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2018-10-18 20:24

Sovrani senza Scettro

GLI ITALIANI E GLI IDROCARBURI NELL’ADRIATICO

di: 
Francesco Mauro

“Amarissimo Adriatico” (Gabriele D’Annunzio, 1909)
Jadran je nas” (Josip Broz “Tito”, 1945)
Priva di strategie, Roma passa alle regioni la responsabilità di costruire una geopolitica di vicinato con i Balcani adriatici senza una concertazione nazionale ed una lobby a Bruxelles". (Adriaticus, 2003) 


Acque territoriali e sovranità sul mare
Nel diritto internazionale, le acque territoriali sono le distese di acqua facenti parte del territorio di uno stato, il quale esercita su di esse la propria sovranità.

Fino alla Seconda guerra mondiale, le acque territoriali italiane si estendevano per 3 miglia marine a partire dalla linea di bassa marea della costa.

Il miglio marino, più precisamente il miglio nautico internazionale (NM, nautical mile), è equivalente a 1.852 m (definizione del 1929 approvata dalla Conferenza Idrografica di Monaco di Baviera, recepita dagli USA nel 1924 e dal Regno Unito nel 1970). Per ragioni storiche, il miglio marino italiano è di 1.851,6 m (e leggermente latitudine-dipendente). 

Schema che illustra la definizione di acque territoriali e zona economica esclusiva in miglia nautiche.

Sulla parte del mare nel limite delle 3 miglia, uno stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. Il principio del mare territoriale si contrappone al generico principio consolidato in secoli di storia del mare libero, affermatosi grazie ai Paesi Bassi, che permetteva a tutti commerci e transiti.

La disciplina e la regolamentazione delle acque territoriali, in precedenza  rimessa quasi esclusivamente alle consuetudini internazionali, è stata regolata da alcune convenzioni, come la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua del 1958 e la Convezione di Montego Bay del 1982, quest'ultima attualmente in vigore. Le leggi che interferiscono con la sovranità nel/del mare, stanno cambiando rapidamente e di conseguenza stanno sempre più velocemente mutando le situazioni. Le radici di questo cambiamento sono almeno quattro:

- la sicurezza contro il terrorismo, soprattutto dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la capacità dimostrata da al-Qaeda di operare anche sul mare, con particolare riferimento alla difesa delle rotte del trasporto energetico, al contrasto alla pirateria e al traffico di esseri umani;

- la tutela dell’ambiente marino dall’inquinamento, dall’eccesso di sfruttamento delle risorse biologiche, dalla pressione umana, anche mediante l’istituzione di aree protette e il controllo della pesca;

- la lotta al contrabbando ed al commercio di droga per via marittima;

- lo sfruttamento non regolamentato o comunque a danno dei paesi rivieraschi delle risorse (minerarie, energetiche, alimentari, ricreative) marine.

Prima di quest’ultima convenzione, alcuni stati rivendicavano in ogni caso ampiezze maggiori, fino a 200 miglia marine dalla costa. La Convenzione di Montego Bay stabilisce che ogni stato è libero di stabilire l'ampiezza delle proprie acque territoriali, fino ad una ampiezza massima di 12 miglia marine, misurate a partire dalla linea di base (art. 3). La linea di base corrisponde alla linea di bassa marea lungo la costa, "come indicato dalle carte nautiche a grande scala ufficialmente riconosciute dallo stato costiero" (art. 5); in caso la costa sia frastagliata o vi siano isole nelle sue immediate vicinanze, la Convenzione (art. 7) indica criteri specifici per tracciare la linea di base.

Sul mare territoriale, inclusi suolo e sottosuolo marino, lo stato costiero esercita la propria sovranità in modo pressoché esclusivo, con due importanti limiti:

  • Lo stato costiero non può impedire il passaggio inoffensivo di navi da guerra straniere (i sottomarini in emersione ed esponendo la bandiera), purché tale passaggio "non arrechi pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello stato costiero" (art.. 19).
  • Lo stato costiero non può esercitare la propria legislazione penale in relazione a fatti commessi a bordo di navi straniere, con qualche  eccezione (art. 27).

 

Le acque territoriali italiane
La storia geografica, idrografica, geopolitica, diplomatica, militare, commerciale, ittica, geologica, climatologica, ecologica, ecosistemica, ricreativa delle acque territoriali italiane non è semplice per una serie di ragioni, tra cui:

  • la tardiva unificazione dello stato italiano che ha dovuto confrontarsi con le differenze fra gli stati pre-unitari e le diverse tradizioni diplomatiche e marinare;
  • le difficoltà insite nella geografia (e negli insediamenti) caratterizzata da una linea di costa lunga e tormentata;
  • le differenti tradizioni delle popolazioni costiere, pescatori e marineria;
  • la forma stessa del Mediterraneo con i suoi “sottomari” interni (Ligure, Tirreno, Ionio, Adriatico) che costituiscono in certi punti aree marine ristrette e si possono prestare ad essere dichiarati “mari chiusi”;
  • la particolare posizione e forma, oltre che la storia geopolitica, di alcuni dei paesi che si affacciano sugli stessi mari (tipicamente la Croazia).

Mappa che indica le acque territoriali italiane secondo la posizione del governo italiano.

Il limite delle acque territoriali italiane, come quello di tutti gli altri stati che hanno sottoscritto la relativa convenzione internazionale, è di 12 miglia marine, misurate a partire dalla linea costiera segnata dalla bassa marea. Per l'Italia,  il limite è tracciato sulle carte dell'Istituto Idrografico della Marina con rapporto 1:250.000. Il limite delle 12 miglia per l’Italia è stato adottato con la legge 14 agosto 1974, n. 359. In precedenza, il Codice della Navigazione (del 1942) prevedeva una fascia di acque territoriali di 6 miglia. Le acque all'interno di golfi o baie, i cui capi più foranei non superano la distanza di 24 miglia tra di loro, sono territoriali; se tale distanza è superiore, lo spazio territoriale è quello che rientra nelle 24 miglia tra le due coste.

Vi sono poi :una zona di mare "contigua" alle acque territoriali di altre 12 miglia; una zona economica esclusiva fino a 200 miglia; la piattaforma continentale; tutte delimitazioni che si riferiscono a vari diritti che gli stati si riservano su tali acque. Se una nave entra all’’terno di tale limite, può essere fermata e ispezionata dalle unità di polizia marittima.

Persino la piccola carta qui sopra riprodotta mette in evidenza nel caso dell’Italia, in prima approssimazione, le potenzialità per contenziosi circa la delimitazione delle acque territoriali.

 

Problemi e contenziosi
Sono dette linee di base arcipelagiche (Arcipelagic baselines) le linee di base rette congiungenti i punti più estremi delle isole e degli scogli più esterni di un arcipelago. Nel caso di uno stato costituito interamente da uno o più arcipelaghi ed eventualmente da altre isole, le linee di base arcipelagiche, a partire dalle quali vengono misurate le acque territoriali, la zona contigua, la piattaforma continentale e la zona economica esclusiva racchiudono al loro interno le acque arcipelagiche. I principali requisiti cui devono rispondere queste linee (UNCLOS 47) sono:

- lunghezza di ogni linea non superiore a 100 miglia (o 125 miglia per non più del 3% del totale dei segmenti);

- rapporto tra superfici marine e terre emerse in ragione, al massimo, di 9 a 1;

- tracciato complessivo che non si discosta in modo sensibile dalla configurazione dell’arcipelago.

Si sono finora avvalsi della possibilità di tracciare linee di base rette, a modifica del regime seguito in precedenza che individuava nella linea di bassa marea lungo la costa la linea di base normale delle acque territoriali, la gran parte dei paesi del Mediterraneo e, cioè, Marocco, Algeria, Tunisia, Malta, Libia, Egitto, Siria, Turchia, Albania, Iugoslavia, Italia, Francia, Spagna.

In particolare, per ciò che concerne le iniziative adottate in materia dal nostro paese e da alcuni degli stati confinanti, anche tenendo presente il difficile problema delle “baie storiche” (vedi sotto), c’è da dire che:

  • La Tunisia, con legge del 1973, ha adottato un sistema che prevede la chiusura del Golfo di Tunisi (38 miglia di apertura) e del Golfo di Gabes (46 miglia di apertura), quest’ultimo da Ras Kapoudia all’Isola di Djerba.

  • La Libia, con la dichiarazione del 1973 a seguito di un decreto del “Consiglio della Guida della Rivoluzione”, ha effettuato la chiusura dell’intero Golfo della Sirte (con una linea di base della lunghezza di 306 miglia tra Bengasi e Misurata, con una distanza dalla costa nel punto di maggior concavità di 125 miglia e 22.000 miglia quadrate di superficie marina), giustificata facendo ricorso ai principi delle baie storiche ed anche per necessità della difesa. Questa chiusura è contestata con vigore dagli Stati Uniti e altri paesi.
  • Malta (1971) ha definito le linee di base tracciando 26 segmenti che uniscono i punti estremi delle isole che compongono l’Arcipelago Maltese, ivi compreso l’Isolotto di Filfa.
  • La Jugoslavia, con legge del 1965 emendata nel 1979, ha tracciato un sistema di linee di base rette (della lunghezza complessiva di 244 miglia) che racchiude tutte le isole che fronteggiano le proprie coste, ad eccezione di Pelagosa, Cazza, Busi, Lissa e Sant’Andrea.
  • L’Albania, con decreto del 1970 modificato nel 1976, ha tracciato 7 segmenti (aventi una lunghezza complessiva di 87 miglia) che chiudono le imboccature di tutte le insenature, ivi compresa la Baia di Valona e l’antistante isolotto di Saseno (già controllato dall’Italia nel 1914-1943).
  • La Francia, con decreto del 1967, ha proclamato le proprie linee di base con segmenti lungo la costa mediterranea e le coste a sud-est e ad ovest della Corsica, mentre a nord-est dell’isola, di fronte all’Arcipelago Toscano, la linea di base è quella costiera di bassa marea.
  • l’Italia, con DPR del 26 aprile 1973 n. 816, ha adottato un sistema di linee di base (articolato, lungo la penisola, in 21 segmenti, e attorno alla Sicilia e alla Sardegna, rispettivamente, in 10 e 7 segmenti) che ha prodotto una notevole semplificazione del margine esterno del mare territoriale passato, in questo modo, ad uno sviluppo lineare di meno di 5.000 km, rispetto ai 7.550-8.000 km della penisola (di cui 1.500 della Sicilia e 1.850 della Sardegna). A seguito di ciò, è stata facilitata l’attività di vigilanza per la difesa nazionale, la lotta al contrabbando, la conservazione dell’ambiente marino, la regolamentazione della pesca.

Le linee di base per la definizione delle acque territoriali italiane.

Punti salienti dell’iniziativa, per la parte peninsulare, sono la chiusura:

- dell’Arcipelago Toscano con linee che, partendo dalla foce dell’Arno, in prossimità di Pisa, congiungono Gorgona, Capraia, Elba, Pianosa, Scoglio d’Africa, Montecristo, Giglio, Giannutri, per poi ritornare sulla costa a Civitavecchia;

- delle Isole Pontine e dei Golfi di Napoli e Salerno con linee congiungenti Anzio, le Isole di Palmarola, Ponza, Ischia e Capri, l’estremità meridionale del Golfo di Salerno;

- del Golfo di Squillace e, a titolo di baia storica, del Golfo di Taranto (quest’ultimo ampiamente contestato da diversi paesi);

- del Golfo di Manfredonia e delle Isole Tremiti con linee congiungenti Peschici, le Tremiti, Termoli e Punta Penna a Nord di Vasto;

- del Golfo di Venezia da Punta della Maestra a Ponte di Piave.

Una disputa per la delimitazione di acque territoriali, di particolare interesse per l’Italia è ancora aperta tra Slovenia e Croazia nella zona della Baia di Pirano. La Slovenia avanza la rivendicazione sulla sovranità delle acque di gran parte della Baia con una linea posta a ridosso della penisola di Punta Salvore, mentre la Croazia ne propone la suddivisione con una linea di equidistanza. Il problema, alimentato da frequenti incidenti, è di grande rilievo per la Slovenia che ha interesse anche a risolvere il fatto che la stessa Slovenia è priva di un accesso diretto alle acque internazionali. 

Le richieste della Slovenia circa le acque internazionali.

Dispute sono aperte anche tra Croazia e Montenegro nell’area compresa tra la Penisola croata di Prevlaka e le Bocche di Cattaro (canale di accesso alla Baia montenegrina di Cattaro).

 

Lagosta e Pelagosa
Dopo la fine della Prima guerra mondiale, l’Italia cercò di applicare il Trattato di Londra, ma il presidente statunitense Woodrow Wilson, sulla base di un’applicazione pedissequa del principio di nazionalità (in un territorio spesso con città a maggioranza italiana, comuni a maggioranza slava ma solo mettendo insieme le varie nazionalità slave), appoggiò il neo-costituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS) che così ottenne la Dalmazia. All’Italia vennero concesse (Trattato di Rapallo, 1920, ritoccato per la posizione  di Fiume dal Trattato di Roma nel 1925), oltre alla città di Zara (ridotta ad enclave), solo le Isole Carnerine e due delle Curzolane più esterne, Lagosta (Lastovo) e Cazza (Susac), dove la popolazione era in grado di manifestare a favore dell’opzione italiana e dove si rifugiarono molti degli italo-dalmati espulsi dalla costa.

Le isole sono situate a sud di Spalato e comprendono Curzola (con l'isolotto di Badia), Lesina (con gli isolotti delle Spalmadori e di Torcola), Lissa (con gli isolotti di Sant'Andrea, Busi e Pomo), Cazza e Lagosta. La definizione di Curzolane si estende talvolta alle isole di Brazza, Bua, Solta, Zirona Grande e Zirona Piccola, situate più a nord, nonché per l'isola di Meleda che invece è a sud. Le isole dalmate meridionali estreme (le Elafiti) ne sono generalmente escluse, al pari del piccolo gruppo esterno di Pelagosa.

Lagosta, che deve il suo nome all’imperatore Augusto, era nota a illiri e greci. Nel VI secolo inizia la pressione sul territorio illiro-romano-bizantino degli slavi che arrivano sulla costa dalla foce della Neretva e che in breve tempo si rafforzano tanto da minacciare la sicurezza della navigazione della flotta veneta. Per questo motivo il doge Pietro Orseolo II conquistò l'isola nel 998 radendone al  suolo l.e fortificazioni e scacciandone l'intera popolazione. La storia è tormentata: nel XI- XII e nel XIII secolo si ritrova sotto il dominio della famiglia Zahumljem, alla fine del XII secolo viene annessa ai possedimenti dei sovrani ungaro-croati. Nel 1252 inizia a far parte della Repubblica di Ragusa, che fino al 1310 permette l'autonomia comunale con un proprio statuto; si hanno rivolte dei contadini nel XVI e XVII secolo. Conquistata dai francesi napoleonidi, passò agli inglesi e agli austriaci, poi all'Austria-Ungheria, sotto il cui regno resterà fino al 1918.

Il Trattato di Rapallo assegnò Lagosta all'Italia, che ha governato su questo territorio fino al 1943. Dal 1945 il governo della Repubblica della Jugoslavia ha costruito forti e basi militari sull'isola ma la Repubblica di Croazia ha avviato lo sviluppo turistico in parallelo con l’istituzione (2006) del Parco naturale dell'Arcipelago di Lagosta. Le ragioni della scelta specifica di Lagosta e Cazza per essere cedute all’Italia dopo la fine della guerra non sono mai state chiarite; alcuni studiosi sostengono l’ipotesi di valutazioni militari da parte italiana.

Il piccolissimo Arcipelago di Pelagosa (Pelagruza) rappresenta sul piano geopolitico un caso del tutto diverso. Abitata fin dalla preistoria ed in età greco-romana, poi disabitata, ebbe l’onore di una visita papale nel XII secolo per passare sotto il controllo di Venezia che la utilizzò come roccaforte contro i Lusignano. Passò quindi al Regno delle Due Sicilie, che la ripopolò insieme con le Tremiti con ischitani nel 1846; fu occupata unilateralmente dall’Austria nel 1873 che vi eresse un faro (1875). Occupata dall’Italia nel 1915, vide scontri di marina nel 1916, e fu assegnata all’Italia nel 1920: le autorità italiane commisero l’errore di allocarla alla provincia di Zara (anziché Foggia o Bari) dando esca a future possibili azioni di rivendicazione da parte slava, come puntualmente avvenne nel 1945. 

Le promesse all’Italia con il Trattato di Londra: Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia con Istria, Isole Carnerine, Isole Dalmate, Dalmazia centrale (con Zara, Sebenico, Traú). 

In una mappa pubblicata tra le due guerre mondiali, si vedono Pelagosa, Lagosta e Cazza (con il nome non segnato a ovest di Lagosta) come parte del territorio italiano.

Si può tentare un’analisi della questione di Pelagosa sulla base di dati geografici: Pelagosa è situata al largo sull’Adriatico lungo una linea immaginaria che unisce il Gargano a Spalato: su questa linea all’incirca retta per un totale di circa 185 km, si trovano a 22 km dalla costa italiana le Isole Tremiti, dopo altri 23 km Pianosa (spesso considerata una delle Tremiti); quindi, Pelagosa con il suo arcipelago sono a 46 km da Pianosa, ma se si sceglie la linea più corta, la distanza dal Gargano è solo di 53 km. Dall’altro lato, ci sono 46 km tra Pelagosa e Cazza oppure 63 per Lagosta ed altri 13 per Curzola. Le città di terraferma, oggi della Croazia (Traù, Spalato, Ragusa), sono tutte ad una distanza di ben oltre 100  km. Si tenga presente che in questa zona il percorso più corto tra le due rive è di 162 km (Gargano – Sabbioncello): Pelagosa è molto più vicina all’Italia della metà di questo tratto di mare.

La storia si avviò alla sua fine sfavorevole per l’Italia con la sciagurata decisione di Mussolini di schierarsi con la Germania nazista nella Seconda guerra mondiale: l’effimera vittoria nel 1941 in Jugoslavia, conseguita più dai tedeschi che dall’Asse, sembrò dare finalmente all’Italia un esaudimento delle promesse sulla Dalmazia: il Governatorato italiano di Fiume; l’annessione della Slovenia occidentale (provincia autonoma di Lubiana); l’occupazione militare di Ragusa e della Morlacchia; il Montenegro come stato protetto; l’Albania (arricchita del Kosovo) come regno in unione personale sotto il re d’Italia. L’illusione dell’Adriatico lago italiano durò un paio d’anni, fino al 1943, e fu pagato duramente: per miracolo si riuscì a recuperare Trieste con la cosiddetta zona A, si perse anche Pelagosa, giuliani e dalmati andarono via in massa: parte dei loro discendenti vive ancora oggi, nel quartiere a loro intitolato a Roma, in origine i baraccamenti dove venivano alloggiati gli operai che lavoravano all’esposizione dell’E42.

Riepilogando, l’Arcipelago di Pelagosa, che attualmente è disabitato, fece parte del Regno d’Italia dal 1861 al 1873 e dal 1915 al 1947, mentre ora appartiene politicamente alla Croazia. Per struttura geologica, queste isole sono la naturale continuazione delle Isole Tremiti e appartengono quindi, a livello geografico, allo stato italiano. Fino al 1861 Pelagosa ha costituito l’avamposto più remoto del Regno delle Due Sicilie. Dopo la Seconda guerra mondiale, il trattato di Pace di Parigi tra l’Italia e le Potenze Alleate (1947) stabilì la cessione alla Jugoslavia, con l’art. 11 comma 2, della “piena sovranità sull’isola di Pelagosa e sugli isolotti adiacenti“, aggiungendo che l’isola di Pelagosa sarebbe rimasta smilitarizzata. Lo stesso Trattato di Pace stabilì anche che i pescatori italiani avrebbero goduto “gli stessi diritti a Pelagosa e nelle acque adiacenti di quelli goduti dai pescatori jugoslavi prima del 6 aprile del 1941″ (ossia il diritto, in base agli “Accordi di Brioni” del 14 settembre del 1921 e agli Accordi di Nettuno del 20 luglio 1925, tra il Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, di pescare con non più di 40 barche di stanza a Lissa e in determinati specifici periodi). In tacita applicazione di questo trattato, le acque di Pelagosa sono ancora oggi visitate da numerosi pescherecci italiani, nonostante si tratti di acque territoriali croate.

 

Geopolitica della Croazia nell’Adriatico
Nel 2003, il Sabor della Croazia ha approvato (con 70 voti favorevoli e 44 contrari) l’istituzione nell’Adriatico di una Zona di protezione ittica e ambientale estendendo di fatto la sovranità croata. Lo scopo è lo sfruttamento esclusivo delle risorse idriche, dei fondali marini e del sottosuolo, oltre i limiti delle acque territoriali fino alle linee della piattaforma continentale, cioè oltre la metà dell’ampiezza dell’Adriatico. Le motivazioni ufficiali riguardano la necessità di tutelare l’ambiente e il settore turistico da eventuali disastri ambientali con particolare riferimento ai rischi del trasporto navale di idrocarburi in un mare praticamente chiuso. La convenzione del 1982 prevede la possibilità di creare zone economiche esclusive (ZEE) fino a 200 miglia dalla costa ed esistono precedenti per impedire in tale zona rischi ambientali (azione della Nuova Zelanda contro il Regno Unito per il trasporto di scorie nucleari nel 2002 ed azioni spagnole verificare l’età delle petroliere).

L’intervento croato è stato criticato per diversi motivi:

  • la quasi totale scomparsa di un “canale” di acque internazionali, che danneggia soprattutto in questa fase la Slovenia e le navi di paesi terzi che si servono di porti sloveni;
  • i danni alla pesca italiana che si svolge tuttora in Adriatico, talvolta per consuetudine anche in acque territoriali croate;
  • l’uso nell’Unione Europea di non ricorrere a dichiarazioni unilaterali ma di discutere tra partner per trovare una soluzione concordata.

Un accordo non è stato trovato. Da allora la situazione è rimasta in bilico, anche se, grazie all’Italia, la Croazia è entrata nella UE. Non è servita la tattica italiana di lasciare spazi alla politica estera interregionale.

La Croazia sull’Adriatico. In blu scuro le acque internazionali, in celeste scuro la acque controllate in un modo o nell’altro dalla Croazia, in celeste chiaro le acque italiane.