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2021-06-21 02:09

La Grid Parity con il Lavoro degli Schiavi

IL POLISILICIO CINESE PER IL FOTOVOLTAICO

di: 
Giovanni Brussato

Sembra proprio che il basso prezzo dei pannelli solari sia assicurato, in origine, dal lavoro degli schiavi Uiguri nello Xinjiang. Gli Stati Uniti di Biden stanno ponendo seriamente il problema, nonostante il dominio cinese del mercato del poli-silicio. In Europa, chi alimenta la fake-news che fotovoltaico ed eolico siano in grado di sostituire per intero i combustibili fossili tace anche sulla difesa dei diritti umani fondamentali. Questo articolo è apparso sul Blog Il Giornale.it, per iniziativa di Enrico Salvatori.

Lo Xinjiang, una regione autonoma nel Nord-ovest della Cina, è un territorio di deserti e montagne. Qui vivono numerose minoranze etniche, tra cui gli Uiguri turchi. La Via della Seta passava proprio per questa regione nota anche con i suoi nomi storici di Uiguristan o Turkestan. Nella landa desolata del deserto del Gobi si trovano due fabbriche che producono enormi quantità di polisilicio, la materia prima per la costruzione di miliardi di pannelli solari che vengono venduti in tutto il mondo.

Oggi a livello di componentistica il Dragone cinese controlla circa l’89% dell’offerta del mercato ma in realtà, domina tutti gli aspetti della produzione e dell’uso del solare fotovoltaico. Nel 2019, secondo BloombergNEF, nella lista delle prime 10 aziende in termini di produzione di celle di silicio cristallino otto erano cinesi, una dal sud Corea (Hanwha Q Cells) e una del Canada (Solar), mentre la capacità produttiva dell’UE di celle al silicio cristallino si attestava ad un insignificante lo 0,3% nel medesimo anno, costituito da tre paesi: Italia, Germania e Francia.

Per anni, i sostenitori delle energie rinnovabili avevano affermato che una migliore efficienza nella conversione della luce solare in elettricità avrebbe portato un radicale calo dei costi dei pannelli solari.

Ma mentre i modelli più performanti dei tipi più comuni di pannelli solari hanno visto aumentare la loro efficienza solo di pochi punti percentuali nell’ultimo decennio sembra strano che questi modesti aumenti di efficienza abbiano determinato un calo dei due terzi del costo dei pannelli solari nello stesso periodo.

Ma oggi si affacciano nuove ed inquietanti ipotesi su come sia stato possibile raggiungere una simile economia di scala.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel gennaio 2021 ha affermato che un milione di musulmani Uiguri sono stati internati nei campi di concentramento nella provincia dello Xinjiang, o costretti a lavorare in fabbriche, comprese quelle che producono pannelli solari. Il Dipartimento di Stato si è spinto a definire il trattamento del governo cinese degli uiguri “genocidio”.

Ora che lo Xinjiang fosse noto per i bassi standard ambientali, come ha osservato il Times, non era una novità: l’energia è la più economica del paese e proviene da centrali alimentate a carbone. Già perché trasformare la sabbia in polisilicio è un processo estremamente dispendioso in termini di energetici dove l’elettricità rappresenta circa il 40% dei costi operativi.

Ma il lavoro forzato cambia drasticamente lo scenario.

A marzo, Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea e Canada hanno imposto nuove sanzioni alla Cina per presunte violazioni dei diritti umani. Gli Stati Uniti hanno già vietato le importazioni di cotone e pomodori dalla regione: i pannelli solari potrebbero essere il prossimo prodotto ad essere bandito. In realtà i repubblicani al Congresso avevano già introdotto un disegno di legge che avrebbe bandito l’importazione di pannelli solari di produzione cinese negli Stati Uniti. Ma i democratici non l’hanno appoggiato. Ora è chiaro che la politica green dell’attuale amministrazione Biden è a forte rischio: escludere l’utilizzo dei pannelli fotovoltaici cinesi, la loro componentistica e le loro materie prime significa di fatto escludere questa tecnologia da quelle utilizzabili in alternativa ai combustibili fossili e quindi cambiare strategia.

Un cambio di strategia che tutto sommato potrebbe evitare di far perdere voti ai democratici se decidessero di salvare migliaia di posti di lavoro americani nel settore nucleare rinunciando all’annunciata chiusura di molte centrali nucleari in luogo di adottare massicciamente le tecnologie fotovoltaiche cinesi. 

Analoghi problemi potrebbero turbare noi europei. Per i consumatori non è possibile tracciare la provenienza dei prodotti poiché le materie prime di più fabbriche si mescolano lungo la catena di approvvigionamento cinese ed anche se viene trovato un collegamento con lo Xinjiang, ciò che accade all’interno delle fabbriche rimane sconosciuto. 

Questo significa che i milioni di proprietari di case, anche nel nostro paese, che acquisteranno pannelli solari si troveranno di fronte ad una scelta morale: un ipotetico futuro green costruito dalle aziende più inquinanti del Pianeta o considerare inaccettabile il lavoro forzato e quindi rifiutarsi di installare pannelli fotovoltaici cinesi?

Perchè l’industria fotovoltaica globale ha bisogno di tutto il polisilicio che può ottenere e quindi la transizione verde dovrà camminare a braccetto con lo Xinjiang, il suo inquinamento e le sue violazioni dei diritti umani, ancora per parecchio tempo: “Qualsiasi pannello solare a base di silicio può contenere almeno una piccola quantità di silicio dello Xinjiang“, afferma Jenny Chase di Bloomberg NEF. “Solo pochi moduli possono esserne garantiti privi.

La Cina afferma che il suo programma di trasferimento di manodopera forma i lavoratori e li invia nelle fabbriche come parte di uno sforzo per aiutare le minoranze etniche povere a trovare un lavoro migliore e che le accuse di lavoro forzato nello Xinjiang sono bugie inventate da rivali intenti a sabotare la seconda economia del mondo. 

Se fosse così semplice basterebbe che l’Impero di Mezzo consentisse che queste società di ricevere revisori di terze parti insieme a giornalisti internazionali per esaminare attentamente ciò che stanno facendo.

Ma quando due giornalisti di Bloomberg si sono recati nello Xinjiang a marzo, al loro atterraggio sono stati accolti da due agenti di polizia, con un’arma automatica a tracolla sul petto e una foto che identifica uno dei giornalisti in mano. Per i giorni successivi gli agenti li hanno seguiti ovunque, ostacolando i tentativi di parlare con la gente del posto o di visitare le fabbriche e cancellando le loro foto.

La CNN riferisce di centinaia di migliaia di persone che languiscono in questi campi di rieducazione, e la descrive come una delle più grandi storie di diritti umani violati sulla terra che, come hanno potuto vedere in prima persona, la Cina sta attivamente cercando di insabbiare.

Riuscirà la “dittatura” della comunicazione green a far dimenticare al resto del mondo cosa sta succedendo lì?