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2018-07-19 12:04

Ritorno a Cascais

CONDANNATO ALL’ESILIO

di: 
F. M.

La notizia è tornata di recente alla ribalta quando il protagonista ha raccontato la sua storia in un libro. La cosa ha un sapore d’altri tempi. L’ultimo caso nella storia nazionale ha riguardato la famiglia reale di casa Savoia: i maschi nella linea di successione - morto Umberto II, erano rimasti il figlio Vittorio Emanuele e il nipote Emanuele Filiberto, poi neanche loro (con conseguente carriera televisiva dell’ultimo rampollo).

La parola è d’altri tempi: esilio. I ricordi della storia patria confermano il senso della parola: dalle donne della famiglia di Augusto, opportunamente spedite in qualche isoletta mediterranea per toglierle dal giro (inviando gli amici poeti in località alla fine del mondo) alla casa Savoia, affezionata al Portogallo come residenza in esilio (aveva cominciato Carlo Alberto).

Esilio: un termine dal sapore triste. Per alcuni anni, dopo la vittoria repubblicana al referendum e l’opportuna decisione di Umberto II di partire, le mura di Napoli e del Mezzogiorno avevano serbato traccia della questione: su di esse si vedevano le scritte “Ha da turnà” con il nodo sabaudo, segno di una fede monarchica ancora viva. Le vecchiette – lo racconta bene Guareschi – si preoccupavano che il re in esilio non avesse da mangiare. E poi, dai tempi della Rivoluzione bolscevica, l’Europa era percorsa da torme di granduchi russi in esilio.

In confronto, il nostro esiliato di oggi è un personaggio minore e meno pittoresco: Andrea Franceschi, sindaco di Cortina d’Ampezzo, eletto in una lista civica nel 2006 e poi rieletto nel 2012. Indagato per turbativa d’asta, abuso d’ufficio e violenza privata per un bando sui rifiuti (e per aver litigato con il capo de locali vigili), inizialmente agli arresti domiciliari per 21 giorni, rinviato a giudizio e sottoposto dal Gup ad una misura cautelare restrittiva – si badi bene, non “condannato”ma “sottoposto”, perchè il processo è ancora da fare, anche se il sindaco ha chiesto al Tribunale di Belluno di procedere con rito immediato. La misura consiste nel divieto per il sindaco di dimora nel suo comune (che però non è stato commissariato), può durare tre anni e di fatto comporta la sospensione dal ruolo di sindaco. E’ la prima volta che questa misura viene applicata. Il sindaco però non si è dimesso e ne fa pubblicamente una questione di principio, in verità con il sostegno di molti sindaci e dell’ANCI, l’associazione dei comuni italiani.

Il rapporto tra questa vicenda e gli strumenti eccezionali per la lotta alle mafie è evidente. A seguito della sanguinosa guerra di ‘ndrangheta scoppiata nel 1985, venne approvato un decreto-legge – si dice ideato da Giovanni Falcone - che introdusse nella legislazione lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali in quei casi in cui “emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali”. La legge sullo scioglimento ha una natura applicativa elastica dato che non è necessario accertare giuridicamente le responsabilità penali o le collusioni con la malavita dei consiglieri comunali: per procedere basta ravvisare vicinanze sospette o frequentazioni pericolose di sindaci, assessori e consiglieri con pregiudicati o sospetti di mafia. Il prefetto locale avanza al Ministero degli Interni la richiesta di scioglimento e il Ministero, di solito, provvede a portare la proposta in Consiglio dei ministri.

Dal 2 agosto del 1991 al 2012, i Comuni sciolti per mafia sono stati 209. A questi vanno aggiunte 4 Aziende Sanitarie Locali (ASL): Pomigliano d’Arco, Vibo Valentia, Reggio Calabria e Locri.

I comuni coinvolti sono concentrati nel Mezzogiorno: sono 202 (85 in Campania, 58 in Calabria, 53 in Sicilia, 7 in Puglia e 1 in Basilicata) di cui 36 sciolti due volte. Ve ne sono poi 2 nell’Italia centrale (nel Lazio) e 4 nell’Italia settentrionale. Di recente, il Consiglio dei ministri ha approvato per la prima volta lo scioglimento di un comune in Lombardia.

Con il pacchetto sicurezza del 2009, si è provveduto a stabilire l’allontanamento degli eletti e dei funzionari sospetti di collusione dagli uffici e l’incandidabilità degli amministratori ritenuti responsabili dell’infiltrazione. Infine, un decreto legislativo ha dato attuazione alla legge n. 136/2010 (Piano straordinario contro le mafie), approvata dal Parlamento all’unanimità, che contiene il nuovo Codice delle leggi antimafia, delle misure di prevenzione (a cui è dedicato l’intero Libro II di 81 articoli) e delle certificazioni antimafia.

Questi strumenti eccezionali sono confortati dall’approvazione di consistenti parti delle politica, dei media e della pubblica opinione; anzi spesso sono corredati da numerose proposte di ulteriori inasprimenti.