foro scientifico dell’ONU sul riscaldamento globale, viene “forzato” dai comunicati stampa con cui gli stessi rapporti vengono divulgati. Così, a noi, è sembrato interessante l’articolo scientifico pubblicato su The European Physical Journal Plus a gennaio, in cui quattro scienziati italiani verificano l’affermazione in base ai dati e le elaborazioni originali della letteratura recente. L’abbiamo tradotto e lo proponiamo ai lettori in forma integrale. Ci rimane un dubbio: ma perchè solo a noi è venuta questa curiosità?


Una Valutazione Critica delle Tendenze degli Eventi Estremi in Tempi di Riscaldamento Globale

di Alimonti, G., Mariani, L., Prodi, F., & Ricci, R. A.

Traduzione in lingua italiana dell’opera originale in lingua inglese: “A critical assessment of extreme events trends in times of global warming” Alimonti, G., Mariani, L., Prodi, F., & Ricci, R. A. The European Physical Journal Plus, 137, 13 Gennaio 2022. Editore: Springer Nature. (https://doi.org/10.1140/epjp/s13360-021-02243-9)*

 

Abstract

L’articolo passa in rassegna la bibliografia recente sulle serie temporali di alcuni eventi meteo-climatici estremi e di alcuni indicatori di risposta ad essi relativi, al fine di comprendere se sia rilevabile un aumento di tali eventi in termini di intensità e/o frequenza. I più significativi cambiamenti globali negli estremi climatici si riscontrano nei valori annuali delle ondate di calore (numero di giorni, massima durata, calore accumulato), mentre i trend globali dell’intensità delle ondate di calore non sono significativi. L'intensità giornaliera e la frequenza delle precipitazioni estreme sono stazionarie nella maggior parte delle stazioni meteorologiche e una sostanziale stazionarietà mostrano le serie storiche dei cicloni tropicali e dei tornado negli USA mentre rimane da chiarire l'impatto del riscaldamento globale sulla velocità del vento in superficie. L'analisi viene poi estesa ad alcuni indicatori di risposta globale agli eventi meteorologici estremi ovvero disastri naturali, inondazioni, siccità, produttività dell'ecosistema e rese delle quattro colture principali (mais, riso, soia e grano). Nessuno di tali indicatori manifesta tracce evidenti di eventuali trend positivi degli eventi estremi. In conclusione, sulla base dei dati osservativi, la crisi climatica che secondo molte fonti staremmo oggi vivendo, non è ancora evidente e di questo dovrebbero tenere conto le strategie di adattamento e mitigazione.

 

Introduzione

La temperatura media della superficie del nostro pianeta è aumentata di circa 1°C rispetto all'era preindustriale e vari studi evidenziano variazioni di nuvolosità, precipitazioni, umidità relativa e velocità del vento. Questo articolo passa in rassegna la bibliografia recente su alcuni eventi meteorologici estremi al fine di comprendere se le loro serie storiche pongano in luce un aumento di intensità e/o frequenza.

Secondo il glossario dell’IPCC AR5 [1], un evento meteorologico estremo è un evento raro in un determinato luogo e periodo dell'anno. Anche se le definizioni di evento raro variano, si può in prima istanza considerare raro un evento meteorologico che ricade al di fuori dell’intervallo fra 10° e 90° percentile, collocandosi dunque nelle code della distribuzione statistica che lo caratterizza. Quando un andamento meteorologico estremo persiste per un tempo sufficientemente lungo (ad esempio una stagione) si parla di evento climatico estremo e cioè in grado di produrre per una data variabile un valore medio o totale che è esso stesso estremo (ad esempio, siccità o piovosità estrema su una stagione).

Gli eventi meteorologici estremi oggetto di questa trattazione si manifestano all'interno del sistema climatico, un sistema di grande complessità che comprende cinque sottosistemi (atmosfera, criosfera, litosfera, idrosfera e biosfera) e che ha come tre pilastri fondamentali (i) l’equilibrio energetico fra i fotoni provenienti dal sole e fotoni emessi dalla Terra verso lo spazio, (ii) l’effetto serra e (iii) la circolazione atmosferica e oceanica. Il sistema climatico è messo in moto dallo squilibrio energetico originato dall’ineguale distribuzione spaziale dell'energia solare che arriva al suolo alle diverse latitudini e nelle diverse stagioni. Tale ineguale distribuzione attiva la circolazione atmosferica e oceanica, responsabili della ridistribuzione energetica latitudinale e zonale. Per maggiori dettagli si rimanda al documento didattico e al rapporto presentato al congresso SIF 2020 da uno degli autori [2, 3].

 

Osservazioni di eventi meteorologici estremi

Parlando di eventi meteorologici estremi, è importante sottolineare la differenza tra (i) l’evidenza statistica di un eccesso di eventi con caratteristiche date e (ii) l’attribuzione all’uomo su base probabilistica di tale eccesso: tali due aspetti hanno una valenza epistemologica assai diversa. Mentre infatti l'evidenza statistica si basa sull’analisi statistica di serie storiche volta ad evidenziarne le tendenze evolutive nel tempo, l'attribuzione di un fenomeno a cause naturali o antropiche si basa su modelli probabilistici e fa affidamento su simulazioni che difficilmente riproducono l’intera gamma di variabili attive alle diverse scale.

Ad esempio, la velocità del vento misurata da stazioni meteorologiche di superficie nel periodo 1973–2019 mostra un trend leggermente negativo per tutte le regioni del mondo in termini di frequenza dei venti estremi (velocità > 10 m/s). Tra le possibili cause vi sarebbero le variazioni nella circolazione atmosferica a macroscala, l’aumento della scabrezza superficiale, le modifiche alla strumentazione, la variazione nell’intervallo temporale di misurazione, l’inquinamento atmosferico e l’aumento nella variabilità spaziale della temperatura dell'aria in prossimità della superficie [4]. Tali possibili cause agiscono a scale diverse e i meccanismi sottesi probabilmente variano spazio-temporalmente, il che rende l'attribuzione molto incerta. In ragione di ciò Zeng et al. [5] concludono che la relazione tra le oscillazioni oceano-atmosfera, il riscaldamento antropico e l'impatto sulla variabilità della velocità del vento in superficie rimane tutt’ora poco chiara, rappresentando in sostanza un problema scientifico aperto.

L’affidabilità delle osservazioni di eventi estremi dipende dalla qualità e dalla quantità dei dati, che variano tra le regioni del globo e per i diversi tipi di eventi estremi e variabili meteorologiche coinvolte. A questo proposito, è innanzitutto necessario sottolineare la difficoltà nel reperire serie temporali affidabili di dati globali, per cui ci si deve spesso limitare ad osservazioni effettuate in aree in cui storicamente i fenomeni sono stati meglio osservati e registrati ed in cui i dati sono dunque ritenuti più affidabili e rappresentativi.

Nel complesso, come riportato dall'IPCC [6], i cambiamenti globali più consistenti negli estremi climatici si osservano nelle misurazioni giornaliere della temperatura, comprese le ondate di calore. L'analisi globale condotta da Perkins-Kirkpatrick e Lewis [7] ha mostrato, per il periodo 1951–2017, un aumento significativo dei valori annuali dei giorni con ondata di calore, della durata delle ondate di calore e del calore cumulato in tali eventi, mentre i trend globali dell'intensità delle ondate di calore non sono significativi. Anche le precipitazioni estreme appaiono in aumento ma con una variabilità spaziale molto accentuata e i trend osservati nelle siccità sono tuttora incerti salvo che in alcune regioni. A partire dagli anni '70 sono stati osservati aumenti apparentemente significativi nella frequenza e nell'attività dei cicloni tropicali nell'Atlantico settentrionale mentre limitate sono le prove a favore di cambiamenti negli estremi associati ad altre variabili atmosferiche dalla metà del XX secolo.

Mentre l'aumento della frequenza e della persistenza delle ondate di calore può essere facilmente spiegato con l'aumento delle temperature globali, l'aumento osservato dei cicloni tropicali nel Nord Atlantico, oltre ad avere ragioni poco chiare, come afferma l'IPCC [6], sembra essere un fenomeno locale e, come sostenuto dalla NOAA, sostanzialmente dovuto al miglioramento nei sistemi osservativi, come sarà meglio evidenziato nel paragrafo dedicato a questo tipo di fenomeni. In altre aree del pianeta si osserva una diminuzione dei fenomeni stessi ed in altre ancora non si osserva alcun trend, per cui i trend globali sono sostanzialmente stazionari.

Riguardo all'apparente aumento dei danni economici causati dagli eventi estremi, ci viene ancora una volta in aiuto l'IPCC [8], organismo che assume una posizione molto cauta, sostenendo che l'aumento nell'esposizione di persone e dei beni è stata la principale causa dell'aumento a lungo termine delle perdite economiche dovute a disastri meteorologici e climatici. Le tendenze a lungo termine delle perdite per catastrofi, normalizzate per tenere conto dell'aumento della ricchezza e della popolazione, non sono state finora attribuite al cambiamento climatico, anche se non viene escluso che il cambiamento climatico possa avervi giocato un ruolo.

Uno studio dettagliato della correlazione tra vulnerabilità e ricchezza [9] conclude che i risultati mostrano una chiara tendenza decrescente della vulnerabilità sia umana che economica, con tassi di mortalità e perdite economiche che manifestano rispettivamente un calo di 6,5 e quasi 5 volte dal 1980–1989 al 2007–2016. Inoltre, la correlazione fra vulnerabilità e ricchezza è negativa nel senso che la più alta vulnerabilità si osserva per le classi di popolazione con reddito più basso.

Nei paragrafi successivi verranno presi in considerazione alcuni degli eventi meteo-climatici estremi più significativi e se ne analizzerà l’andamento nel tempo a scala globale ovvero nelle aree per le quali le serie storiche relative ai singoli fenomeni sono ritenute sufficientemente attendibili.

 

Gli uragani

I cicloni tropicali, alias uragani, sono tempeste in rapida rotazione che hanno origine negli oceani tropicali da dove traggono l'energia per svilupparsi. I cicloni tropicali presentano un centro di bassa pressione e sistemi nuvolosi disposti a spirale intorno all’'"occhio" centrale che si caratterizza per vento debole e assenza di nubi. I cicloni tropicali hanno un diametro medio di 200–500 km e nei casi estremi raggiungono i 1000 km, e sono accompagnati da venti molto violenti, piogge torrenziali, onde alte e, in alcuni casi, mareggiate distruttive e inondazioni costiere. I cicloni tropicali presentano venti che spirano in senso antiorario nell'emisfero settentrionale ed in senso orario nell'emisfero meridionale e per scopi di sicurezza pubblica vengono loro attribuiti nomi quando superano una certa forza. Negli ultimi 50 anni, quasi 2000 disastri naturali sono stati attribuiti ai cicloni tropicali ed hanno provocato la morte di diverse centinaia di migliaia di persone causando perdite economiche per oltre 1400 miliardi di dollari [10].

L'effetto degli uragani sulla circolazione globale è rilevante, come evidenziato da studi che mostrano una significativa riduzione dell’intensità della Corrente del Golfo in occasione del passaggio degli uragani su di essa [11]. Tali analisi, effettuate nel Nord Atlantico nel 2017, sono di rilevante importanza perché ogni anno in tutto il mondo si osservano 80-100 tempeste tropicali e circa la metà di esse raggiunge la forza di uragano mentre una percentuale più piccola, circa un quarto, raggiunte la forza di uragano violento.

Il termine generico di "ciclone tropicale" può essere utilizzato per descrivere tempeste tropicali, uragani e tifoni. La maggior parte dei cicloni tropicali completa il proprio ciclo vitale senza raggiungere la terraferma. Ciò nondimeno la minoranza che raggiunge la terraferma causa danni catastrofici e perdite in vite umane alle nazioni costiere, Stati Uniti d’America inclusi.

Storicamente, circa il 60% di tutti i danni economici causati da disastri nel mondo è la conseguenza degli uragani negli Stati Uniti [12] e oltre l'80% di questi danni proviene da grandi uragani. Non sorprende quindi che gli uragani attirino tanto interesse e che siano un elemento centrale nel dibattito sulle politiche di mitigazione ed adattamento al cambiamento climatico.

Ad oggi, le osservazioni globali non mostrano trend significativi sia nel numero che nell'energia accumulata dagli uragani, come evidenzia la Fig. 1 e come affermano diversi articoli specifici per gli USA [13], che riportano serie storiche che hanno inizio oltre 160 anni fa, o per altre regioni del globo [14, 15].

Figura 1: Andamento storico della frequenza dei Ciclone Tropicali (sopra) e dell'energia accumulata ([16]; dati aggiornati da http://climatlas.com/tropical/)

Particolare attenzione dev’essere prestata al fatto che l'IPCC evidenzia un forte aumento nella frequenza e nell'attività dei cicloni tropicali nell'Atlantico settentrionale. Al riguardo si deve tuttavia considerare che l’analisi delle serie temporali di oltre 100 anni relative all'attività degli uragani atlantici eseguite dalla NOAA [17] evidenzia che le serie storiche dal 1878 ad oggi relative a tempeste tropicali ed uragani mostrano una pronunciata tendenza all’aumento; questa tendenza tuttavia si associa a un basso numero di rapporti di navigazione atlantica durante il periodo più remoto, il che in sostanza significa che se le tempeste successive al 1965 si fossero ipoteticamente verificate durante i decenni precedenti, un numero considerevole di tali tempeste non sarebbe stato probabilmente osservato dalla rete osservativa navale.

Pertanto, dopo aver normalizzato le serie temporali per tenere conto delle minori capacità di monitoraggio tipiche del passato, rimane solo un lieve trend positivo per le tempeste tropicali dal 1878 al 2006 ed i test statistici indicano che tale trend non è statisticamente significativo.

Inoltre, Landsea et al. [18] hanno osservato che la tendenza all'aumento del numero di tempeste tropicali atlantiche è quasi interamente dovuto all'aumento delle tempeste di breve durata (< 2 giorni), che essendo caratterizzate da una minore possibilità di incontri casuali con navi in navigazione sono probabilmente quelle più trascurate nelle serie storiche non recenti.

Se guardiamo agli uragani nel bacino atlantico, piuttosto che a tutte le tempeste tropicali, il risultato è simile: il numero di uragani riportato negli anni '60 e '80 dell'Ottocento era simile a quello di oggi e ancora una volta non c'è una tendenza positiva significativa da quel momento. Le prove di un trend positivo sono ancora più deboli per gli uragani che colpiscono le coste degli Stati Uniti, i quali mostrano una tendenza leggermente negativa dalla fine del 1800.

Le serie storiche a lungo termine degli uragani atlantici e di alcuni indici ad essi relativi sono raccolte in Fig. 2 [17]: si noti che mentre le temperature medie dell'Atlantico tropicale e la SST (Sea Surface Temperature, temperatura marina di superficie) mostrano tendenze all’aumento pronunciate e statisticamente significative (curve con riempimento in verde), la serie degli uragani che hanno colpito la costa degli USA (curva con riempimento in arancione) non mostra un trend significativo. Il record nel numero di uragani non normalizzato (curva blu) mostra un aumento significativo degli uragani atlantici dall'inizio del 1900 ma se tale dato si normalizza in base alla stima delle tempeste che non hanno raggiunto la terraferma e che non sono verosimilmente state monitorate dai naviganti nell’era pre-satellitare, non si registra un aumento significativo degli uragani atlantici dalla fine del diciannovesimo secolo (curva con riempimento in rosso).

Figura 2: Andamento storico degli indicatori normalizzati della zona tropicale atlantica dal 1880 ad oggi

Sebbene dall'inizio degli anni '70 vi siano stati aumenti nel numero di uragani che hanno colpito la costa degli Stati Uniti e che hanno interessato il bacino atlantico, la Fig. 2 mostra che questi recenti aumenti non sono rappresentativi del comportamento osservato nelle serie storiche secolari. In sintesi, dunque la serie storica della frequenza degli uragani nell'Oceano atlantico non fornisce prove convincenti di un aumento significativo a lungo termine indotto dal riscaldamento globale.

La NOAA [17] afferma dunque che è prematuro concludere con grande sicurezza che l'aumento dei livelli di gas serra in atmosfera indotto dalle attività umane ha avuto un impatto rilevabile sull'attività degli uragani del bacino atlantico.

Indipendentemente dalla capacità scientifica di trarre conclusioni sugli effetti dei cambiamenti climatici sugli uragani, possiamo essere certi che gli uragani continueranno a verificarsi e a devastare le regioni costiere e che un modo collaudato e pratico per prevenire perdite in vite umane e danni ai beni è introdurre standard edilizi adeguati e mantenere un elevato livello di vigilanza su tali fenomeni.

 

Tornado

Un tornado [20] è una struttura vorticosa che si estende dalla base di cumulonembi temporaleschi alla superficie e che si rivela sufficientemente intensa da causare danni a beni e persone.

La scala Fujita avanzata esprime l'intensità dei tornado in sei categorie da zero a cinque [21]. Sia i temporali multicella che quelli supercella sono in grado di produrre tornado, ma i supercella sono di gran lunga i più pericolosi: oltre il 20% dei tornado supercella è potenzialmente in grado di causare danni catastrofici da EF-4/EF-5 [22].

Gli Stati Uniti hanno una serie temporale di tornado molto lunga che si rivela adatta per l'analisi delle tendenze. Come riportato sul sito web della NOAA [19, 23] e ribadito anche dall'IPCC nei suoi rapporti [8], una delle principali difficoltà legate ai tornado è che un evento può essere inserito in una serie storica di tornado solo se è stato osservato direttamente o se sono state rilevate tracce del suo passaggio (es: tracce di torsione su radici e chiome degli alberi o segnaletica stradale). I tornado hanno una durata molto breve e sono essenzialmente imprevedibili per cui se un tornado si verifica in un luogo disabitato è improbabile che venga documentato: è quindi probabile che in passato molti tornado significativi negli Stati Uniti non siano stati rilevati poiché l'area interessata dalle loro traiettorie era scarsamente popolata nella prima parte del secolo. Tuttavia, negli ultimi decenni, grazie all'aumento della presenza di radar Doppler, alla crescita della popolazione e alla maggiore attenzione alla reportistica di diversa origine (fotocamere dei cellulari, remote sensing da satellite) si è assistito ad un aumento del numero di segnalazioni sui tornado, il che può creare la fuorviante apparenza di una crescente frequenza di eventi. Si deve inoltre considerare che le serie temporali in Fig. 3 [24], evidenziano che l'aumento del numero di tornado dal 1950 è quasi interamente dovuto a eventi deboli (EF0 e EF1 nella scala Fujita avanzata) che nel passato sfuggivano in vari casi all'osservazione e che oggi sono più facilmente individuabili. Al contrario, i tornado da forti a violenti (categorie da EF-3 a EF-5 della scala Fujita avanzata), e che con ogni probabilità erano efficacemente segnalati anche prima dell'era del radar Doppler, non mostrano alcun aumento nel tempo. 

Figura 3: Conteggio annuale di tutti i tornado (in alto) registrati negli Stati Uniti e (in basso) solo di quelli più forti.Fonte: dati NOAA tracciati utilizzando il layout proposto da [24])

Alla domanda se i cambiamenti climatici influenzino il verificarsi dei tornado, la NOAA risponde che al momento non è possibile fornire una risposta e che sono necessarie ulteriori ricerche poiché questi eventi interessano aree molto piccole, il che rende difficili le osservazioni e la modellazione. La proiezione dell'influenza futura del cambiamento climatico su questi eventi può anche essere complicata dal fatto che alcuni dei fattori di rischio possono aumentare con il cambiamento climatico, mentre altri possono diminuire.

Questo perché i tornado sono fenomeni meteorologici di brevissima durata, che si collocano su scale temporali di secondi e minuti e su scale spaziali ridotte. Al contrario, le tendenze climatiche dispiegano i loro effetti su intervalli di tempo molto più ampi (anni, decenni o millenni) e interessano vaste aree del globo.

Inoltre, i modelli climatici non sono in grado di risolvere tornado o singoli temporali. Possono indicare cambiamenti su larga scala in tre dei quattro ingredienti che favoriscono forti temporali (umidità, instabilità e wind shear), ma la presenza di alcuni fattori favorevoli non garantisce una maggior frequenza di tornado. La nostra comprensione fisica indica segnali contrastanti: in un mondo più caldo alcuni ingredienti possono aumentare (instabilità), mentre altri possono diminuire (wind shear). L'altro ingrediente chiave (storm lift) e, a vari livelli, umidità, runaway e wind shear, dipendono principalmente dai modelli giornalieri e spesso anche dal clima locale minuto per minuto.

L'equazione di Clapeyron indica che il global warming registrato dai termometri (aumento della temperatura dell'aria a due metri dal suolo di 7 decimi di grado per secolo) si traduce in un contenuto atmosferico più elevato in vapore acqueo, ma è difficile mettere questo aumento in relazione ai fenomeni convettivi la cui variabilità nel corso dei decenni è l'effetto di una vasta gamma di fattori.

 

Precipitazioni globali ed eventi precipitativi estremi

Le precipitazioni sono un segmento chiave del ciclo energetico e della materia del nostro pianeta [25]. Infatti, l'acqua evaporata dalle superfici oceaniche e traspirata dalla vegetazione terrestre assorbe grandi quantità d’energia sotto forma di calore latente ed è un vettore fondamentale per il trasporto di energia latitudinale e longitudinale [26]. Inoltre, il vapore acqueo è il principale gas serra essendo responsabile del 51% dell'intero effetto serra del nostro pianeta [27]. In questo contesto, le precipitazioni liberano l'energia veicolata dall'atmosfera e contemporaneamente modulano l'effetto serra agendo sul tempo di permanenza del vapore acqueo nell'atmosfera [28].

I dataset osservativi globali indicano un aumento delle totali precipitazioni annue che a prima vista appare coerente con l'aumento delle temperature globali e il conseguente aumento dell'acqua precipitabile immagazzinata nel giacimento atmosferico. A sostegno di questo giudizio, sono state analizzate le serie temporali annuali 1901–2018 delle precipitazioni globali dal set di dati Hadex3 [29] delle precipitazioni derivate da osservazioni giornaliere in situ: il diagramma in Fig. 4 mostra che le precipitazioni globali sono in aumento a partire dagli anni 1970.

Figura 4: Anomalia globale delle precipitazioni annue (differenza in mm dalla media 1961-1990). 

Può essere interessante chiedersi se tale aumento si sia tradotto in un incremento negli eventi precipitativi estremi, con un effetto simile a quello registrato per le ondate di calore, aumentate di frequenza a seguito dell'aumento delle temperature globali. A tal fine è importante affermare che esistono molte definizioni possibili per gli eventi precipitativi estremi: dai tempi di ritorno agli approcci basati sul superamento di soglie prefissate agli indici di intensità e durata. Inoltre, gli eventi precipitativi estremi possono anche essere indagati su un'ampia gamma di scale spaziali e temporali [30]. La nostra analisi si concentrerà principalmente sulle precipitazioni massime giornaliere per le stazioni terrestri osservate a livello globale e per grandi regioni, perché (1) le serie storiche di dati sub-giornalieri sono spesso troppo brevi o di qualità insufficiente e (2) i cambiamenti degli estremi sub-giornalieri emergono più lentamente di quelli per gli estremi quotidiani [31].

Per una corretta interpretazione dei dati sulle precipitazioni estreme, è inoltre necessario tenere conto del fatto che la loro analisi è fortemente influenzata dall’accuratezza delle misure di precipitazione, un aspetto questo che va oltre gli scopi di questo lavoro, ma che dovrebbe essere sempre considerato in quanto la qualità del dato rimane un problema rilevante e ciò anche perché le misure di precipitazione sono difficilmente omogeneizzabili in virtù dell’elevata variabilità spaziale e temporale. È probabile, dunque, che le serie pluviometriche globali siano affette da disomogeneità derivanti, ad esempio, dai cambiamenti nel tipo di strumentazione utilizzata per misurare le precipitazioni poiché pluviometri diversi hanno accuratezze diverse [32, 33]. Inoltre, il sensore dei pluviometri automatici (meccanici o elettronici) è costituito da un bilanciere dotato di due tazze che vengono riempite alternativamente dall’acqua piovana. Tale meccanismo può essere bloccato da una vasta gamma di fattori come l'accumulo di terra o la presenza di nidi di insetti. In questi casi il valore registrato è 0 anche in presenza di pioggia, il che rende gli strumenti intrinsecamente imprecisi.

Per quanto riguarda l'intensità delle precipitazioni giornaliere estreme, Papalexiou e Montanari [34] hanno analizzato le precipitazioni estreme nel periodo 1964-2013 su un totale di 8730 stazioni. L'analisi mostra un aumento di intensità nel 12,9% (tra 11,7 e 13,9%) delle stazioni a livello globale e un calo nel 9,8% (tra 9 e 11,4%), mentre il 77,3% delle stazioni non presenta trend significativi.

Questi dati confermano sostanzialmente quelli presentati da Westra et al. [35], che hanno analizzato le tendenze delle precipitazioni massime giornaliere annuali globali per il periodo dal 1900 al 2009 (110 anni in tutto). L’analisi è stata riferita a un totale di 8326 stazioni di terra che i ricercatori hanno ritenuto di “alta qualità” ed ha portato a concludere che il 2% delle stazioni presenta una diminuzione significativa delle precipitazioni estreme, l'8% un aumento significativo e il 90% non presenta alcuna tendenza significativa.

I risultati di questa analisi sono stati recentemente confermati dall’analisi di trend delle precipitazioni massime annue di un giorno presentati dallo stesso gruppo di ricercatori [32] e riferite al periodo 1950–2018. Da tale analisi è emerso che:

  • Per il periodo 1950-2018, il 9,1% delle stazioni mostra una tendenza all'aumento statisticamente significativa, che è molto più alta di quanto ci si potrebbe aspettare in presenza di un fenomeno casuale. Al contrario, la percentuale di stazioni che mostrano un trend decrescente statisticamente significativo è solo del 2,1% circa
  • Per l'area mediterranea, solo il 4,7% delle stazioni manifesta un trend crescente statisticamente significativo, mentre il 3,8% mostra un trend decrescente significativo (Fig. 5)
  • Il Nord Europa è l’area del pianeta che mostra il più elevato eccesso di stazioni con andamento positivo (14,4%) rispetto a quelle con andamento negativo (1,2%) (Fig. 5).

Figura 5: Percentuale di stazioni con tendenze stazionarie, in aumento statisticamente significative e in diminuzione statisticamente significative nei massimi annuali di precipitazioni in un giorno sulla base del test di Mann-Kendall durante il periodo 1950-2018. Trattamento effettuato su dati da [32]

I risultati per il Nord Europa e l'area del Mediterraneo sono coerenti con l'attuale fase climatica caratterizzata da valori dell’indice NAO (North Atlantic Oscillation) positivi che determinano un'intensificazione delle grandi correnti occidentali che guidano i sistemi frontali verso il Nord Europa [36] mentre il Mediterraneo dovrebbe essere meno interessato dal tracciato delle perturbazioni.

La stazionarietà negli eventi pluviometrici estremi evidenziata da Sun et al. [32] per l’aerale mediterraneo viene confermata per l'area italiana da un’indagine più approfondita condotta da Libertino et al. [37] i quali considerano la piovosità massima per periodi di 1, 3, 6, 12 e 24 ore per il periodo 1928–2014 che vede almeno 50 stazioni attive simultaneamente ogni anno. Sono state selezionate solo serie temporali con almeno 30 anni di dati continui o discontinui per un totale di 1346 stazioni. I risultati portano gli autori a concludere che “Per quanto riguarda la frequenza degli eventi estremi, i risultati indicano che nessun trend è significativo, il che è compatibile con l'ipotesi di clima stazionario. […]. Per quanto riguarda l'intensità degli eventi, non è possibile rilevare a scala nazionale un chiaro trend per le precipitazioni estreme”. Il lavoro di Libertino et al. [37] è particolarmente interessante per l'Italia, che è area del mondo meglio conosciuta dagli autori, in quanto ha analizzato dataset giornalieri o orari raccolti dal Servizio Idrografico del Ministero dei Lavori Pubblici, che per circa un secolo ha raccolto dati in modo omogeneo e per l'intero territorio nazionale. Il Servizio Idrografico è stato purtroppo abolito nel 1998 e le sue competenze sono state trasferite alle Regioni, generando così 20 reti regionali, ciascuna con propri standard operativi. Citiamo questo esempio perché ci sembra emblematico della tendenza in atto a livello globale a moltiplicare le reti di misura operative, dando luogo a livelli di disomogeneità sempre più rilevanti. Questo è esattamente l'opposto di quello che occorrerebbe se ci si preoccupasse davvero dei trend climatici in atto, fenomeno la cui indagine si gioverebbe moltissimo di reti omogenee sull’intero pianeta, in analogia con quanto fatto nel caso del monitoraggio degli oceani con il sistema di boe ARGO.

La nostra review indica pertanto che mentre si osserva un incremento delle precipitazioni annue totali a livello globale, si osserva un aumento delle precipitazioni estreme per un numero limitato di stazioni e con forti differenze a livello regionale. L'assenza di trend generalizzati di crescita nelle precipitazioni estreme può essere spiegata dal fatto che la genesi di precipitazioni estreme richiede (1) la presenza di una rilevante fonte di umidità nello strato limite planetario , (2) la presenza di una morfologia del rilievo, di strutture circolatorie e di un profilo termico verticale favorevoli all'innalzamento della massa d'aria con sviluppo di nubi di spessore sufficiente (es. cumulonembi e nembostrati) e (3) caratteristiche microfisiche dei corpi nuvolosi favorevoli ad ingigantire le goccioline o i cristalli di ghiaccio in esse presenti.

 

Alluvioni e siccità

Alluvioni e siccità sono indicatori importanti di risposta a modifiche nel regime delle precipitazioni.

Per quanto riguarda le alluvioni si può affermare che, sebbene a livello globale si abbiano prove di un aumento delle precipitazioni annue totali, le prove corrispondenti per un aumento delle alluvioni rimangono sfuggenti e un lungo elenco di studi mostra poche o nessuna evidenza di un aumento dell’intensità delle alluvioni, con alcuni studi che offrono più prove di diminuzioni che di aumenti [38,39,40,41,42,43,44,45,46].

Alcune ragioni della diminuzione dell’intensità delle alluvioni sono elencate da Sharma et al. [47] che identificano la diminuzione dell'umidità del suolo antecedente, la diminuzione dell'estensione areale delle perturbazioni e la diminuzione dello scioglimento della neve tra i possibili meccanismi responsabili.

I risultati di vari studi paleo-idrologici fra cui quello di Wirth et al. [48], riferito alle Alpi Centrali indicano che la frequenza degli eventi alluvionali sull’Europa è stata significativamente inferiore nelle le fasi calde (es. Optimum climatico romano e Optimum climatico medievale) rispetto a quelle fredde (es. Piccola Era Glaciale). Questa evidenza è suffragata anche da un lavoro di un nutrito gruppo di climatologi storici, tra cui gli italiani Bertolin e Camuffo [49], nel quale si trova la seguente affermazione «le variazioni recenti nella frequenza delle piene non è eccezionale se confrontata con la frequenza delle alluvioni negli ultimi 500 anni e non mostra un andamento generale simile a quello evidenziato per le temperature dalla cosiddetta “mazza da hockey”. A una conclusione simile è giunto il progetto SPHERE che per il nord-est della Spagna ha dimostrato che gli eventi degli ultimi 400 anni hanno prodotto deflussi significativamente maggiori rispetto ai più grandi eventi alluvionali registrati nei periodi più recenti. Pertanto, lo studio delle alluvioni storiche consente di intraprendere un'analisi del rischio più completa e di pianificare un'adeguata protezione dalle piene».

L'evidenza di più eventi alluvionali durante la Piccola Era Glaciale è confermata anche da Wilhelm et al. [50], che esaminano le inondazioni nelle Alpi francesi mediterranee negli ultimi 1400 anni e trovano che le piogge e le inondazioni estreme sono meno comuni e meno estreme durante i periodi caldi rispetto ai periodi freddi. In particolare, gli autori riscontrano una bassa frequenza di inondazioni durante il periodo caldo medioevale ed eventi più frequenti e intensi durante la piccola era glaciale.

Yiu et al. [51], analizzando l'andamento delle piene in Boemia per i fiumi Elba e Moldava, hanno mostrato che frequenze e intensità delle grandi piene sono in generale diminuzione nel ventesimo secolo rispetto al diciannovesimo secolo, molto più esposto a questi fenomeni rispetto al ventesimo secolo e che ha fatto registrare eventi non hanno eguali nel secondo millennio. A conclusioni simili sono giunti Mudelsee et al. [52, 53] per Elba e Oder in Germania.

Diodato et al. [54] hanno ricostruito gli eventi idrologici dannosi (DHE) in Italia per il periodo ottobre-aprile, evidenziando che durante il periodo caldo medievale i DHE erano meno frequenti mentre gli eventi più frequenti e intensi prevalevano durante la piccola era glaciale (LIA). Infine, a partire dalla metà dell’Ottocento con l'uscita dalla LIA, si è osservato un declino del DHE, più spiccato negli ultimi decenni.

Sempre per l'Italia, un articolo di Taricco et al. [55] ricostruisce le portate del fiume Po negli ultimi 2200 anni, evidenziando portate molto basse fino al 1100, portate molto elevate durante la LIA con un massimo raggiunto intorno al 1500 ed una successiva diminuzione delle portate dopo il 1850.

In conclusione, sebbene a livello globale si osservi un aumento delle precipitazioni annue totali, ciò non si traduce in un aumento di intensità e frequenza delle alluvioni. Conclusioni simili sembrano essere raggiunte dalla bozza del report IPCC AR6 a oggi disponibile.

La siccità è un fenomeno complesso, difficile da definire e monitorare. A seconda delle variabili utilizzate per caratterizzarla e dei sistemi o settori interessati, la siccità può essere classificata come siccità meteorologica (scarsità di precipitazione), agricola (es: riduzione di resa delle colture o fallimento di colture per effetto di carenza idrica nel suolo), ecologica (stress idrico della vegetazione  che causa, ad esempio, la morte di piante arboree) o siccità idrologica (es: carenza idrica nei corsi d'acqua o in serbatoi quali invasi  naturali o artificiali,  lagune e falde acquifere).

L'IPPC a pagina 44 del report AR5 [6] scrive che "la tendenza globale all’aumento della siccità a partire dagli anni '70 non è più supportata" e diversi studi non mostrano alcun aumento dei principali indici di siccità a livello globale [56, 57].

Hao et al. [58] hanno analizzato le serie temporali relative al periodo 1982–2012 del Global Integrated Drought Monitoring and Prediction System (GIDMaPS) che utilizza tre indicatori di siccità per il monitoraggio e la previsione e cioè lo Standardized Precipitation Index (SPI), lo Standardized Soil Moisture Index (SSI) e l'indice di siccità standardizzato multivariato (MSDI), ove SPI e SSI sono indicatori rispettivamente di siccità meteorologica e agricola. Utilizzando tali indicatori, gli autori evidenziano la tendenza al ribasso della percentuale di superficie interessata dalla siccità (Fig. 6).

Figura 6: Frazione della superficie globale delle terre emerse in condizioni di siccità D0 (debole), D1 (moderata), D2 (grave), D3 (estrema) e D4 (eccezionale) [58]

Conclusioni simili sono state raggiunte per la siccità meteorologica e idrologica dal rapporto IPCC AR6 oggi disponibile, mentre maggiori preoccupazioni sono espresse con riferimento alla siccità ecologica ed agricola. Su quest’ultimo tema Kogan et al. [59] hanno analizzato le tendenze globali della siccità agricola utilizzando il metodo Vegetation Health (VH) basato su dati satellitari relativi al periodo 1981–2018. I loro risultati mostrano che per l'intero globo, gli emisferi e i principali paesi produttori di grano (Cina, USA e India) la siccità non si è intensificata ed espansa, mentre l'anomalia della temperatura globale è aumentata. La conclusione degli autori è che, poiché la siccità non si è intensificata e espansa durante la recente fase di riscaldamento globale, è probabile che la sicurezza alimentare nei prossimi anni rimanga su livelli prossimi a quelli del decennio più recente.

Occorre peraltro evidenziare che un fattore di notevole importanza per la siccità agricola, che viene spesso trascurato nelle analisi, è il fatto che il consumo idrico delle colture è direttamente proporzionale alla quantità del prodotto finale. Ad esempio, a seconda della varietà, il mais necessita da 370 a 910 kg di acqua per ogni kg di sostanza secca prodotta, il frumento da 590 a 1700 e il riso da 635 a 1700 [60]. Se pertanto si considera che le rese globali in t/ha di mais, frumento, riso, soia e orzo sono mediamente aumentate del 217-297% dal 1960 ad oggi (vedi paragrafo successivo) anche il consumo idrico di tali colture deve aver seguito un aumento simile.

Inoltre, per quanto riguarda la siccità ecologica devono essere considerati due fenomeni contrastanti che agiscono sui consumi idrici della vegetazione naturale:

  • Incrementi dei consumi alle latitudini medio-alte per effetto dell'allungamento della stagione vegetativa dovuto all'aumento della temperatura globale [61]
  • Decrementi generalizzati dei consumi idrici causati da livelli di CO2 più elevati: un aumento dei livelli di CO2 atmosferica riduce il numero di stomi per unità di superficie fogliare (indice stomatico) riducendo i consumi idrici delle piante [62].

In conclusione, riteniamo che non vi siano prove che le aree interessate dai diversi tipi di siccità siano in significativo aumento.

 

Global greening e produzione agricola globale

La produttività degli ecosistemi naturali è un importante indicatore di risposta ai cambiamenti nelle variabili meteorologiche (temperatura, precipitazioni, radiazione solare globale, ecc.). Da questo punto di vista si può affermare che la biomassa vegetale globale è aumentata in modo significativo negli ultimi decenni con un fenomeno noto come global greening e che indica il notevole aumento della produttività degli ecosistemi (agricoli e naturali) evidenziato ad esempio attraverso il monitoraggio satellitare [63]. La review di Walker et al. [64] evidenzia che alla base di questo fenomeno globale vi è l'aumento della concentrazione di CO2 atmosferica da cui deriva l’incremento della fotosintesi a livello fogliare e l'efficienza intrinseca nell'uso dell'acqua. La risposta diretta a questi fenomeni è l'aumento della crescita delle piante, della biomassa vegetale e della sostanza organica del suolo. L'effetto finale è un trasferimento di carbonio dall'atmosfera ai sink vegetali e del terreno, con un rallentamento nel tasso di crescita della CO2 atmosferica.

I dati satellitari mostrano che il global greening interessa gran parte del pianeta [65, 66] con un arretramento generalizzato dei deserti (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali). La rilevanza del global greening è confermata da Campbell [67] che, utilizzando i record di solfuro di carbonile come proxy dell'attività fotosintetica, ha mostrato un aumento del 31% della produzione primaria lorda nel corso del ventesimo secolo. Inoltre, Wang et al. [68] hanno analizzato la produttività globale dell'ecosistema per il periodo 1982-2016 evidenziando che le anomalie positive più rilevanti si sono verificate in coincidenza con fasi a piovosità abbondante, il che mostra l'effetto della limitazione idrica sulla produttività dell'ecosistema.

Va inoltre notato che Zeng et al. [69], utilizzando un modello del ciclo del carbonio terrestre, hanno mostrato che l'agricoltura è responsabile del 50% circa dell'aumentato assorbimento di CO2, il che dimostra il ruolo eco-sistemico essenziale dell’agricoltura. L'attività agricola, infatti, emette solo una piccola frazione di quanto precedentemente assorbito con la fotosintesi in quanto ogni anno assorbe 7,5 GT di carbonio che salgono a 12 GT se si considerano anche i pascoli [70] mentre le emissioni complessive del settore agricolo ammontano a 1,69 ± 0,38 GT [71]. Di conseguenza, l'agricoltura emette il 14,1 ± 0,03% di quanto precedentemente assorbito.

La rilevanza del global greening è stata evidenziata dalla simulazione effettuata da un gruppo di ricerca australiano [72] con il modello CABLE (Community Atmosphere Biosphere Land Exchange) che simula l'andamento globale della produttività primaria lorda (GPP) dal 1900 al 2020 come risultato di (a) effetto fisiologico dell’incremento di assimilazione fotosintetica a livello fogliare (b) effetto legato all'aumento complessivo della massa fogliare e (c) effetto del cambiamento climatico. Complessivamente, l'aumento del GPP dal 1900 al 2020 è stimato al 30% mentre si stima che raggiungerà il 47% al raddoppio della CO2 (560 ppmv).

Anche se l'idea prevalente è che siamo di fronte a un fenomeno in complesso positivo che dimostra la grande capacità degli ecosistemi di adattarsi alla variazione delle forzanti naturali e antropiche, non dobbiamo trascurare che le risposte alla CO2 degli ecosistemi sono complesse o complicate da variazioni e interazioni di molteplici variabili. In relazione a ciò le prove di un incremento nel sink terreste del carbonio guidato dagli accresciuti livelli atmosferici di CO2 possono talora apparire contraddittorie [64]. Ad esempio, l’esaurimento estivo della riserva idrica dei suoli è anticipato dall’aumento primaverile della biomassa vegetale con conseguente aumento delle perdite evapotraspirative [61].

In ogni caso, il global greening è una sfida culturale che dovrebbe indurre a riflettere anche sulle implicazioni positive dell'aumento dei livelli atmosferici di CO2. A questo proposito, secondo i dati di Campbell et al. [67] e Haverd et al. [72], in assenza del global greening guidato dalla CO2 si avrebbe una diminuzione rilevante della produzione agricola con impatti negativi significativi sulla sicurezza alimentare globale. Mariani [73] ha quantificato tale diminuzione nel 18% della produzione agricola di mais, riso, frumento e soia in caso di ritorno della CO2 ai livelli preindustriali, risultato questo che è stato ottenuto con l’ausilio di un modello di simulazione dinamica della produzione agricola che non considera gli effetti negativi sulla resa delle colture di eventi estremi (siccità, eccesso di precipitazioni, gelate e ondate di calore).

Sulla base del trend negli eventi estremi, dei cambiamenti nel regime delle precipitazioni, dell'aumento delle temperature e dell'effetto di inquinanti come l'ozono, il sommario esecutivo di AR5 capitolo 7 [6] concludeva che "Gli effetti del cambiamento climatico sulla produzione agricolo-alimentare sono evidenti in diverse regioni del mondo (alta confidenza). Gli impatti negativi del trend climatico sono più comuni di quelli positivi”. Tale affermazione non considera tuttavia in modo adeguato seguenti due fattori:

  1. l'adattabilità del sistema agricolo globale frutto della sua estrema flessibilità che si esprime nella capacità di adottare rapidamente innovazioni nella genetica (nuove varietà più adatte all'ambiente) e nelle tecniche colturali (irrigazione, concimazione, diserbo, gestione di parassiti e patogeni, ecc.). Queste innovazioni tecnologiche sono il risultato dei grandi progressi nelle scienze agrarie avvenuti dall'inizio del XIX secolo e la cui diffusione si è accresciuta considerevolmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale [74]
  2. l'effetto di compensazione legato al fatto che l'agricoltura si svolge su un'area molto vasta (tutti i continenti tranne l'Antartide) che e interessa ambedue gli emisferi, garantendo così due raccolti all'anno. Ciò si traduce nel fatto, già evidenziato nel diciottesimo secolo da Adam Smith [75] e Giovanni Targioni Tozzetti [76], che in un certo anno le riduzioni della resa in una certa zona causata di eventi estremi (siccità, piogge eccessive, ondate di calore, ecc.) sono controbilanciate dagli incrementi di resa che si verificano in altri areali.

Il primo punto è oggi significativamente accentuato dal nostro potenziale tecnologico mentre il secondo è costantemente all'opera, come dimostrano gli incrementi della produzione agricola mondiale dal 1870 riportati da di Federico [77] e delle rese globali dal 1961 secondo le serie storiche della FAO. Dalle serie storiche della FAO sono riportate in figura 7 le serie storiche di resa dal 1960 per quattro colture (mais, riso, soia e frumento) responsabili del 64% dell'apporto calorico dell'uomo [78], [79].

Figura 7: Serie storica 1961–2019 delle rese medie globali (t/ha) per mais, riso, soia e frumento

Da tali serie si desumono sensibili trend lineari positivi e pari rispettivamente, al 3,3%, 2,4%, 2,6% e 3,8% annuo per le quattro colture sopra citate. A nostro avviso, i principali responsabili di questa tendenza sono il progresso tecnologico e la concimazione carbonica atmosferica da CO2. Il trend lineare che si coglie in tali serie storiche è stato sottratto ai dati, ottenendo i residui che sono l'espressione di fenomeni come gli eventi meteorologici estremi (ondate di calore, esplosioni di freddo, siccità, inondazioni e così via). L'analisi dei residui (materiale supplementare—Fig. S1) indica che gli scostamenti dall'andamento lineare non manifestano incrementi significativi negli ultimi anni, il che porterebbe ad escludere un aumento degli effetti di eventi estremi.

Circa poi gli effetti del cambiamento climatico su parassiti, patogeni e malerbe, Tek Sapkota, ricercatore sul tema dei sistemi agricoli e dei cambiamenti climatici presso l'International Maize and Wheat Improvement Center (CIMMYT), afferma che "In generale, un aumento del livello di temperatura favorisce la crescita e la distribuzione delle specie di parassiti fornendo un ambiente caldo e umido e fornendo l'umidità necessaria per la loro crescita". Lo stesso ricercatore afferma tuttavia che valori eccessivi di temperatura e precipitazione possono deprimere le popolazioni di parassiti e patogeni rallentandone la crescita e la riproduzione e distruggendone i propaguli sulle piante che li ospitano, il che risponde alla regola generale secondo cui la crescita di ogni specie vegetale e animale presenta un minimo, un optimum e un massimo con riferimento a qualunque variabile meteorologica.

 

Disastri naturali (i dati del CRED)

Altri dati di grande interesse ci vengono dall’analisi della serie storica dei disastri naturali raccolta nel dataset EM-DAT del CRED (Center for Research on the Epidemiology of Disasters) dell'Università Cattolica di Lovanio in Belgio.

Per essere registrato in questo set di dati, un evento deve avere una o più delle seguenti caratteristiche:

  • 100 o più persone sono state colpite dall'evento
  • 10 o più persone sono morte a causa dell'evento
  • È stato dichiarato lo stato di emergenza
  • Vi è stata una richiesta di assistenza internazionale

È evidente che, oltre all'intensità dell'evento preso in considerazione, entrano qui in gioco altri fattori, a causa del fatto che il livello di rischio di una popolazione umana con riferimento a qualsivoglia evento pericoloso (una pioggia estrema, temperature troppo basse o troppo elevate, ecc.) è frutto non solo dell’intensità e della durata dell’evento ma anche della vulnerabilità e dell’esposizione all’evento della popolazione stessa.

Ciò detto occorre osservare che i disastri naturali dal 1900 ad oggi, mostrati in Fig. 8, manifestano un numero molto ridotto fino alla metà del secolo scorso quando si osserva una crescita improvvisa che si interrompe verso la fine del XX secolo, per poi lasciare il posto a una tendenza segnata da una leggera diminuzione. Di fronte ad una tale tendenza sorge spontanea la seguente domanda: è possibile che i disastri naturali abbiano mostrato una crescita così drammatica dal 1950 alla fine del XX secolo? Va peraltro osservato che tale andamento è a prima vista “coerente” con l'aumento della temperatura globale del pianeta. Tale osservazione costituisce tuttavia una “falsa pista” in quanto il CRED In diversi suoi rapporti mette in guardia rispetto ad un'interpretazione esclusivamente climatologica dell'aumento degli eventi osservato fino alla fine del XX secolo: in particolare nel report CRED del 2004 [80] è scritto che la serie temporale in questione (Fig. 8 con dati fino al 2003) “potrebbe indurre a credere che i disastri si verifichino più frequentemente oggi che all'inizio del secolo. Tuttavia, raggiungere una tale conclusione basandosi solo su questo grafico sarebbe errato. In effetti, ciò che sta realmente mostrando la figura è l'evoluzione nel tempo della nostra capacità di monitoraggio degli eventi calamitosi”.

Figura 8: Diagramma del numero di disastri naturali dal 1900 ad oggi

Nel report del 2007 [81], il CRED scrive inoltre che “In effetti, giustificare esclusivamente con il cambiamento climatico la tendenza al rialzo dei disastri idrometeorologici e dei relativi impatti sarebbe fuorviante. … essendo uno dei principali fattori che contribuiscono all'incremento dei disastri verificatosi negli ultimi decenni la maggiore diffusione e il costante miglioramento delle informazioni relative ai disastri”. Tale indicazione è stata mantenuta anche in seguito [82] “Dal punto di vista dell'analisi dei disastri, la crescita della popolazione ed i modelli di sviluppo economico sono più importanti dei cambiamenti climatici o delle variazioni cicliche del tempo per spiegare la tendenza al rialzo. Oggi, non solo ci sono più persone in pericolo rispetto a 50 anni fa, ma il costruire nelle pianure alluvionali, nelle zone esposte ai terremoti e in altre aree ad alto rischio ha aumentato la probabilità che un pericolo naturale possa trasformarsi in una grave catastrofe”.

A sostegno di questa interpretazione vi è anche la crescita dei terremoti evidenziata in Fig. 9, che a quanto oggi ne sappiamo non ha nulla a che fare con il riscaldamento globale e che presenta un andamento temporale simile a quello di tutti gli altri disastri naturali.

Figura 9: Diagramma del numero di terremoti dal 1900 ad oggi 

Fonte: set di dati CRED—https://ourworldindata.org/

Ciò conferma, a nostro avviso, il fatto che che la ragione principale dell'aumento nel numero dei disastri naturali nella seconda metà del XX secolo risiede nella nostra crescente capacità di monitoraggio. Si noti peraltro che da quando tale capacità si è stabilizzata su un livello elevato (anni 80 del XX secolo) il numero dei disastri si è stabilizzato o è addirittura sceso, fenomeno del resto già osservato per uragani e tornado. La rendicontazione dei disastri naturali è migliorata perché i sistemi di protezione civile hanno raggiunto standard organizzativi elevati in molte parti del mondo ed allo stesso tempo sono migliorati i livelli di interconnessione con le organizzazioni internazionali, il che costituisce un elemento positivo che va ad onore delle nostre società e che ben di rado viene messo in evidenza dai media.

 

Conclusioni

Dalla Seconda guerra mondiale le nostre società sono progredite enormemente, raggiungendo livelli di benessere (salute, alimentazione, salubrità dei luoghi di vita e di lavoro, ecc.) che le generazioni precedenti non avevano nemmeno lontanamente immaginato. Oggi siamo chiamati a proseguire sulla strada del progresso rispettando i vincoli della sostenibilità economica, sociale ed ambientale con un rigore che è dettato dal fatto che il pianeta nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi di abitanti, peraltro sempre più inurbati.

Fin dalle sue origini, la specie umana si è confrontata con gli effetti negativi del clima, tant’è vero che la climatologia storica ha ripetutamente utilizzato il concetto di deterioramento climatico per spiegare l'effetto negativo sulla civiltà di eventi estremi (in primis le grandi siccità e le fasi climatiche fredde e molto piovose). Oggi ci troviamo di fronte ad una fase calda e, per la prima volta, abbiamo capacità di monitoraggio che ci consentono di valutarne in modo più oggettivo gli effetti.

Paventare un'emergenza climatica senza che questa sia supportata dai dati, significa alterare il quadro delle priorità con effetti negativi che potrebbero rivelarsi deleteri per la nostra stessa capacità di affrontare le sfide del futuro, dilapidando risorse naturali ed umane in un contesto economicamente difficile, ancor più negativo a seguito l'emergenza COVID. Questo non significa che non dovremmo fare nulla con riferimento al cambiamento climatico: dovremmo infatti lavorare per ridurre al minimo il nostro impatto sul pianeta e l'inquinamento dell'aria, delle acque e dei suoli. Indipendentemente dal fatto che riusciamo a ridurre drasticamente le nostre emissioni di anidride carbonica nei prossimi decenni, dobbiamo ridurre la nostra vulnerabilità agli eventi meteorologici e climatici estremi.

Lasciare il testimone ai nostri figli senza gravarli dell'ansia di trovarsi in emergenza climatica consentirebbe loro di affrontare le diverse problematiche in atto (energetiche, agro-alimentari, sanitarie, ecc.) con uno spirito più obiettivo e costruttivo che consente di ben ponderare le azioni da intraprendere al fine di evitare di sprecare le limitate risorse a nostra disposizione impegnandole in soluzioni costose ed inefficaci. Come evolverà il clima del ventunesimo secolo è un argomento soggetto a profonda incertezza. Dobbiamo aumentare la nostra resilienza a qualunque cosa il clima futuro ci riserverà.

Dobbiamo ricordare a noi stessi che affrontare il cambiamento climatico non è fine a sé stesso e che il cambiamento climatico non è l'unico problema che il mondo deve affrontare. L'obiettivo dovrebbe essere quello di migliorare il benessere umano nel XXI secolo, salvaguardando il più possibile l'ambiente e sarebbe sciocco non farlo: sarebbe come non prendersi cura della casa in cui siamo nati e cresciuti.

 

Traduzione

I traduttori non escludono la presenza di incoerenze della traduzione rispetto al testo originale in lingua inglese che in ogni caso costituisce il documento che fa fede.

 

Disponibilità dei dati

I dati che supportano i risultati di questo studio sono pubblicamente disponibili seguendo i link che sono stati specificati nell'articolo.

 

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