Oggi:

2019-08-20 11:48

Contro il Tabù dell’Incenerimento e il Mito dei Rifiuti Zero

CONFERENZA NAZIONALE SUI RIFIUTI 2014

“Chiudere il cerchio” è il tema su cui si sono confrontati i principali attori che operano nel settore della gestione dei rifiuti urbani, durante la conferenza organizzata dagli Amici della Terra il 6 ottobre, a Milano.


E’ stata l’occasione per ragionare, senza pregiudizi e retoriche demagogiche, di una situazione che vede l’Italia, come l’Europa, divisa in due: da una parte le regioni e i paesi che fanno ancora massiccio ricorso alle discariche, dall’altra coloro che, essendosi dotati di una rete adeguata di inceneritori con recupero di energia, sono riusciti a ridurre al minimo il conferimento dei rifiuti in discarica e ad ottenere buoni risultati di recupero di materia.

In questo contesto, l’art. 35 del decreto-legge “Sblocca Italia”, pone le premesse per superare decennali situazioni di emergenza nel campo dei rifiuti, che dal Mezzogiorno si sono estese al Centro Italia. Su questo la Conferenza ha registrato diversi punti di vista e un dibattito acceso su alcune proposte operative. Tutti hanno concordato sul fatto che uscire dalle emergenze e chiudere il cerchio della gestione dei rifiuti richiede un’assunzione di responsabilità da parte della politica e di tutte le amministrazioni pubbliche. Inoltre la Conferenza ha reso evidente la necessità di un dibattito pubblico esplicito e privo di infingimenti che, superando le barriere dei miti e dei tabù, ponga i cittadini di fronte ai problemi concreti della gestione dei rifiuti e delle soluzioni reali per superare le emergenze.

Pubblichiamo sull’Astrolabio la relazione introduttiva di Rosa Filippini, le due relazioni informative di Beniamino Bonardi e Vito Iaboni per Amici della Terra e la versione ampliata e rivista dell’articolo di Antonio Massarutto “Rifiuti: bruciarli meglio, per bruciarne meno”, già pubblicato sulla Voce.it. Di seguito le sintesi di quasi tutte le altre relazione ed interventi. Avvertiamo tuttavia che tutto il materiale della Conferenza, incluso le slides e la registrazione audio, in particolare quello della tavola rotonda finale, è riportato su www.amicidellaterra.it


Marco Franceschini, Ref-e
Cosa dice davvero l’Europa in materia di rifiuti? L’Europa disegna una strategia chiara che pone la prevenzione, ossia la riduzione della quantità di rifiuti prodotti, come priorità, seguita dal riutilizzo e recupero di materia. Il recupero energetico, che include la termovalorizzazione in impianti efficienti, è posto in posizione superiore rispetto alle operazioni di smaltimento, cui si dovrebbe ricorrere solo in via residuale. Alla gerarchia, la normativa europea ha accompagnato obiettivi specifici, cui hanno fatto seguito, tuttavia, performance nazionali di gestione eterogenee, con Paesi “virtuosi”che hanno cancellato o quasi il ricorso alla discarica, valorizzando sia il riciclaggio sia il recupero di energia, e Paesi “ritardatari” che dipendono ancora fortemente dallo smaltimento in discarica. Nella prospettiva 2030, la Commissione Europea intende introdurre un bando allo smaltimento in discarica e innalzare l’obiettivo di recupero di materia. Alla luce di ciò, ci si chiede quali strumenti saranno adottati nei Paesi meno virtuosi per recuperare il loro ritardo. La questione si pone anche per l'Italia, che si colloca in una posizione intermedia tra Paesi “virtuosi” e "ritardatari", ma che presenta forte disomogeneità tra le regioni e notevoli ritardi in alcune di esse. Sino a che punto sarà realizzabile, dal punto di vista tecnico ed economico, l’incremento del recupero di materia,e per quanto tempo ancora la termovalorizzazione continuerà a rappresentare una modalità di gestione imprescindibile per la minimizzazione della discarica?


Beniamino Bonardi, Amici della Terra
Per tre anni, dal 2009 al 2011, le statistiche sui rifiuti urbani di Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Unione europea, hanno attribuito all’Italia una percentuale di rifiuti inviati al compostaggio pari al 32-34%. Una percentuale fuori dalla realtà, conseguibile solo attribuendo al compostaggio la quota di rifiuti indifferenziati (circa otto milioni di tonnellate) che, nella realtà, dopo essere stati sottoposti al pretrattamento meccanico-biologico, avevano come destinazione la discarica o, in piccola parte, l’incenerimento, come documentato da Ispra sin dal 2008.
Nel 2012 questa percentuale è crollata, senza spiegazioni, al 13%. Quello che potrebbe essere considerato un curioso svarione, di fatto tocca il cuore del problema della gestione dei rifiuti in Italia, dove il massiccio ricorso al pretrattamento meccanico-biologico non è idoneo, secondo le analisi di Ispra, a rendere non biodegradabili i rifiuti trattati, ma ottiene un effetto pratico rilevante: i rifiuti urbani si trasformano in rifiuti speciali, sono così sottratti alla privativa comunale e possono circolare liberamente per l’Italia, rendendo difficile seguirne il percorso fino al destino finale.
Sempre dalle statistiche Eurostat, risulta che alcuni paesi del Nord Europa hanno una percentuale di rifiuti inviati in discarica pari a zero o poco più. Un dato ottenibile solo non considerando i rifiuti secondari, cioè quelli che risultano dai vari trattamenti (incenerimento, riciclaggio e compostaggio), e che ha l’effetto di alimentare il mito della “discarica zero”.
Infine, interessandosi solo di ciò che entra negli impianti di trattamento dei rifiuti e non anche di ciò che esce, le statistiche forniscono dati solo sulla raccolta differenziata ma non su quanto di ciò che viene separato a monte viene effettivamente riciclato e su qual è la sua qualità.


Paola Petrone, AMSA
Nel 1995 Milano conobbe una “crisi rifiuti” dovuta alla chiusura della discarica di Cerro Maggiore, dove venivano conferiti gran parte dei rifiuti prodotti dai milanesi. L’Amministrazione Comunale ed Amsa intervennero tempestivamente per fronteggiare la situazione d’emergenza e riportare il decoro nelle strade del capoluogo lombardo. In soli 7 mesi Amsa pianificò ed implementò un sistema di raccolta differenziata “porta a porta”, che permise di raggiungere in brevissimo tempo una percentuale del 26%. Il coinvolgimento dei cittadini è stato determinante per il superamento dell’emergenza. Comunicazione e trasparenza sono state decisive per l’accettazione delle nuove modalità di raccolta da parte della cittadinanza, così come del parco impiantistico di cui si dotò Amsa. Un impianto di selezione entrò in funzione senza incontrare resistenze da parte dei cittadini (per via delle garanziedate che sarebbe stata una soluzione temporanea) e contestualmente partì il progetto di costruzione del termovalorizzatore Silla2.
Oggi Milano ha completato quel percorso iniziato nel 1995, con l’introduzione del servizio di raccolta dell’umido presso le utenze domestiche, partito nel 2012, un passaggio fondamentale che ha permesso di raggiungere quota 52% di raccolta differenziata. Esperienza di successo grazie anche al progetto di comunicazione che ha visto l’Azienda e le istituzioni collaborare proficuamente con il territorio. Oggi Amsa e il gruppo A2A garantiscono la chiusura del ciclo integrato dei rifiuti, grazie al recupero energetico della frazione indifferenziata nell’impianto Silla2.

Vito Iaboni, Amici della Terra
In Campania, il ritardo cumulato di 20 anni di emergenza ha determinato che il ciclo integrato dei rifiuti non si chiuda, notevole è la quantità di rifiuti inviati fuori regione per una quantità stimabile in 660.000 tonnellate.

Rispetto alle quantità raccolte di materiali organici non esiste un’offerta impiantistica congruente. Circa 80.000 tonnellate tra compostaggio e digestione sono stati inviati agli impianti mentre la domanda di trattamento è di oltre 600.000 tonnellate. Gli impianti di Tritovagliatura ed imballaggio rifiuti (STIR) lavorano al 55% della potenzialità autorizzata.

L’offerta di smaltimento in discarica è decisamente carente per mancanza di siti e gli impianti di termovalorizzazione  previsti non sono stati ancora realizzati.

Il termovalorizzatore di Acerra smaltisce oltre 600.000 tonnellate annue di frazione secca proveniente dagli impianti STIR. Dal suo avviamento (2010) sono state sottratte alla discarica circa 3 milioni di tonnellate di rifiuti e circa 500.000 tonnellate di scorie di combustione sono state avviate a riciclo in cementifici. La raccolta differenziata nella regione è arrivata al 44%.

 

Davide Tabarelli, Nomisma Energia
E’ difficile trovare un fallimento economico più clamoroso dello spreco che l’Italia fa buttando in discarica 17 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, un po’ più della metà di quanti ne produce. Da una parte si aggrava il problema delle discariche, che nessuno vuole e, dall’altra, si buttano enormi quantità di energia. I rifiuti sono scarti di cibo, carta degli imballaggi, tutte biomasse miste a plastica da cui si può recuperare l’energia incorporata. Nelle economie più avanzate in termini di cultura ambientale, come in Germania e nei paesi scandinavi, a valle della raccolta differenziata e del riciclaggio vi è sempre il recupero energetico. Il semplice buonsenso suggerisce che un livello di differenziata e riciclaggio oltre il 70% è impossibile. Riciclare all’infinito la carta o alcuni imballaggi non è fisicamente possibile ed è molto dannoso per l’ambiente a causa dell’impiego massiccio di energia e di composti chimici. I paesi che hanno chiuso le discariche lo hanno fatto solo grazie ad un massiccio ricorso al recupero energetico. 
Ogni chilo di rifiuti che finisce in discarica ha circa 2500 chilocalorie di energia, un quarto di quello che c’è in un chilo di petrolio. Ciò significa che in discarica i circa 17 milioni di tonnellate di rifiuti valgono almeno 4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Semplificando un po’, siccome il prezzo del petrolio è di circa 600 euro per tonnellata, ciò significa che in discarica buttiamo via qualcosa come 2,4 miliardi di euro all’anno. Poi va aggiunto il costo di mantenimento delle discariche: anche qui, in maniera più rozza, è possibile stimare un costo per tonnellata di rifiuto smaltito in discari di circa 100 euro per tonnellata di rifiuto, per un onere complessivo di 1,7 miliardi di euro, che porta il costo complessivo oltre i 4 miliardi di euro.  Gli altri  costi sociali e ambientali delle discariche sono ben più difficili da quantificare, ma sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno. E’ un paradosso, una stupidaggine, un non senso economico, tenuto conto anche che l’Italia è il paese in Europa con il più debole sistema energetico, il più dipendente da importazioni dall’estero e quello con i prezzi più alti. Il termine “rifiuto” non è adatto ad un’economia intelligente: è ora che l’Italia se n’accorga.

Walter Righini, Fiper    
Potature del verde pubblico: per il Ministero dello Sviluppo economico definite un sottoprodotto (tabella 1A DM 6 luglio 2014) , per il Ministero dell’Ambiente, un rifiuto (d.lgsl. n.152 del 2006)! I Comuni sono i primi a risentire di questa disincrasia tra i due Ministeri; infatti le potature rappresentano un costo di smaltimento, mentre potrebbero diventare da 2 anno a questa parte una fonte di ricavo. Per fornire un ordine di grandezza economico, il quantitativo disponibile si attesta intorno ai 3-4 milioni di Tonnellate/anno con un costo di smaltimento di circa 180-240 milioni di Euro a fronte di un possibile ricavo, in caso di utilizzo energetico, di 80-120 milioni. Il beneficio economico complessivo per l’Amministrazione pubblica Italiana potrebbe aggirarsi tra 240-360 milioni di Euro/anno, senza contare la biomassa proveniente da mareggiate ed altri eventi atmosferici. Nel Piano di Spending Review presentato da Cottarelli, è stata recepita la proposta FIPER di valorizzazione delle biomasse a fini energetici. Da verificare i tempi e modi di attuazione.

Massimo Medugno, Assocarta
"L’economia circolare stimola il tessuto industriale, genera ricchezza e crea impiego proprio dove sono stati realizzati gli sforzi per recuperare il rifiuto. Il riciclo in prossimità, per di più, riduce l’impatto ambientale che si può misurare con la diminuzione di emissioni di CO2. La filiera della carta in Italia ricicla il 60 per cento del materiale. Un giornale in 7 giorni torna in produzione, una scatole di cartone ondulato in 14. Velocità e prossimità del riciclo aumentano il risparmio di risorse.
In Italia, a livello legislativo, questi concetti vengono esplicitati dal comma 5 dell'art. 181 Dlgs 152/2006 che introduce il concetto della “prossimità” agli impianti di recupero, secondo il quale per le frazioni di rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata destinati al riciclaggio (…), al fine di favorire il più possibile il loro recupero privilegiando il principio di prossimità agli impianti di recupero. L’art. 199 DLgs n. 152/2006 secondo cui il piano regionale deve assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti speciali in luoghi prossimi a quelli di produzione al fine di favorire la riduzione della movimentazione di rifiuti. Questi concetti dovrebbero ripresi a livello locale nei bandi e nei piani di gestione.
Ma chiudere il cerchio, economia circolare e prossimità significa anche poter gestite gli scarti del riciclaggio per produrre energia e risparmiare risorse energetiche. 400 mila tonnellate di scarti corrispondono a 99 mila tep e 720.000 tonnellate di petrolio, lo 0,05 per cento del fabbisogno nazionale. Ma non c'è solo questo. In Gazzetta Ufficiale arriva lo Sblocca Italia (DL n. 133) che ha l’obiettivo di rilanciare gli investimenti. Peccato che li sblocchiamo dopo averne “stoppati" altri, che non avevano bisogno di norme, ma solo di qualche certezza in più. Infatti, la legge che ha convertito il decreto Competitività, con l’intento di ridurre del 10% il costo delle bollette elettriche, prevede anche (art. 24) una penalizzazione per quelle imprese che autoproducono energia attraverso sistemi di cogenerazione ad alto rendimento (una BAT secondo la UE!).
Ciò non fa ben sperare per le imprese che investono per migliorare le performance ambientali dell’azienda attraverso meccanismi di utilizzo efficiente degli scarti di produzione.

Filippo Brandolini, Federambiente

Una corretta gestione dei rifiuti non si basa su ricette miracolistiche o sullo spostamento del problema nel tempo e nello spazio ma su un ciclo integrato che va progettato, organizzato e gestito per massimizzare il riciclo, il recupero di materia e di energia, utilizzando, nel rispetto delle norme e della gerarchia comunitaria, tutti gli strumenti e le tecnologie disponibili, compresa la termovalorizzazione, che è indispensabile per la chiusura del ciclo e per il superamento dello smaltimento in discarica.

 

Luciano Piacenti, FISE – Assoambiente
Il sistema impiantistico nazionale per il trattamento dei rifiuti presenta ancora oggi notevoli criticità che sono la risultante di scelte effettuate su base locale e senza una strategia unitaria di pianificazione di lungo periodo con chiara definizione degli obiettivi da perseguire e degli strumenti per attuarli.Ciò appare evidente quando ci si interroga su come chiudere efficacemente il cerchio del ciclo di gestione dei rifiuti ed affrancarsi definitivamente dalle croniche situazioni emergenziali che, a pelle di leopardo, hanno interessato, interessano e probabilmente interesseranno  ancora ampie aree del nostro Paese.
La raccolta differenziata in Italia è ancora in ritardo rispetto agli obiettivi della normativa che fissavano un valore del 65% al 2012 mentre oggi, secondo i più recenti dati ISPRA, siamo ancora al 42% circa, quindi ben al di sotto di quel valore del 50% che era stato assunto quale obiettivo per l’anno 2009.
L’avvio di un reale ciclo integrato ed industrializzato di gestione dei rifiuti è ostacolato oggi da gravi e diffuse lacune operative. La dotazione impiantistica presenta una distribuzione, a dir poco, irrazionale con insufficienze importanti in alcune aree, sovradimensionamento in altre e con non pochi impianti oramai obsoleti. Al riguardo si consideri la dislocazione dei termovalorizzatori. Quelli attualmente operativi sono 44, di cui 28 al nord, 8 al centro ed altrettanti al sud. Analoga situazione si ha per i compostaggi, dei 240 impianti ben il 61% è ubicato al nord con il resto più o meno equamente diviso tra centro e sud. Appare quindi necessario ripensare il sistema impiantistico, definendo una strategia di lungo periodo ed individuando un centro di coordinamento e di attuazione per assicurare i presupposti di una pianificazione atta a superare le forti disomogeneità territoriali. Dovendo definire un possibile obiettivo da raggiungere per conseguire un chiusura del cerchio virtuosa, ci si può riferire a quanto già accade nei Paesi europei più evoluti da tale punto di vista in cui la gestione sostenibile dei rifiuti è organizzata sulla base di un mix ottimale di circa il 50-60% di recupero di materia e di circa il 50-40% di recupero di energia.


Chicco Testa, Assoelettrica
Quello dei rifiuti è il più drammatico dei paradossi italiani. E per comprenderlo a fondo bisognerebbe forse disturbare la psicanalisi. Per tutti i paesi europei i rifiuti domestici sono un problema, certamente, ma perfettamente risolvibile. Basta considerarli una risorsa e non una vergogna; basta utilizzarli con intelligenza, recuperando la massima parte di ciò che è davvero riciclabile e sfruttando il rimanente per produrre energia, e non spedirli imballati per bene nel nord Europa, dove a carissimo prezzo vengono, appunto, utilizzati con intelligenza. Da Firenze in giù mancano impianti di termovalorizzazione (che poi, chiamiamoli con il loro nome: inceneritori!), le discariche sono colme, ma non si fanno nuovi impianti e si continua così a favorire il sistema delle mafie locali dei rifiuti. Da Firenze in su le cose vanno certamente meglio, ma comunque il sistema è sempre ad un passo dalla saturazione. Se ne discute, spesso a sproposito, da almeno 30 anni, come se fosse una questione ideologica, quando invece è soltanto una questione di buona amministrazione quotidiana.

Claudia Terzi, Assessore Ambiente Regione Lombardia
Riduzione della produzione di rifiuti urbani con il raggiungimento a livello regionale del 67 per cento di raccolta differenziata e la priorità al recupero di materia. Ma anche nuovi criteri localizzativi per gli impianti (inceneritori, discariche e trattamento) quale riferimento in sede di autorizzazione e il metodo di calcolo del fattore di pressione per le discariche, finalizzato a tenere conto delle specifiche situazioni territoriali. Sono alcuni degli elementi innovativi che abbiamo introdotto nel nuovo piano rifiuti regionale approvato il giugno scorso dove i nostri interlocutori principali sono i cittadini e il territorio. purtroppo oggi siamo costretti a dover difendere l'autosufficienza conquistata in questo campo grazie agli enormi sacrifici delle nostre comunità dalle decisioni del governo di Roma che vorrebbe far smaltire alle Regioni virtuose i rifuti provenienti da fuori, facendo pagare ai lombardi sprechi e incapacità gestionali altrui.