Oggi:

2019-08-24 10:03

Bruciarli Meglio, per Bruciarne Meno

GESTIONE DEI RIFIUTI

di: 
Antonio Massarutto*

Sta destando grande scalpore la norma contenuta nell’art. 35 del decreto “Sblocca Italia”. Essa prevede che gli impianti di incenerimento attualmente operanti sul territorio nazionale siano autorizzati ad operare al limite massimo della capacità disponibile, con il fine di assorbire le eccedenze della produzione di rifiuti di altre regioni.

 

Poiché gli impianti sono prevalentemente localizzati al nord, mentre le eccedenze provengono principalmente dal centro-sud, alcuni la vedono come una sorta di vendetta postuma delle regioni meridionali contro il nord che, in un passato non troppo lontano, ha destinato al sud enormi quantità dei propri rifiuti, malamente trattati e ancor peggio seppelliti nelle tante “terre dei fuochi” che infestano il Mezzogiorno.

Altri paventano un regalo alle multiutility del nord, che possono così incrementare i propri profitti, anche tradendo il patto con il territorio che, all’origine, aveva permesso loro di realizzare gli impianti.

Altri ancora lamentano l’ennesima occasione mancata per costringere le regioni più arretrate a dotarsi di più moderni ed efficaci sistemi di gestione del rifiuto. Non manca chi ironizza sul fatto che la capitale possa così essere salvata per il rotto della cuffia dall’emergenza annunciata che presto l’avrebbe messa in ginocchio.

In verità, una maggiore flessibilità dei flussi di rifiuti destinati ai diversi impianti comporta a mio parere numerosi potenziali vantaggi.

Gli inceneritori sono impianti caratterizzati da elevati costi fissi ed economie di scala. Conviene realizzarne pochi e grandi, ma in tal caso si moltiplicano anche i rischi industriali legati all’eventualità di un sottoutilizzo. Un problema di cui si sono accorti con ritardo nel Nord Europa – e in virtù del quale, va detto, i rifiuti napoletani possono essere gestiti in Olanda con soddisfazione sia dei napoletani che degli olandesi.

Un evidente vantaggio – che non dovrebbe dispiacere troppo nemmeno al mondo ambientalista – è quindi che in questo modo si usa al meglio la capacità già esistente, riducendo – sebbene non eliminando del tutto – la necessità di realizzare nuovi impianti.

Un secondo vantaggio, correlato con il precedente, è che in futuro la realizzazione di nuovi impianti – si presume nel centro-sud, dato che al nord siamo ormai prossimi all’eccesso di offerta – si potrà sgravare dalla penalizzante limitazione determinata dal principio di autosufficienza e prossimità, permettendo di servire ambiti territoriali più vasti, contribuendo all’obiettivo di realizzare pochi impianti efficienti, in vece dei tanti e sottodimensionati che scaturirebbero da un’applicazione pedissequa del principio di autosufficienza a livello provinciale.

Oltre tutto, se ben disegnato, questo meccanismo dovrebbe anche incentivare il riciclo. Le aree già servite dagli impianti, infatti, avrebbero interesse ad incrementare il riciclo a casa propria, in modo da liberare capacità da cedere al mercato libero, presumibilmente più redditizio. In compenso, le aree deficitarie saranno a loro volta stimolate a riciclare quanto più possibile, in modo da ridurre al minimo la necessità di acquistare a caro prezzo capacità altrui.

Nell’immediato, si potrebbe trovare una destinazione a una fetta non piccola dei rifiuti che attualmente finiscono in discarica – ancora il 36,9% del totale, secondo l’ultimo Rapporto di Ispra – o vengono esportati. E si eviterebbero le sanzioni che l’UE prevede per chi manca gli obiettivi di recupero. Nel medio termine, le regioni in ritardo nello sviluppo delle raccolte differenziate, ma a corto di discariche, potrebbero concentrare gli sforzi sulle prime senza lo spettro dell’emergenza incombente, e dunque senza essere costrette ad inseguire affannosamente la carenza di impianti nel proprio territorio.

Non vanno tuttavia sottovalutati anche gli svantaggi.

In primo luogo, non sempre gli impianti esistenti sono già autorizzati ad operare al massimo della capacità – tanto che la norma prevede una corsia veloce per l’adeguamento delle autorizzazioni ambientali. I limiti attuali potrebbero essere stati imposti per evitare un sovraccarico di emissioni in certe zone; estenderli in modo, se non automatico, senz’altro frettoloso, potrebbe compromettere gli equilibri con la capacità di carico del territorio.

Il secondo svantaggio è dovuto all’”azzardo morale”: le regioni attualmente in deficit sarebbero ulteriormente disincentivate dalla ricerca di soluzioni a casa propria, ricorrendo in modo sistematico all’ombrello offerto dalla capacità impiantistica che altre regioni hanno saputo invece costruire, anche grazie a una migliore capacità di gestire il consenso delle comunità interessate e prevenire i conflitti.

Va infatti considerato che finora un aspetto chiave che ha permesso di venire a capo delle opposizioni locali è stato proprio l’impegno ad utilizzare gli impianti solo per i rifiuti prodotti in ambito locale, elevando il principio di prossimità ed autosufficienza a baluardo contro la possibile invasione di “rifiuti stranieri”. Tanto che la Lombardia già ai tempi della “munnezza” aveva alzato la voce contro l’ipotesi di un utilizzo temporaneo dei propri impianti per i rifiuti napoletani; ed ora è in prima linea nel protestare contro la violazione della propria autonomia. Anche se occorre ricordare che già oggi questi impianti ricevono frazioni consistenti di rifiuti speciali, senza vincolo di prossimità: spesso flussi “di ritorno” provenienti dagli scarti della selezione a valle delle raccolte differenziate.

Un terzo aspetto delicato è legato alla crescente concentrazione dell’offerta di impianti, anche a seguito dei processi di integrazione e fusione che vanno caratterizzando le utility locali. Buona parte degli impianti esistenti è attualmente controllata da Hera, A2A ed Iren; il progetto di fusione tra le ultime due è da tempo molto più di un’ipotesi. La norma governativa avrebbe l’effetto di congelare la capacità disponibile, favorendo il costituirsi di una posizione dominante.

Ci permettiamo allora di suggerire alcuni tasselli ancora mancanti nella norma, e che potrebbero potenziare i vantaggi, riducendo gli svantaggi.

In primo luogo, non c’è bisogno di passare dall’estremo della pianificazione rigidamente confinata entro ambiti provinciali o regionali, all’estremo opposto di una totale liberalizzazione. Il principio di autosufficienza potrebbe invece essere fatto valere per gradi, prevedendo una pianificazione per livelli concentrici. Chi non riesce a gestire i propri rifiuti entro un ambito, diciamo, provinciale potrà avvalersi di una capacità di riserva messa a disposizione dalla Regione in altre province, come peraltro già accade in molte regioni. E le Regioni che non riusciranno a trovare al proprio interno sufficiente capacità disponibile potranno rivolgersi a una “rete nazionale di ultima istanza”, predisposta dal governo centrale attraverso la prenotazione di capacità disponibile presso gli impianti esistenti in altre regioni.

In secondo luogo, per incoraggiare l’assunzione di responsabilità e scoraggiare l’azzardo morale, il ricorso alla rete di emergenza regionale e ancor più nazionale deve essere accompagnato da forti sanzioni economiche (ecotassa), da riscuotersi decurtando automaticamente i trasferimenti governativi ai comuni interessati, i quali potrebbero poi rivalersene sulla TARI. La penalizzazione potrebbe essere fissata a un livello già elevato nel caso in cui una regione dichiari con congruo anticipo la propria necessità di ricorrere ad impianti esterni, e ulteriormente maggiorata nei casi in cui vi debba ricorrere in emergenza. I proventi dell’ecotassa devono andare interamente a compensazione delle aree che ospitano gli impianti di destinazione, ad esempio attraverso una corrispondente automatica diminuzione della quota statale delle imposte sugli immobili.

In terzo luogo, lo Stato dovrebbe programmare in anticipo la rete di ultima istanza, basandosi sulle “prenotazioni” da parte delle regioni, istituendo meccanismi competitivi per il pre-acquisto di disponibilità impiantistica – una sorta di “capacity payment”, con eventuale ricorso a forme di precettazione d’urgenza solo per il ricorso non programmato in caso di emergenza – in tal caso, come si è detto, con una penalizzazione ulteriore, destinata anche a compensare i gestori degli impianti. Se nella borsa elettrica opera un “mercato del giorno prima”, in questo caso si potrebbe pensare a un “mercato dell’anno prima” o “del mese prima”, con analoghe caratteristiche.

In quarto luogo, per rendere più forte l’incentivo a ricorrere ad altre soluzioni, andrebbero progressivamente elevati gli obiettivi di recupero e riciclo in capo ai consorzi nazionali delle varie filiere di materiali (imballaggi e non solo), ricorrendo a soluzioni ispirate al medesimo principio di “responsabilità estesa” anche per altre frazioni. Contestualmente, andrebbe ulteriormente disincentivata la discarica, incrementando la tassa sul conferimento a questi impianti o ricorrendo a meccanismi di “cap and trade” analoghi a quelli istituiti con qualche successo nel Regno Unito.

In quinto luogo, l’emergente concentrazione industriale deve essere adeguatamente regolamentata, ad esempio attribuendo a qualcuna delle competenti authority poteri di regolazione delle tariffe di conferimento agli impianti. Il pensiero corre immediatamente al soggetto che attualmente si occupa dell’energia elettrica, del gas e del sistema idrico (AEEGSI). Ad esempio, si può ipotizzare che ogni impianto sia vincolato ad accogliere prioritariamente i rifiuti raccolti sul proprio territorio a una tariffa standard regolata; le eccedenze potranno essere utilizzate per rifiuti di altra provenienza, a condizioni di mercato, prevedendo meccanismi di profit-sharing a vantaggio degli utenti locali, che potrebbero beneficiarne attraverso uno sconto sulla tariffa regolata.

Infine, per governare l’iter di autorizzazione all’espansione della capacità, devono essere previste tutte le cautele del caso, ad esempio con l’imposizione di ulteriori misure di abbattimento o compensazione delle emissioni sul territorio, assicurando un congruo ruolo alle agenzie ambientali delle regioni ospitanti, ovviamente facendo attenzione anche ad evitare che queste ultime si servano dei propri organi tecnici per vanificare la norma, negando a priori l’assenso.

 

*Università di Udine e IEFE, Università Bocconi

Questo articolo rappresenta una versione più estesa di un testo pubblicato su www.lavoce.info