Oggi:

2021-10-20 09:57

Le Inadempienze, Non gli Inceneritori, Fanno Male al Clima

L’IMPATTO DELLA GESTIONE DEI RIFIUTI SULLE EMISSIONI GHG

di: 
Carlotta Basili e Giovanni Barca

Al contrario di quanto gli ambientalisti ideologici hanno predicato in questi anni, le emissioni di gas serra più rilevanti e dannose per il clima non derivano dagli inceneritori ma dall’uso ancora abnorme che si fa delle discariche nella maggioranza delle Regioni italiane che, colpevolmente, non si sono dotate degli impianti utili a chiudere il ciclo dei rifiuti. Gli Amici della Terra lo dimostrano con uno studio basato sui dati ufficiali che sarà presentato lunedì 20 settembre . Gli autori dello studio ne anticipano i contenuti.

Gli Amici della Terra hanno realizzato uno studio per valutare le emissioni climalteranti prodotte dalle diverse modalità di gestione dei rifiuti urbani e speciali in Italia. È stato preso come riferimento il rapporto di ISPRA e del Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale dell’aprile 2021 “Report sull’Inventario nazionale dei gas serra” (GHG National Inventory Report, NIR) ponendolo in relazione ai dati europei e agli analoghi rapporti di Ispra relativi alla produzione e alla gestione dei rifiuti. Dallo studio emerge che l’eccessivo ricorso alle discariche ha aumentato in modo significativo le emissioni di gas climalteranti e che bisogna invertire la tendenza subito.

La definizione di politiche e strategie che siano in grado di proteggere le matrici ambientali e contrastare efficacemente i cambiamenti climatici necessita di dati storici, misure, analisi e valutazioni scientifiche. Dall’istituzione, nel 1994, del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale la contabilità dei dati ambientali ha avuto un grande sviluppo e oggi possediamo importanti inventari relativi, tra l’altro, alla produzione di gas climalteranti nonché alla produzione e gestione dei rifiuti.

Per i gas serra (GHG) i dati prodotti da ISPRA con il SNPA partono dal 1990 mentre, per i rifiuti, dal 2000. Lo studio degli Amici della Terra mette in relazione l’evolversi della normativa dei rifiuti e della loro produzione/gestione con la relativa produzione di GHG al fine di comprendere se e in che modo questo settore può contribuire agli obiettivi del Green New Deal per la diminuzione delle emissioni di CO2 e dei GHG in generale.

Nel settore della gestione dei rifiuti, dalle prime norme di oltre 40 anni orsono ad oggi, sono stati fatti molti passi avanti. All’epoca quasi ogni comune possedeva una propria discarica, per lo più incontrollata, che spesso veniva incendiata. I pochi inceneritori esistenti bruciavano a temperature inadeguate, senza camera di post combustione, non trattavano i fumi e non recuperavano energia. Le acque reflue erano poco depurate e venivano quindi prodotti pochi fanghi di depurazione e il tema della loro gestione non si poneva affatto. Le raccolte differenziate erano nulle oppure modestissime, limitate ad un po’ di carta e di vetro. I controlli sulla qualità delle principali matrici ambientali (acqua, aria, suolo) quasi non esistevano.

Ad oggi, i dati della gestione dei rifiuti in Italia sono allineati alla media europea, ma non sono omogenei.

Come gli Amici della Terra denunciano da molto tempo, emergono,  fortissime differenze tra il Nord, dove la gestione dei rifiuti è un sistema industriale efficiente ed evoluto, e il Centro Sud, dove grandi aree sono soggette ad emergenze rifiuti urbani endemiche o ricorrenti con gravi effetti per il decoro delle città e persino per la sanità pubblica, proprio a causa della carenza di impianti di trattamento e di smaltimento. È in questa parte del paese che il ricorso alle discariche e all’esportazione è ancora massiccio e l’abbandono incontrollato dei rifiuti e le discariche abusive sono favoriti dall’inefficienza dei servizi di raccolta, inefficienza a sua volta determinata dalla necessità di trasportare i rifiuti altrove.

Nel suo complesso, l’Italia conferisce ancora troppi rifiuti in discarica, recupera poco calore ed energia tramite termovalorizzatori e relative reti di teleriscaldamento e può ancora molto migliorare nel recupero e nel riciclo effettivi di materia.

Figura 1: Gestione dei rifiuti urbani in Europa nel 2018 (%)

Fonte: elaborazione Amici della Terra su dati EUROSTAT

Una decisa azione di intervento per dotare gran parte delle regioni degli impianti necessari ad una gestione appropriata è dunque auspicabile, sia per ottemperare puntualmente alle direttive europee in tema di rifiuti sia, come vedremo, per dare un importante contributo alla diminuzione dei gas climalteranti e centrare gli obiettivi internazionali per la mitigazione dei cambiamenti climatici.

Le emissioni di gas serra in Italia

La serie storica delle emissioni di GHG in Italia dell’Inventario nazionale dei gas serra (NIR) mostra una diminuzione delle emissioni dal 1990 al 2019, valore quasi pari al target 2020 UE di riduzione del 20% rispetto al livello del 1990.

In Italia, nel 2019, le emissioni climalteranti derivanti da usi energetici pesano per l’80,48%, le attività agricole sono responsabili del 7,06% e quelle derivanti da processi industriali pesano per l’8,11%.

Il settore della gestione dei rifiuti incide per il totale dei gas climalteranti emessi in Italia per 4,35% del totale del 2019. Tale valore è superiore di un punto percentuale a quello dell’Unione Europea, pari a 3,32%.

Figura 2. Emissioni di gas serra per settore in Italia, 2019 (%)

Fonte: elaborazione Amici della Terra su dati EEA

 

Le emissioni di gas serra del settore “Rifiuti”

Il settore della gestione dei rifiuti nel NIR comprende le emissioni dei siti di smaltimento dei rifiuti solidi (discariche), dell’incenerimento senza recupero di energia (D10), del trattamento biologico (compostaggio e digestione anaerobica) e del trattamento delle acque reflue.

Il quadro delle emissioni di gas serra del settore “Rifiuti” in Italia nel 2019 è sostanzialmente limitato a quelle relative allo smaltimento dei rifiuti solidi in discarica, con un peso del 75,12%, e a quelle del trattamento e scarico delle acque reflue, con peso del 20,83%. Sono marginali i contributi delle emissioni da trattamento biologico (3,34%) e incenerimento senza recupero di energia D10 (0,71%).

Si riscontra un andamento simile anche nei dati europei, dove però la quota delle discariche e del trattamento delle acque reflue risultano leggermente inferiori a quelle italiane dello stesso anno (rispettivamente 71,84% e 18,98%), mentre sono maggiori le quote dell’incenerimento D10 e del trattamento biologico (rispettivamente 2,91% e 6,22%).

Figura 3. Emissioni di gas serra del settore rifiuti per sotto-settori in Italia e confronto in Europa, 2019 (%)

Fonte: elaborazione Amici della Terra su dati ISPRA, EEA

Nel NIR, quando si parla di emissioni da discarica ci si riferisce alle emissioni dei siti gestiti. Infatti, poiché nel DPR 915 del 1982 sono vietati gli scarichi incontrollati e le discariche non gestite (Art. 10: Autorizzazione per la discarica “La discarica non autorizzata è vietata”), dal 2000, anno in cui l'applicazione di tali misure si ritiene conclusa, viene convenzionalmente considerata pari a zero la quantità di rifiuti conferita in discariche non gestite, sebbene gli effetti emissivi di tali discariche non si siano ancora estinti.

Inoltre, il fenomeno delle discariche abusive è ancora presente nel nostro Paese ed è causa di salate sanzioni da parte dell’Europa. Infatti, nei territori con carenza di impianti in cui il ciclo dei rifiuti non si conclude, la scarsa efficienza del sistema incoraggia la diffusione di discariche abusive e del fenomeno dell’abbandono incontrollato.

Lo smaltimento in discarica è un settore chiave per le emissioni di metano, CH4, un gas climalterante emesso dalla degradazione dei rifiuti il cui potenziale di riscaldamento globale è molto forte ed è considerato, a parità di massa, 25 volte maggiore di quello della CO2. Le emissioni di metano da smaltimento in discarica costituiscono il 31,79% del totale delle emissioni complessive di metano a livello nazionale.

 

Le emissioni degli inceneritori con recupero di energia

Anche se le norme IPPC e, conseguentemente, il NIR non contabilizzano nel settore “Rifiuti” le emissioni di GHG degli impianti d’incenerimento con recupero d’energia (R1), al fine di consentire un confronto tra le diverse tipologie di gestione dei rifiuti, lo studio ha considerato anche i valori di emissioni di questi impianti.

Come evidenzia anche la diversa collocazione delle emissioni nel NIR, il confronto tra queste due fonti è un esercizio teorico, in quanto le discariche, essendo una forma di smaltimento, comportano esclusivamente costi in termini emissivi, mentre per gli inceneritori con recupero di energia, si deve tener conto anche delle emissioni evitate grazie alla produzione di energia e calore utilizzando rifiuti, per buona parte costituiti da materiale biogenico, in sostituzione dei combustibili fossili.

Dai dati raccolti si può dedurre che le emissioni di CO2 che vengono attribuite agli impianti di incenerimento con recupero di energia in Italia siano significativamente sovrastimate. Questo principalmente perché:

  • dal 2010, in mancanza di un aggiornamento sull’analisi merceologica dei rifiuti, la frazione fossile del rifiuto urbano è considerata pari al 50% del totale, mentre generalmente in Europa vi si associano valori intorno al 30-35%, sulla base di misurazioni effettuate sul rifiuto stesso (lo studio francese “Détermination des contenus biogène et fossile des ordures ménagères résiduelles et d’un CSR” afferma che le emissioni di CO2 fossile sono in media tra 320 e 467 kg di CO2 fossile/t di rifiuti; e lo studio tedesco “The Climate Change Mitigation Potential of the Waste Sector” riporta il valore di 357 kg CO2 fossile/ t di rifiuti).
  • per i rifiuti speciali, che rappresentano una parte importante del rifiuto incenerito (circa il 42%) viene preso un fattore di emissione molto alto (1200 kgCO2/t), quando in realtà gran parte di questo rifiuto ha caratteristiche del tutto simili, se non identiche, al rifiuto urbano (che invece ha un fattore di emissione di meno della metà).

Tutto ciò porta ad un fattore emissivo medio di circa 800 kg/t (kg di CO2eq emesse/tonnellate di rifiuti gestiti) quando, in Francia ad esempio, il fattore emissivo medio è di 456 kg/t, più basso di circa il 40%.

Nonostante ciò, l’analisi presentata dagli Amici della Terra smentisce chi osteggia gli impianti di gestione dei rifiuti con recupero energetico a tecnologia evoluta per il contributo che darebbero alle emissioni di gas climalteranti che, invece, sono prodotte quasi esclusivamente da un improprio e abnorme ricorso alle discariche per la gestione dei rifiuti nel nostro Paese. Infatti, mentre il fattore di emissione medio dell’incenerimento con recupero di energia risulta per il 2019 pari a 800 kgCO2fossile/t, quello delle discariche è 1400 kgCO2eq/t, il che significa che a parità di rifiuti trattati le discariche emettono quasi il doppio.

Inoltre, come accennato in precedenza, nel caso del recupero energetico si devono considerare oltre ai debiti (emissioni dirette) anche i crediti (emissioni evitate), fra cui:

• le emissioni che si avrebbero se lo stesso rifiuto fosse mandato in discarica invece che incenerito. In discarica si genera metano che è un gas serra circa 25 volte più potente della CO2 nei primi 100 anni;

• l’energia immessa in rete, che sostituisce quella proveniente da altri impianti di produzione e quindi emissioni evitate di CO2 equivalente che altrimenti verrebbe emessa in funzione del mix energetico di riferimento;

• il riciclo dei metalli dalle scorie che dovrebbero essere altrimenti prodotti da materia prima con processi che generano emissioni;

• il recupero delle scorie stesse come materiale secondario da costruzione. 

L’insieme dei risparmi dovuti alla sostituzione dell’energia e delle materie prime e all’aver evitato gli impatti legati al conferimento in discarica porta il bilancio dell’incenerimento con recupero di energia ad essere negativo, cioè ad apportare di fatto un benefit al bilancio globale delle emissioni di gas serra.

 

Conclusioni

Il rapporto di ISPRA sulle emissioni di GHG non pare evidenziare il fenomeno degli impianti di stoccaggio che spesso sono oggetto d’incendio nel nostro territorio. La congiuntura internazionale legata alla chiusura del mercato cinese di taluni materiali, in particolare plastica, ha determinato un sovraccarico di materia non gestibile e ha dato luogo a incendi dolosi “liberatori”. Alla fine di gennaio del 2018, la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali registra 71 incendi nel 2015 e 65 nel 2016, con un vistoso incremento nell’anno 2017 con ben 72 incendi per i soli primi 8 mesi.

Inoltre, il NIR di ISPRA non pare attribuire direttamente al settore rifiuti la quota di emissione di GHG che viene prodotta dal trasporto dei medesimi, percentuale forse trascurabile nei paesi del Nord Europa ma molto rilevante nel nostro. Secondo alcune stime di Utilitalia (Rifiuti urbani: i fabbisogni impiantistici attuali e al 2035, Ottobre 2020) i soli rifiuti urbani percorrono ogni anno circa 49.520.000 km in 107.000 viaggi prima di arrivare a un impianto in grado di gestirli, producendo circa 31.000 tonnellate/anno di CO2 equivalente.

In conclusione, dal rapporto emerge che la diffusione di impianti di recupero dei rifiuti, inceneritori con recupero di calore ed energia e impianti per produzione di biometano e di compost, a svantaggio della pratica del conferimento in discarica, consentirebbe all’Italia di risparmiare quel 3% circa (cioè il 75% del 4,35% complessivo attribuito alla totale gestione dei rifiuti) del totale dei gas serra prodotti nel 2019 proveniente dalle discariche.