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2024-06-16 11:59

La Tassonomia, i Paradossi Ideologici e i Conti del Nucleare

DIBATTITO SULL’ENERGIA NUCLEARE

di: 
Luigi De Paoli

La tassonomia europea dovrebbe essere l’occasione per sgombrare il campo da ogni approccio di tipo ideologico – al nucleare ma anche alla decarbonizzazione – e a riprendere una discussione utile, basata sui dati di fatto. Ripubblichiamo, dalle pagine della Staffetta Quotidiana, un’interessante riflessione dell’autore, professore di economia dell’energia e dell’ambiente all’Università Bocconi

L'anno nuovo si apre per il nucleare con due notizie contrastanti: la Germania ha deciso di chiudere tre delle sue sei centrali nucleari ancora in esercizio, l'Unione Europea sembra orientata a includere nella tassonomia degli investimenti sostenibili anche l'energia nucleare. Queste notizie, oltre ad illustrare plasticamente i forti conflitti di opinione (e di interesse) esistenti in Europa, hanno rialimentato il dibattito sull'opportunità di ripensare al nucleare anche in Italia. Ma si tratta di una discussione accademica oppure di una prospettiva seria di ritornare all'uso dell'energia nucleare in Italia? La nostra opinione è che si tratti solo di una discussione accademica, ma non per questo irrilevante.

Molti ricorderanno che la decisione tedesca di abbandonare nell'arco di dieci anni la produzione nucleare arrestando tutti i 17 reattori allora in funzione fu presa pochi mesi dopo l'incidente alla centrale giapponese di Fukushima dell'11 marzo 2011 (vedi tab. 1).

Ma è probabile che pochi ricordino che, subito dopo quell'incidente, la cancelliera Merkel creò una “Commissione etica sulla fornitura sicura dell'energia” che in meno di due mesi, dall'8 aprile al 28 maggio, produsse il suo rapporto che raccomandava di chiudere tutte le centrali nucleari tedesche in un decennio e concludeva: “Ci sono fondate ragioni etiche per uscire dal nucleare il più rapidamente possibile; la Commissione ritiene che questo processo sia necessario e possibile attuando le misure (indicate)” e più oltre: “Per ragioni etiche le centrali nucleari dovrebbero continuare a funzionare solo finché l'elettricità che producono non potrà essere sostituita da centrali a minor rischio”. Dunque, l'abbandono del nucleare era richiesto da ragioni “etiche” e rinviato solo in attesa dell'arrivo di centrali a “minor rischio”.

Parlando di rischi, la Commissione Etica si concentrava soprattutto su quello degli incidenti ai reattori nucleari (come era logico all'indomani dell'incidente di Fukushima), ma citava anche i rischi delle scorie radioattive (“un rischio per l'eternità”) e quello della proliferazione nucleare. La Commissione concludeva che i due punti di vista possibili: quello “categorico” (alcuni rischi non devono essere accettati comunque) e quello “relativo” (bisogna fare un'analisi costi-benefici associati a ogni rischio) trovavano una convergenza nel rifiutare il nucleare sulla base dell'esistenza di alternative a più basso rischio in grado di sostituire la produzione nucleare “in modo ecologicamente, economicamente e socialmente accettabile”.

Invocare l'applicazione dell'etica in una scelta tecnologica costringe automaticamente ad usare lo stesso metodo in un tema altrettanto se non più rilevante come la lotta ai cambiamenti climatici. Se ci si deve preoccupare delle conseguenze per la generazione presente e soprattutto per quelle future dei cambiamenti climatici come si potrebbe non ammettere che l'energia nucleare è “eticamente buona” visto che, secondo un recente studio dell'UNECE (vedi fig. 1), è oggi il metodo a più basse emissioni di CO2 per kWh prodotto anche rispetto agli impianti a fonti rinnovabili?

A proposito di criterio di responsabilità non si può non osservare che il phase-out del nucleare ha avuto e avrà come conseguenza in Germania un maggior uso del carbone, fonte ad alta emissione unitaria di CO2, per la quale i tedeschi hanno aspettato dieci anni per decidere un phase-out (al 2038) di durata quasi doppia rispetto a quella del nucleare.

A nostro parere, se si mette al primo posto la lotta contro i cambiamenti climatici, anche una disputa sul piano etico tra “nucleare-sì” - “nucleare-no” si concluderebbe con la vittoria del sì. Naturalmente a meno di accettare la posizione “categorica” esposta dalla Commissione etica tedesca in questi termini: “Nel caso dell'energia nucleare, con il suo potenziale di disastro particolarmente alto, non è eticamente accettabile accantonare come “rischio residuo” certi sviluppi durante un incidente e le loro conseguenze entro certi limiti come è stato dimostrato a Fukushima”.

Non ci sorprende pertanto che l'Unione Europea voglia includere nella sua tassonomia degli investimenti sostenibili anche l'energia nucleare (magari richiamando opportunamente la necessità per tutti – compresa l'Italia – di non rinviare all'infinito la soluzione al problema delle scorie radioattive). Dire che il nucleare ha diritto di cittadinanza tra le tecnologie sostenibili è però cosa ben diversa dall'affermare che convenga senz'altro realizzare impianti nucleari in Italia o in altri Paesi. Non a caso nella decisione tedesca del 2011 si proponeva il phase-out del nucleare sulla base dell'esistenza di soluzioni meno rischiose “ecologicamente, economicamente e socialmente accettabili”. Lo stesso vale per la decisione di entrare o rientrare nel nucleare.

Se si trascura la dimensione ambientale (dove il nucleare sembra vincere), oggi il nucleare in Italia e altrove ha due ostacoli al momento insormontabili: l'accettabilità sociale e l'economicità. Anche ammettendo (senza concederlo) che in un eventuale referendum la maggioranza voti a favore della ripresa del nucleare, vi sarebbe una cospicua minoranza contraria che renderebbe difficile l'attuazione concreta della scelta e comunque riaprirebbe un conflitto interno pernicioso per il Paese. A tal proposito la decisione sul phase-out tedesco era vista come un'occasione per “dissipare quell'atmosfera dannosa che si è abbattuta sulla nostra società a causa della discussione sull'energia nucleare” e nessun governo, neppure la cancelliera Merkel che prima del 2011 era pro-nucleare, ha mai pensato di non rispettare l'impegno di chiudere i 17 reattori secondo la scaletta definita nel 2011 riaprendo una questione altamente divisiva (vedi tab. 1). Riteniamo che lo stesso ragionamento sarebbe valido per qualsiasi governo politico anche in Italia dove per di più si dovrebbe ricominciare da capo attendendo molti anni prima di vedere qualche risultato.

Ben diversa è la situazione in quei paesi come la Francia dove l'energia nucleare ha un peso determinante nella produzione elettrica e dove la popolazione è abituata a convivere con le centrali nucleari senza grandi conflitti. Ma anche in questi paesi l'inclusione nella tassonomia potrà sì togliere agli investimenti nucleari il “marchio dell'insostenibilità” e aprire le porte a migliori opportunità di finanziamento, ma non risolverà certo tutti i problemi, a cominciare dai tempi e dai costi di costruzione degli impianti.

Da questo punto di vista la situazione europea è a dir poco disastrosa. Se si esclude un reattore di piccola taglia completato in Slovacchia nel 2021 (e iniziato nel 1987), il “rinascimento nucleare” di cui si parlava all'inizio degli anni 2000 si basava nell'UE su due reattori da 1630 MW: Olkiluoto 3 in Finlandia e Flamanville 3 in Francia. Il primo, venduto a un prezzo fisso di 3 miliardi di euro, ordinato nel 2004 e iniziato nel 2005 doveva entrare in funzione nel 2009, ma ad agosto 2021 è stato annunciato un ulteriore ritardo per cui la piena potenza dovrebbe essere raggiunta a giugno 2022 e il costo è lievitato a 11 miliardi (di cui 5,5 di perdita a carico del consorzio fornitore). Ancora peggiore è la situazione di Flamanville 3 visto che il suo costo, inizialmente previsto in 3,3 miliardi, sarà di 12,4 miliardi secondo EDF, ma di 19,1 miliardi secondo la Corte dei conti francese. L'incremento dei costi è andato di pari passo con la dilatazione impressionante dei tempi di costruzione che, iniziata nel 2007 con fine prevista entro il 2012-13, è stata più volte spostata e da ultimo rinviata a fine 2022.

Sperabilmente questi esempi dovrebbero rappresentare casi patologici legati forse anche al fatto che i due reattori dovevano essere i primi esemplari della “terza generazione”. Oggi invece si parla molto di Small Modular Reactors (SMR), cioè di reattori modulari molto più piccoli che dovrebbero risolvere i problemi della prevedibilità e della durata dei tempi di costruzione, ma siamo ancora ben lontani dal vedere i prototipi e dal poterne verificare costi e prestazioni. In sintesi, sul nucleare al momento splende solo un pallido sole.