Oggi:

2018-02-18 22:55

Stavolta l’incidente non c’entra

LA MORTE DEL DIRETTORE DI FUKUSHIMA

di: 
Roberto Mezzanotte

Negli articoli dedicati alla notizia, la morte di Masao Yoshida è stata imputata, esplicitamente o implicitamente, alle radiazioni che l’ingegnere nucleare, già direttore della centrale di Fukushima, aveva ricevuto durante l’incidente. In realtà, anche se può apparire la più ovvia, le conoscenze scientifiche fanno escludere questa eventualità. È invece possibile, anche se poco probabile, che a causare la malattia risultata poi fatale siano state radiazioni eventualmente ricevute in anni precedenti.

 

Nei giorni scorsi tutti i mezzi di informazione hanno riportato e spesso commentato la notizia della morte di Masao Yoshida, avvenuta il 9 luglio. Masao Yoshida dirigeva la centrale di Fukushima nei giorni del marzo 2011 durante i quali, a seguito del terremoto e dello tsunami che colpirono il Giappone, si verificò l’incidente che distrusse gran parte della centrale, portando all’evacuazione di decine e decine di migliaia di persone residenti entro una fascia di trenta chilometri dal sito.

Le decisioni che nella gestione dell’incidente Yoshida ha coraggiosamente preso, contravvenendo alle disposizioni che gli venivano date dalla Tepco, la società proprietaria dell’impianto, preoccupata principalmente di non pregiudicare un suo ipotetico ripristino, hanno probabilmente impedito che le conseguenze all’esterno assumessero dimensioni ancora peggiori. Questo comportamento, unito allo spirito di abnegazione dimostrato in tutto il corso dell’evento, lo hanno fatto considerare un eroe.

A stroncare, a 58 anni, la vita di Masao Yoshida è stato un cancro all’esofago.

Al di là del doveroso ricordo della persona che, in condizioni difficilissime, ha saputo prendere e mantenere, a proprio rischio e contro le pressioni che gli venivano dall’alto, le decisioni giuste, gli articoli apparsi in questi giorni sulla stampa e in rete sono quasi sempre basati sul presupposto, più o meno esplicito, che la malattia sia stata indotta dalle radiazioni alle quali Yoshida è stato esposto durante l’incidente. Con scetticismo più o meno velato o addirittura dichiarato viene citato il comunicato della Tepco che esclude invece ogni correlazione tra l’incidente e la malattia, in considerazione del fatto che tra l’esposizione alle radiazioni e l’eventuale manifestarsi di un cancro intercorre un tempo (periodo di latenza) di almeno qualche anno. Nel caso di Masao Yoshida, tra l’incidente e l’insorgere del cancro sono trascorsi solo pochi mesi, tanto che già nel dicembre 2011 egli si dimette dal servizio a causa del progredire della malattia.

Riconoscere la validità delle affermazioni della Tepco, certamente inopportune e indelicate – come è stato osservato - per la loro tempestività, può non far piacere, ma esse trovano riscontro in tutte le pubblicazioni scientifiche in materia. Si cita qui, ad esempio, la PubblicazioneSG2 dell’International Commission on Radiological Protection, la più autorevole organizzazione operante nel campo della radioprotezione, sulle cui elaborazioni dottrinali è basata tutta la normativa, a cominciare dalle direttive comunitarie in materia:

Esempi di periodi di latenza minimi sono: 2 anni per la leucemia non di tipo linfatico cronico, circa 5 anni per il cancro della tiroide e dell’osso e 10 anni per la maggior parte degli altri cancri. Il periodo di latenza medio è di 7 anni per la leucemia non di tipo linfatico cronico e più di 20 anni per la maggior parte degli altri cancri (par. 35).

L’incidente di Fukushima costituisce ancora un terribile manifesto contro l’energia nucleare. Cercare di rafforzarlo con elementi privi di consistenza scientifica è quanto meno inutile, se non controproducente.

Ma se un nesso di causalità tra l’incidente del marzo 2011 e il cancro che ha colpito Yoshida non può essere ragionevolmente sostenuto, ciò non significa che allo stesso modo si possa escludere che il cancro sia stato originato da precedenti esposizioni alle radiazioni che egli può aver subito nel corso della sua vita lavorativa di ingegnere nucleare, iniziata nel 1979, anche se, va detto, la probabilità che una simile eventualità si sia verificata risulta comunque piuttosto bassa. Una valutazione precisa di tale probabilità - secondo le più aggiornate stime dei coefficienti di rischio delle radiazioni – richiederebbe la conoscenza dell’attività che Yoshida ha svolto nel tempo e delle dosi di radiazioni ricevute, dati non disponibili.

Una valutazione di massima, può essere fatta ipotizzando che Masao Yoshida abbia sempre lavorato presso centrali nucleari e che abbia ricevuto annualmente dosi nella media di quelle alle quali possono essere esposti i lavoratori (una decina di millisievert), e senza considerare, per quanto sopra detto in merito al periodo di latenza, l’ultima decina di anni di lavoro. Utilizzando il coefficiente di rischio indicato per il cancro all’esofago dall’International Commission on Radiological Protection nella Pubblicazione 103 (15 probabilità su 10.000 per la dose di 1 sievert) e tenendo infine conto che dal registro dei tumori risulta che in Giappone un cancro all’esofago viene diagnosticato mediamente a due individui su cento nel corso dell’intera vita, si può concludere che la malattia che ha colpito Masao Yoshida abbia una probabilità compresa tra l’1 e il 2 per cento di essere stata causata dalle esposizioni lavorative. Come detto, si tratta di una valutazione di massima, ma, per la prudenzialità delle assunzioni fatte, si può ritenere difficile che valutazioni più accurate portino a risultati sostanzialmente differenti in senso peggiorativo.

Con quanto sin qui esposto si è solo cercato di inquadrare in modo più corretto un caso che le cronache hanno portato all’attenzione di tutti secondo l’apparenza certamente più ovvia, ma non rappresentativa della realtà. In nessun modo si è inteso sminuire l’accertata pericolosità delle radiazioni ionizzanti: se la malattia di Masao Yoshida ha solo qualche percento di probabilità di essere stata causata da esse, vi è la “certezza statistica” che altri lavoratori, non identificabili individualmente per l’indistinguibilità dell’origine della malattia, l’hanno contratta proprio a causa delle radiazioni. Così come ci si deve purtroppo attendere che tra qualche anno si comincino a verificare casi di tumore indotti dalle esposizioni conseguenti all’incidente di Fukushima. Saranno anche essi indistinguibili dagli altri casi e – auspicabilmente - il loro numero sarà tale da potersi confondere con le oscillazioni casuali dell’incidenza della malattia. È anche possibile che, con il passare degli anni, il collegamento con l’incidente non venga più neppure ipotizzato, anche se saranno necessari diversi decenni prima di poter escludere che un nuovo caso di cancro non abbia quell’origine.

commento inviato da Francesco Mauro

Caro Roberto,

Per prima cosa, vorrei ringraziarti per l’articolo sulla morte da tumore esofageo del collega di Fukushima. Penso che scrivere questo articolo e renderlo disponibile sia stato giusto e giustificato per cercare di puntualizzare le conoscenze sull’argomento e di ovviare alla solita tentazione di piegare la realtà scientifica a ciò che un cattivo giornalismo pensa che la pubblica opinione si aspetti. Quasi che ci voglia questa morte addizionale per rendere un disastro qualcosa che un disastro le è già.

Il tuo ragionamento non fa una grinza. Il tempo di latenza, la difficoltà che il tumore in questione possa essere stato indotto dalle radiazioni dell’incidente, la possibilità che possa essersi trattato di un irraggiamento precedente, l’impossibilità di riconoscere univocamente, non statisticamente, l’origine di un tumore come quello in questione.

Vorrei però aggiungere che, senza raggiungere la certezza, un indizio forse c’è: fra le concause dei tumori esofagei (e della testa-collo e gastrici) è ben nota l’ingestione di solidi o liquidi molto caldi, associati eventualmente (o no) ad alcool e fumo di sigaretta. La predilezione dei giapponesi per cibi e bevande (compreso il sake) caldissimi è ben nota, come pure un ritardo nella campagna anti-fumo. Potrebbe essere una spiegazione plausibile. Un’area a rischio simile c’è anche in Italia: le regioni alpine centro-orientali, in gergo “l’area della sgnappa” (non a caso con ospedali oncologici specializzati a Pordenone e Trento).

Inoltre, il cancro all’esofago – micidiale, come dimostrato dal valore quasi uguale del rateo degli affetti da tumore e del rateo dei morti da tumore – è uno di quelli con maggior differenza di incidenza tra paesi: fino a 17 volte. Fra i valori più bassi gli americani caucasici e gli europei; fra i più alti Cina (fumatori e cibi caldi), Singapore, e un po’ meno i neri americani (3-4 volte). Il Giappone mostra comunque almeno il doppio rispetto a nord-americani e europei. Non è quindi da scartare anche il ruolo concomitante di caratteristiche etnico-genetiche.

Sarebbe interessante avere qualche notizia sulle abitudini di vita del collega giapponese.

Cordialmente
Francesco Mauro