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2019-12-14 09:56

Tremila Miliardi di Alberi

SECONDO I RISULTATI DEL CENSIMENTO PIU’ RECENTE

di: 
Giovannangelo Montecchi Palazzi

Secondo un approfondito studio condotto a Yale, gli alberi sulla Terra sono molto più numerosi di quanto si era valutato in precedenza. Si tratta di un dato che, unito alle stime della FAO su una riduzione della perdita forestale netta registrata negli ultimi venti anni, fa guardare al futuro con minor pessimismo.
Vi sono anche altri motivi di speranza: la costante riduzione dell’uso di territorio a fini agricoli e il calo dei tassi di deforestazione, sino alla loro inversione, che accompagnano lo sviluppo economico. Sono fenomeni che si sono potuti osservare in diversi paesi e che sono ben visibili anche nella storia del dopoguerra in Italia. Qui da noi, però, si è purtroppo lasciato che la transizione rurale e forestale avvenisse in modo casuale e incontrollato e poco è stato fatto per osservarla e orientarla a fini ambientali, come si sarebbe potuto fare.

Un gruppo di ricercatori della Yale School of Forestry and Environmental Studies ha pubblicato su “Nature” l’articolo “Mapping tree density at a global scale” che riassume lo studio da loro condotto per misurare il numero di alberi esistenti sulla Terra.

Una stima precedente, effettuata sulla base di immagini satellitari (1), era di circa 400 miliardi, pari a 61 alberi per abitante del pianeta.  Ma una successiva indagine (2), fondata su 1.170 misure sul terreno, aveva già stimato in 390 miliardi gli alberi esistenti nel solo bacino amazzonico.

L’articolo in questione, basato su 429.775 misurazioni effettuate sul terreno in tutti i continenti salvo l’Antartide, aumenta la prima stima sopra riportata di un ordine di grandezza: il numero di alberi sulla Terra sarebbe pari a 3.040 miliardi, corrispondenti a 422 alberi per ciascuno degli attuali 7,2 miliardi di abitanti del pianeta.

Gli Autori dell’articolo, oltre ad esporre estensivamente le rilevazioni effettuate ed i calcoli che sono alla base della nuova stima,ne evidenziano anche i limiti. Primo tra tutti la definizione di “albero”, inteso come una pianta avente un diametro del tronco non inferiore a 10 cm ad altezza d’uomo, che non consente una stima della biomassa arborea complessiva. Tuttavia si tratta indubbiamente di un risultato rilevante e sorprendente.

Rilevante perché gli ecosistemi forestali ospitano larga parte della biodiversità e contribuiscono in altrettanto larga misura ai cicli biologici e biochimici, ivi compresi quelli delle acque e del carbonio, quest’ultimo oggettodi particolare attenzione da un quarto di secolo a questa parte in ragione dei paventati cambiamenti climatici.  Ma è anche un risultato sorprendente, perché indice di quanto vi sia ancora da apprendere sugli ecosistemi.

Gli Autori hanno anche stimato che dalla fine del Pleistocene e dell’ultima glaciazione, cioè negli ultimi 11.700 anni, il numero degli alberi si sia ridotto del 45,8%.  Allora gli esseri umani erano forse 15 milioni, ora siamo 7,2 miliardi.

Per chi ama la natura, i dati anzi riportati sono anche motivo di conforto e di speranza.  Di conforto perché daisuoi albori ad oggi l’agricoltura avrebbe consentito di moltiplicare 480 volte il numero degli umani consumando meno della metà degli alberi ed utilizzando il 33% delle terre emerse (48,8 milioni di km2 di cui 33,5 per pascoli, 13,8 arabili e 1,5 per colture permanenti).  Di speranza, perché, se è vero che il numero di abitanti del pianeta plafonerà a 9,8 miliardi e che, come ricorda l’articolo, la copertura forestale(“forested areas”), stimata in 40 milioni di km2(31% della superficie delle terre emerse), si stia tuttora riducendo di 192.000 km2 l’anno, è anche vero che la FAO stima che, grazie anche alla ricrescita spontanea e alle piantagioni, la perdita netta di superficie forestale nel 2010 fosse di 52.000 km2, in calo rispetto agli 83.000 km2 degli anni ’90.

Per completezza, alle cifre anzidette vanno aggiunte quelle delle superfici alberate (“wooded areas”) che non si qualificano come forestali per l’insufficiente densità della copertura arborea.  Su di esse i dati sono lacunosi, ma si stima rappresentino circa 13,7 milioni di km2 (10,6% delle terre emerse).

Anche se a livello locale permangono certamente situazioni molto variegate e preoccupanti, vi sono motivi per ritenere che le perdite sopra accennate in superfici ed alberi possano essere tenute sotto controllo.

I principali motivi di speranza, e al tempo stesso d’impegno, sono due.

In primo luogo, l’accresciuta consapevolezza ed attenzione ai problemi ambientali, che si sono tradotte in misure di protezione e di riforestazione.  In secondo luogo, i progressi dell’agricoltura professionale e della genetica, che hanno prodotto un notevole aumento delle rese per ettaro.  E’ stato stimato (3) che negli ultimi cinquant’anni tale aumento sia stato quasi del 300%e che per produrre la stessa quantità di alimenti si usi 68% di terra in meno.

A tali fattori vanno aggiunti i complessi fenomeni sociali, tecnologici ed economici che nel loro insieme giustificano la teoria della transizione forestale (“forest transition theory”), secondo la quale la riduzione delle superfici alberate è massima nelle fasi iniziali dello sviluppo economico, diminuisce nelle fasi di crescita e si stabilizza ed in qualche misura s’inverte nei Paesi che hanno raggiunto uno stadio avanzato.

Tale teoria sembra confermata dai tassi attuali di deforestazione, altissimi in Africa (0,62%, pari a 40.000 km2 l’anno) e America Latina (0,5%, pari a 42.500 km2 l’anno), molto più contenuti in altre aree a sviluppo intermedio, mentre gli USA dal 1990 al 2010 hanno aumentato la superficie forestale di 77.000 km2 (3.850 km2 l’anno) e l’Europa di 160.000 km2 (8.000 km2 l’anno).

Come sopra accennato, le cause di tale transizione sono molte, complesse ed interdipendenti.  Val forse la pena di citarne almeno una - l’urbanizzazione - che a sua volta è prodotto di tutto un insieme di fattori.  Per la prima volta nella storia umana più della metà degli abitanti del pianeta risiede in città e il fenomeno, in continua crescita, comporta una minore presenza umana sul territorio e minori consumi di energia da biomasse con effetti benefici sull’ambiente.  Nei Paesi più avanzati i terreni marginali non vengono più coltivati.  In Francia - ove136.000 Km2, circa 25% del territorio nazionale, sono abitati da soli circa 2 milioni di persone, circa il 3% della popolazione - si parla addirittura di desertificazione rurale.  Un fenomeno che solleva problemi socio-economici, ma che sicuramente non è negativo ai fini del recupero delle coperture arboree.

Anche l’Italia rappresenta un esempio paradigmatico di transizione in tempi brevi. Nell’immediato secondo dopoguerra, quando l’agricoltura occupava 8 milioni di persone, otto volte più di oggi, e il “gas di città” (prodotto nei gasometri dal carbone mediante “reforming” perché il metano era al di là da venire) era presente solo nei centri principali, il legname veniva utilizzato in quantità per cucinare e per riscaldare, così come avviene ancora nelle economie di sussistenza, ove si stima sia responsabile del 48% della deforestazione.  Le foto di allora mostrano le nostre campagne perlopiù brulle.  La transizione da un’economia preindustriale ad una industriale e di servizi, il relativo spopolamento delle campagne, l’uso del gas anche in bombole per cucinare e riscaldare ed il forte deterioramento delle ragioni di scambio dei prodotti agricoli hanno rinverdito la Penisola.  Dal 1950 ad oggi la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) si è ridotta da 206.000 km2 a 120.000 km2. La superficie forestale ha raggiunto i 106.736 km2, pari al 35% della superficie nazionale.  Anche se mancano dati precisi, la situazione potrebbe essere ulteriormente migliorata mediante una buona gestione del territorio.  Infatti, larga parte degli 86.000 km2 non più utilizzati è stata, di fatto, abbandonata a sé stessa e si sta rinselvatichendo spontaneamente nel disinteresse pressoché generale.

La pur impressionante e positiva transizione dell’ambiente rurale e forestale italiano e stata benpoco osservata edorientataa fini ambientali.   Similmente le nuove stime proposte dagli studiosi di Yale non solo sono, nell’insieme, confortanti, ma dimostrano anche quanto vi sia da approfondire nelle nostre conoscenze e nelle definizioni delle diverse coperture arboree.  A parere di chi scrive costituiscono anche uno stimolo ad approfondire la conoscenza e la comprensione dei fenomeni di transizione nell’uso dei suoli affinché a livello globale essapossa avvenire nel modo migliore sotto il profilo ambientale, sociale e, perché no, anche economico. Non nel modo casuale e trascurato dell’Italia del secondo dopoguerra.

(1) Nadkarni, Between Earth and Sky. Our intimate connections with trees (University of California Press, 2008)

(2) TerSteege, H. et al. Hyperdominance in the Amazzonian tree flora  Science 342, 1243092 (2013)

Max RoserLand use in agriculture 2015