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2020-09-28 17:00

La magnifica preda

SI PUO’ FERMARE IL DECLINO DELL’ENEA?

di: 
Francesco Mauro*

Gian Antonio Stella riapre il dossier Enea, ma non convince.

L’articolo di Gian Antonio Stella, dal titolo “Perché non fermare il declino dell’Enea?”, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 26 aprile scorso, riapre un discorso per molti di noi doloroso. Nel mio caso, avrebbe dovuto ispirarmi soddisfazione per la messa in chiaro di alcune colpe dei governi che si sono succeduti, ed un barlume di speranza per la presa di posizione in favore di un rilancio dell’ente. Eppure non è così, l’articolo ingenera in me un senso di tristezza per il riconoscimento dell’impossibilità di continuare così, ma anche per la mancanza di proposte nuove e adeguate.

In casi come questo - nella ricerca, nei servizi tecnici, nella scuola, nella sanità - si usa, non solo in Italia, incolpare principalmente il “taglio dei fondi”. Ma, a parer mio, così non è, questo è solo una delle concause, un sintomo di altre colpe e carenze. Certo, il finanziamento è indispensabile e non può essere brutalmente tagliato, specialmente secondo il temuto modello del “taglio lineare”. Ma non è possibile eludere la domanda più importante: fondi per che cosa, enti a che scopo? Come si dice oggi, quale visione e quale missione? Proviamo a stabilire dei punti fermi a questo proposito.

  1. Il finanziamento della ricerca di base, per l’avanzamento delle conoscenze, per ottenere quelle scoperte fondamentali di importanza conoscitiva, da cui potrebbero anche discendere (ma non necessariamente) ricadute applicative pratiche, non riguarda enti come l’ENEA. Questo tipo di ricerca, in tutti i paesi industrializzati, viene condotto soprattutto dalle università ed eventualmente da enti pubblici di ricerca tipo il CNR. L’ENEA non lo è mai stato; è stato invece un ente “strumentale”, impegnato anche in attività di ricerca, con compiti fino ad un certo periodo ben precisi: lo sviluppo dell’energia nucleare, delle applicazioni pacifiche delle radiazioni (in medicina, agricoltura, diagnostica industriale, ecc.), le scienze della radioprotezione, l’impegno in quelle scienze che erano necessarie per il varo di programmi nucleari (per esempio, la sismica, essenziale per le localizzazione degli impianti) o che si erano tipicamente sviluppate nei centri di ricerca nucleare per la disponibilità di metodi e strutture (ad esempio, alcuni settori dell’ingegneria e della biologia).
  1. Le crisi nell’ENEA sono state ricorrenti e forse un sintomo della sua italianità nonostante la rassomiglianza fisica dei suoi centri ai grandi laboratori nazionali americani. Nato nel 1952 come CNRN (Comitato Nazionale per la Ricerca Nucleare), nel 1959 viene fondato il grande centro della Casaccia, dopo che nel 1955 il nome è stato cambiato in CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare); nel 1964 si verifica l’affair Ippolito (segretario del CNEN), un episodio oggi interpretato come pretestuoso e legato all’evoluzione “per bande” del settore energetico. Con la crisi petrolifera, negli anni ’70 e prima metà degli ’80, al CNEN viene affidata la promozione del programma nucleare italiano. Ma una crisi diffusa si manifesta nuovamente nel 1982, quando, in risposta ad una nuova cultura ambientale-energetica, il nome viene cambiato in ENEA (Ente Nazionale per la ricerca e sviluppo dell’Energia nucleare e l’energia Alternativa). L’ente non si è mai chiamato Ente Nazionale Energia Atomica, come riportano il “Corriere” e anche Wikipedia.
  1. E’ innegabile comunque che una profonda crisi dell’ENEA si sia manifestata a seguito dell’incidente di Chernobyl (1986), dei referendum sul nucleare (1987) e della fuoriuscita dell’Italia da ogni programma di produzione di energia elettrica per via nucleare. E qui avvenne un primo piccolo disastro (per l’ente): i “tagli” sul nucleare – legittima conseguenza, piaccia o non, delle decisioni prese dal governo, dalla maggioranza dei partiti e dell’opinione pubblica - non riguardarono soltanto il settore energetico elettronucleare, ma toccarono la radioprotezione e le applicazioni delle radiazioni, settori in cui l’ente e il Paese erano all’avanguardia. La distinzione era forse troppo raffinata e non ne se vedeva comunque l’utilità.
  1. In verità, l’ENEA di Umberto Colombo aveva reagito a tono e, pur cercando di mantenere un presidio sul nucleare, si era candidato a quelle funzioni di ricerca applicata, sviluppo e servizio scientifico che derivavano dall’esperienza nucleare e potevano essere applicate a problematiche nuove ed emergenti. E’ il periodo della crescita dell’ente “uno e trino”, in cui, oltre al nucleare, vengono riconosciuti e rafforzati tre dipartimenti: Energia (non nucleare, comprese le allora nuove fonti rinnovabili), Ambiente (rifiuti, territorio, inquinamento, effetti sanitari), Innovazione (applicazioni tecnologiche, soprattutto in fisica e agricoltura, ma con interessanti escursioni in altri campi, come le opere d’arte). Nel 1991 l’acronimo ENEA era stato mantenuto ma il nome cambiato (Ente nazionale per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente).
  2. Altri errori si susseguirono: la difficile successione a Colombo divenuto ministro del governo Ciampi (1993-1994), l’insistenza a puntare per la presidenza su illustri fisici fautori della “grande fisica” (mentre Colombo era uno scienziato industriale), poi una serie di nominati al vertice a dir poco inadeguati. Certamente, anche la dirigenza dell’ente concorse con alcuni errori: la difesa a spada tratta di qualsiasi progetto di ricerca, l’ostinazione a mantenere l’ente monolitico, l’interpretazione degli accordi di programma come dovuti all’ente per il suo finanziamento. Al contrario, emerse il disinteresse di buona parte dei ministeri ad utilizzare un ente di consulenza, un’”agenzia” (con capacità di ricerca) di tipo anglo-sassone. Si finì con l’assegnazione dell’ente in crisi come feudo a qualche potentato di turno (una di queste assegnazioni venne fatta da Bersani allora ministro dell’industria, 1996-1999).
  1. Disinteresse ed errori al contorno si sono da allora accumulati: a seguito di referendum (1993) grazie allo sforzo degli Amici della Terra, nel 1994 era stata istituita l’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) che assorbì la DISP (la struttura addetta ai controlli nucleari) ma non il Dipartimento Ambiente dell’ENEA, con possibile indebolimento di entrambe le strutture. L’ENEA aveva svolto un ruolo importante nel Summit della Terra a Rio de Janeiro (1992) e nella sua preparazione e successive convenzioni, ma i ministeri manifestarono sempre più la tendenza a controllare direttamente le attività con risvolti tecnico-scientifici, e cominciò il taglio degli impegni dell’ente, degli accordi di programma e dei fondi. Il personale cominciò ad essere demotivato: alcuni tirarono i remi in barca, altri si dedicarono al lavoro per conto terzi, altri ancora si arroccarono nella richiesta di finanziamenti a fondo perduto per le loro ricerche preferite (che ovviamente non vennero concessi). Altri infine se ne sono andati: i giovani all’estero, quelli di mezza età in altri enti, ai ministeri, nel privato dei servizi qualificati.
  1. Le “riformine” del 1999, 2003, 2009 non hanno prodotto effetti di rilievo, tranne una dichiarazione di intenti in favore dello sviluppo sostenibile (chissà perché solo “economico”); l’ente è da tempo commissariato.
  1. Va infine ricordato che i grandi enti e laboratori nazionali impegnati a partire dagli anni ’50 nei programmi nucleari non-militari nei paesi occidentali sono tutti stati trasformati, resi più agili, ristrutturati, soprattutto a partire dalla Caduta del Muro (1989). Oggi i “vecchi” enti sono tipici solo di alcuni paesi in via di sviluppo che sono presenti nel settore anche per scopi militari.

Il problema dell’ENEA non è quindi di esser passato da 976 milioni di Euro e 5.000 dipendenti nella seconda metà degli anni ’80 a 152 milioni di Euro e 2.700 dipendenti al giorno d’oggi. Tant’è vero che lo stesso Stella fornisce il dato di 58.519 Euro per addetto nel caso dell’ENEA, che non è troppo lontano (76%) dai 77.419 Euro per addetto al Karlsruher Institut fur Technologie della Germania (si noti l’assenza del nucleare dalla ragione sociale). E’ vero che il Commissariat a l’Energie Atomique et aux Energies Alternatives francese esibisce 153.153 Euro per addetto, ma la Francia è una potenza nucleare civile e militare e uno dei principali produttori di attrezzature e impianti nucleari.

Il problema dell’ENEA è innanzi tutto quello di stabilire con chiarezza cosa deve fare, quanta e quale ricerca, quanto e quale servizio scientifico, quanto e quale sforzo per l’integrazione di conoscenze diverse, per il trasferimento di know-how, per attività di consulenza. Tenendo presente che bisognerebbe comunque indovinare il mix migliore tra ciò che l’ENEA sa fare e ciò che viene richiesto dalla società. Sarebbe un’operazione delicata, che non potrebbe esaurirsi nel controverso settore di nicchia della fusione nucleare, ma dovrebbe individuare alcuni campi in cui ENEA ha tuttora situazioni di eccellenza, nel settore delle scienze energetiche, del ciclo dei rifiuti, dell’agricoltura, della biologia molecolare, della scienze della terra e del territorio. Con delle opzioni e delle scelte che andrebbero verificate e ricalibrate con quelle del CNR e dell’ISPRA (il discendente dell’ANPA, su cui ci sarebbe molto da ridire, e ci ripromettiamo di farlo); mirando ad enti agili, autonomi, con una visione e un mandato chiaro, che possano lavorare anche su commessa. Un programma ambizioso, per molti forse impossibile …

*L’autore di questo articolo, dopo due decenni all’ENEA come ricercatore e dirigente, è stato direttore del Dipartimento Ambiente dell’ente dal 1995 al 1999. Nel 2000, si è dimesso ed è andato a lavorare altrove.

Preda e predoni

A seguito dell’ormai famoso articolo di Gianantonio Stella sul Corriere del 26 aprile, relativo a come fermare il declino dell’Enea, Francesco Mauro ha proposto un lungo e articolato commento (“La magnifica preda”) sull’Astrolabio del 7 maggio.

Nulla da dire sulla rievocazione attenta della storia dell’Ente dal 1952 ai giorni nostri, sui molti errori commessi sia da parte del Governo che della dirigenza Enea, sul non aver saputo far fronte adeguatamente alla progressiva scomparsa del nucleare in Italia e sul progressivo deterioramento dell’immagine Enea, a torto o a ragione legata indissolubilmente, prima nell’immaginario collettivo e poi anche in quello governativo, a una forma di energia ormai demonizzata nel Bel Paese.

Ma Mauro conclude che il problema dell’Enea è innanzi tutto quello di stabilire con chiarezza cosa deve fare, quanta e quale ricerca, quanto e quale servizio scientifico, quanto e quale sforzo per l’integrazione di conoscenze diverse, per il trasferimento di know-how, per attività di consulenza. E allora, come si dice, la domanda sorge spontanea: chi deve stabilire tutto questo? Il Governo? I tre Ministeri “vigilanti” (Sviluppo economico, Ambiente, Ricerca scientifica)? Oppure semplicemente la direzione dell’Ente (ora Agenzia) che potrebbe raccogliere le competenze residue, aggregarle ed eventualmente reindirizzarle verso pochi e produttivi servizi nell’interesse primario dei cittadini e delle imprese a cui potrebbe essere offerto un aiuto tecnico competente, imparziale e di qualità in un momento in cui si parla tanto di ripresa del sistema produttivo del Paese?

Tutto questo sarebbe altamente auspicabile ma non sarà possibile se prima non si tenta un rilancio dell’immagine Enea. Ed allora anche a me sia consentito di presentare una possibile ricetta per la cura, dopo aver diagnosticato la malattia.

Le attività sul nucleare riguardano ormai una parte largamente minoritaria delle risorse Enea, umane e finanziarie. Prova ne sia che sebbene l'acronimo sia rimasto invariato, il pubblico non sa bene se sta per "Ente nazionale energia atomica" o "Ente nazionale energie alternative". In realtà, come ha già detto Mauro, la dicitura per esteso recita esattamente "Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile". Ogni riferimento, anche velato, al nucleare è stato opportunamente e pudicamente soppresso. Tanto che solo un votato alla disoccupazione potrebbe oggi iscriversi a un corso di laurea in ingegneria nucleare che difatti è scomparso anche dal "piano dell'offerta formativa" della più grande Università italiana: La Sapienza di Roma. E quindi prendiamone atto: il nucleare in Italia è morto e una sua riesumazione non è al momento all'orizzonte.

E allora di che cosa si occupa prevalentemente oggi l'Enea? Di tutto e di più, verrebbe da rispondere come del resto ha già osservato Stella. Ma la conseguenza è di disperdere le già scarse risorse finanziarie a disposizione in mille rivoli con scarsissimi ritorni scientifici e di immagine. Perché parliamoci chiaro: di che cosa avrebbe urgente bisogno oggi l'Enea per uscire dalle sabbie mobili in cui si trova? Proprio di vedere rilanciata la propria immagine nel Paese. E allora, dal momento che attualmente l'attività prevalente è quella di Agenzia e non di Ente di ricerca (come indicato in primis sul proprio nome) un buon "sentiment", una immagine di efficienza al servizio dei cittadini e del Paese si rifletterebbe inevitabilmente anche sulle attività di ricerca e non solo su quelle nucleari, al momento in Europa confinate utilmente solo in Francia. Ma la scelta su dove investire per rinverdire (è proprio il caso di dirlo!) il nome e le attività dell'Enea presso il grande pubblico – oltre che presso le aziende e gli addetti ai lavori - è di competenza esclusiva del gruppo dirigente Enea. E qui cominciano i guai.

Prendiamo, ad esempio, il comparto oggi emergente e cioè quello delle energie alternative e dell'efficienza energetica. Nel 2007 il Governo varò un'importante misura per diffondere la cultura dell'efficienza energetica presso tutti i cittadini italiani e cioè la detrazione fiscale del 55% riservata a coloro che realizzavano interventi di efficientamento energetico all'interno delle loro abitazioni. Tale misura, ancora in vigore, scadrà definitivamente, salvo proroghe dell'ultimo minuto, il prossimo 30 giugno sostituita da un sistema di incentivi, molto meno favorevole dal punto di vista economico e più oneroso dal punto di vista degli adempimenti, per i cittadini.

Ebbene, la gestione dell'assistenza agli utenti, della raccolta delle domande per accedere agli incentivi e della rendicontazione allo Stato sui risultati della campagna di detrazioni era stata affidata all'Enea. Poteva essere una formidabile occasione di rilancio dell'immagine dell'Agenzia nei confronti di tutti quei tecnici più sensibili alle tematiche dell'efficienza energetica e ambientale ma soprattutto verso una platea sterminata di oltre un milione di cittadini/utenti da cui potevano trarsi ricadute positive di efficienza anche sulle attività di ricerca vere e proprie e invece....

E invece l'Enea ha messo a disposizione - mediamente - per questo enorme compito solo tre ricercatori a tempo pieno e altri due tecnici part time dedicati prevalentemente agli aspetti informatici. Nonostante i salti mortali che questo team ha saputo fare per confrontarsi giornalmente con centinaia di persone, i risultati finali non devono essere stati del tutto soddisfacenti se la gestione dei nuovi incentivi 2013 è stata sottratta dal Ministero all'Enea per essere assegnata al GSE con tanti saluti all'immagine di efficienza e di competenza di cui oggi l'Agenzia ha bisogno come il pane. Si dirà: ma l'Enea è chiamata a fornire supporto tecnico al GSE. Si, ma il successo o meno della nuova campagna sarà d'ora in poi ad esclusivo appannaggio del GSE che difatti ha cominciato da un anno a strutturarsi opportunamente per far fronte all'impegno nel migliore dei modi.

Conclusione: al di là dell'impegno e dell'abnegazione di singoli, non esiste nel gruppo dirigente Enea una strategia che sappia guardare al di là del quotidiano e proiettare l'Agenzia in un'ottica di supporto al Paese a medio-lungo termine. Di chi la colpa? Sicuramente del Governo, come si dice nell'articolo, ma anche di una direzione ormai commissariata da tre anni e mezzo, miope e inamovibile. O no?

commento

Ringrazio Francesco Mauro per l'accurato e doloroso rapporto sulle vicende del CNEN-ENEA. Quanto a me, sono stato fortunato a lasciare il CNEN, passando prima al CNR e poi alla Sapienza (come fecero anche parecchi altri colleghi) nel 1968. Quando il clima straordinario di entusiasmo e vivacità intellettuale che avevo vissuto nei primi anni 60 al centro di ricerca della Casaccia si era alquanto smorzato. Soprattutto a seguito della vicenda Ippolito. Ma speriamo nel futuro.
Giovanni Vittorio Pallottino